Il silenzio di Annina

16,00

Formato: Libro cartaceo pag. 190

Autore:Marina Maimone

Note sull’autore

 

COD: ISBN: 978-88-5539-205-1 Categoria: Tag:

Descrizione

L’uomo può seppellire nell’abisso del proprio animo certi episodi, arrivando a dimenticarli? Possono certi oggetti evocare un passato volutamente avvolto dal silenzio, minacciando il presente?

La tranquilla e monotona vita torinese di Armando, ex giudice minorile in pensione, viene improvvisamente sconvolta dal ritrovamento inquietante di un’immagine relativa alla defunta moglie.

Da quel giorno l’esistenza dell’anziano protagonista sarà volta unicamente alla ricerca della verità; non si troverà da solo nelle sue investigazioni, ma un amico fraterno gli starà accanto, condividendo con lui momenti di tensione, risate, ragionamenti, viaggi, passeggiate e, non ultimo, partite a bocce.

– I –

 

L’abitudine di mettere la sveglia alle sette era ormai radicata in lui, ma avrebbe potuto farne a meno poiché, da anni, il suo orologio biologico funzionava perfettamente.

Invece, per Armando Palumbo questo gesto aveva un significato particolare: lo faceva sentire vivo e pronto per una nuova giornata da progettare. Progettare che cosa? Da tempo le sue poche abitudini si ripetevano sempre uguali: la colazione, l’acquisto del giornale, la minima spesa, il frugale pranzo, il sonnellino, la sosta alla bocciofila per assistere a qualche partita e il ritorno a casa.

La sera era dedicata alla cena, all’ascolto del telegiornale, alla lettura e alla musica. Qualche volta accettava l’invito di alcuni vecchi amici e allora le serate sembravano meno monotone.

Armando era stato un bell’uomo, alto, longilineo, con una massa di capelli corvini che faceva risaltare i suoi occhi scuri, su una carnagione chiara; un naso importante, a volte accompagnato da un paio di baffi ben curati che mettevano in evidenza un sorriso affascinante.

Fin da giovane aveva avuto cura del suo corpo: esercitava i muscoli in palestra, esibendoli con un pizzico di narcisismo alle ragazze che aveva l’occasione di conoscere.

Un’altra passione che aveva coltivato fino a quando gli acciacchi dell’età non glielo avevano più consentito era il ballo, in particolare il tango: quella musica in cui tristezza e allegria, malinconia e voglia di vivere si mescolano in un tutt’uno, esercitava in lui un fascino particolare forse perché anche il suo carattere era così.

Alternava periodi di grande simpatia e affabilità, con altri fatti di mutismo e di cupe riflessioni esistenziali, quindi non sempre era facile avvicinarsi a lui in quei momenti, anzi era proprio meglio non farlo e lasciarlo nel suo isolamento. Avrebbe scelto lui stesso, come se niente fosse, il modo per riallacciare i contatti con il mondo. La sensibilità e il suo cuore “gonfio d’amore” – come spesso dichiarava – lo portavano a non essere sempre compreso e apprezzato come si doveva, soprattutto da certe ragazze, per le quali la scelta dello smalto o l’acquisto di magliette all’ultima moda costituivano l’unico argomento di conversazione.

Ancora oggi, malgrado i suoi settantatré anni, lo si poteva definire un bell’uomo, sempre molto curato nel vestire, stimato da tutte le persone del condominio in cui abitava, particolarmente per il suo modo di fare, fine ed educato, che gli aveva fatto guadagnare l’appellativo di “gentiluomo del 6° piano”.

L’appartamento, in cui stava ormai dal 2007 – cioè da quattro anni – era stato acquistato dai genitori molti anni prima, con lavoro e sacrificio; rimasto vedovo, aveva preferito lasciare la sua bella casa ai piedi della collina torinese: troppi ricordi, troppo grande, troppo solitaria… troppo tutto!

«Ritorno nel grembo materno» aveva detto un giorno ai suoi due figli per comunicare loro la scelta di vivere nell’alloggio dei nonni, ormai vuoto da anni, nel quartiere S. Paolo.

Per loro andò bene così: sapere il papà a Moncalieri o a Torino non avrebbe fatto differenza.

Marina viveva a Parma, sposata con un medico e senza figli; Fabrizio era a Milano, da solo, pilota d’aerei. Ci si sentiva al telefono sporadicamente. Quando c’era ancora la sua amatissima Anna, si andava a trovare i figli poi, però, Armando diradò quei viaggi, ridotto ormai ad affrontarli da solo.

Nel condominio spesso gli si domandava il parere riguardo a scelte da affrontare: i suoi consigli erano tenuti in massima considerazione, vista la sua cultura. Era giudice e aveva esercitato presso il Tribunale dei minori di Torino.

I suoi genitori erano saliti dalla Puglia quando Armando era ancora in fasce; la richiesta di manodopera nell’industria automobilistica torinese li aveva convinti, negli anni Cinquanta del dopoguerra, a “cercar fortuna” al nord, come facevano molte famiglie del Meridione e così Domenico e Carmelina vennero assunti alla catena di montaggio.

Abitava a Torino da qualche anno anche una zia nubile, Beppa, che aiutò la coppia ad allevare Armandino. Lei lavorava presso una ditta di tappezzerie di cui occupava uno stanzone pieno di stoffe, dove troneggiava una macchina da cucire. L’assemblaggio dei pezzi per sofà e poltrone avveniva invece in un’altra area poco distante; lo svolgere il suo compito senza altri colleghi intorno le permise, quindi, di portare con sé il piccolo Armando sul luogo di lavoro.

Il ragazzino non dimenticò mai i lunghi pomeriggi trascorsi là dentro: mentre zia Beppa, sempre intenta a cucire, con la testa china, gli lanciava solo delle occhiate, lui costruiva con la fervida fantasia che possedeva decine di storie inventate, che vedevano come protagonisti le pezze di stoffa, i rotoloni di filo, migliaia di bottoni, i rulli di bambagia. Vinceva così la noia e la tristezza, mentre fuori il clima grigio della città sottolineava, soprattutto d’inverno, la sua solitudine.

Non potendo avere un dialogo né con la zia né con i genitori, che stanchissimi tornavano tardi la sera, imparò così a “tenersi tutto dentro”.

I pochi amichetti della scuola, d’inverno, non avevano il permesso dei genitori per uscire e soltanto in primavera qualche partitella a calcio, nel cortile della casa con ballatoio di zia Beppa, gli faceva tornare il sorriso. Le lunghe estati afose trascorse all’oratorio – crescendo, aveva ottenuto l’autorizzazione a frequentarlo – gli consentirono nuove amicizie, sia maschili che femminili. Il confronto fra coetanei, però, non fu facile: spesso tornava a casa con un livido su un occhio o con un’espressione estasiata; non poche volte, verde di rabbia, rientrava verso sera e s’infilava in camera senza salutare nessuno. Quello che non sopportava erano le ingiustizie nei confronti di qualcuno più debole o più piccolo e allora, come un paladino, partiva alla difesa sferrando pugni e calci.

Comprese, col tempo, che questo non era certamente il modo di fare giustizia o di ottenere qualcosa: senza dubbio dovevano esserci altre strade.

Queste considerazioni, insieme a un episodio che lo coinvolse emotivamente, furono fondamentali per la scelta dei suoi studi. Nel primo anno di liceo venne ad abitare vicino alla zia Beppa una famiglia composta da un uomo e dai suoi due bambini di tre e cinque anni, orfani di madre. Il povero Gigi si spaccava la schiena di fatiche per garantire lo stretto necessario ai figli; un giorno, forse esausto per le numerose ore trascorse nel cantiere in cui lavorava, cadde dall’alto di un’impalcatura e morì. I due bambini, ormai soli al mondo, vennero inizialmente ospitati dal parroco della chiesa del quartiere, poi furono affidati a un orfanotrofio in attesa di essere adottati. Vennero quindi separati e affidati a due diverse famiglie, che vivevano in due differenti città. Armando non seppe più nulla sulla loro sorte, ma tutta questa vicenda, che lo toccò non poco, gli chiarì il percorso di studi che avrebbe seguito.

Giunse il giorno della discussione della tesi di laurea; i genitori di Armando, con il vestito buono e la zia Beppa, agghindata a dovere con un completo di sua confezione, erano orgogliosi del loro ragazzo. La brillante carriera che seguì ne fu la conferma.

 

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