Cronaca di una retrocessione

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore: Giorgio Astolfi

Note sull’autore

COD: ISBN 978-88-6690-014-6 Categoria: Tag:

Descrizione

Nel calcio, alla fine degli anni sessanta c’era un numero di categorie inferiore a quelle di oggi. La serie A e la serie B erano le professionistiche e la serie C e la serie D erano le “semipro”. In pratica dalla serie D si poteva accedere alla C (suddivisa in tre gironi: nord (girone A), centro (girone B) e sud (girone C)). A sua volta la serie D era suddivisa in vari gironi che includevano ciascuno varie regioni. Praticamente come oggi, con la differenza di un girone di C (la C2 ora Seconda Divisione) in meno. Le società di serie D funzionavano come le professionistiche con tanto di stipendi e ingaggi ai calciatori, allenamenti quotidiani, premi partita, strutture adeguate e calciatori che si trasferivano da una città all’altra, da una regione all’altra, da nord al centro e al sud. Certo, come oggi, ma quarant’anni or sono. Ovvio che le cose stavano un po’ diversamente, soprattutto tra nord e sud. E questa è appunto la peculiare storia vera, vissuta da un giovane ferrarese aspirante calciatore, che volendo riscattare il fallimento degli anni precedenti, quando giocava nelle giovanili della Spal (assieme a Eddie Reia e Fabio Capello) che militava in serie A, tenta l’avventura del campionato di serie D nella squadra di una cittadina lucana, Bernalda, in provincia di Matera.

Un deprecabile evento, il giallo della conclusione degli spareggi finali, i compagni di sventura, qualche personaggio, l’incontro con l’amore e altro ancora, fanno da sfondo al campionato e alle partite. Tutti ingredienti che lo guideranno verso una crescita più sul piano umano che su quello calcistico.

Pensiamo di fare cosa gradita ai lettori riportando anche la Prefazione originale, firmata da una penna famosa:

C’è “un gatto che sfugge da chissà cosa” nell’incipit notturno di questo romanzo breve e c’è una doverosa, tenerissima luce lunare.C’è una sinuosa e dolce figura femminile addormrntata. E, più avanti, c’è la memoria che ricama su se stessa, ci sono il pane e le rose del tempo perduto, le  albe faticose di un paese del sud e la gioia sillabata del viaggio nello spazio bruciante dell’avventura giovanile. E c’è il respiro schiettissimo della speranza.

Nella minima passione del documento puntiglioso in cui si dipana una narrazione dolce come un rivolo lento, scorre una storia domestica e universale riconoscibile affettuosamente come, solo, sanno essere le storie vere della vita vera.

E c’è in questa storia vera di vita vera il lirico accanimento della speranza giovanile, la ironia leggera del paesaggismo di una schietta fantasia che non si esercita su di una natura descritta sempre con uno stupore da prima  volta, ma sull’orizzonte minuscolo di una passione sportiva vissuta col distacco estraniato di un gioco infantile.

Quanta distanza dal feroce linguaggio dell’agonismo mercificato e quanta leggerezza così inedita nel regolamento di conti con la passione esosa della gara incontriamo in questa devozione quotidiana che scorre come chiedendo udienza con timidezza raccontando luoghi e persone, accese giornate di avventure sportive e incontri umani. E raccontando se stessa. E c’è in questa prova letteraria messa lì, quasi per gioco, un suono privatissimo, una privatissima melopea che sembra concepita solo per una diaristica personale e non destinata alla indiscrezione di altri, neanche di quella tacita donna la cui figura sinuosa dorme in una notte di tenerissima luce lunare o di quei compagni del gioco del pallone che corrono ansanti e allegri in queste pagine.

Forse Giorgio Astolfi ha destinato la sua “recherche” solo a quel gatto che sfugge da chi sa cosa e quindi, e non è solo un paradosso, a quei gatti curiosi che siamo noi: lettori avidi di storie vere di vita vera.

Michele  Mirabella

INCIPIT

NOTTE

Con questo caldo mi è impossibile dormire. Dalla finestra aperta entra la luce della strada, un giallo soffuso che si espande e muore nella stanza. Vedo la forma del corpo di mia moglie, tenero frutto di questa terra, girato, come solito, su un fianco, che dorme, e nella sua serena immobilità mi muove un moto di tenerezza. Il respiro appena percettibile accompagna con lieve ritmo il riposo. Fuori dalla stanza in penombra le voci della notte ripetono il rito dell’estate e del tempo: grilli e cicale, qualche timido abbaiare, un gatto che sfugge da chissà cosa, e qui, sugli alberi vicini, il canto notturno, monotono e fastidioso, della civetta; infine, smorzato dalla lontananza, il sordo rumore dell’auto di qualche nottambulo. Mi alzo e mi dirigo verso il balcone. Appoggiato al parapetto, guardo attorno e vedo bene, con le vie, le porte e le finestre, una parte del paese e dell’altra solamente i tetti, e un tozzo campanile che vi si eleva appena appena sopra. Un quadro fatto di parti illuminate e parti in ombra: di talune si vedono i contorni e di altre l’esatta forma; il tutto dà vita ad un suggestivo gioco di luci gialle che si alternano, e talvolta si mescolano, ad altre bianche, e poi assieme, come confusi tratti usciti dall’indecisa pennellata di un pittore dalle idee ancora vaghe, sciamano in macchie scure di gruppi di alberi che le fanno filtrare in deboli raggi disperdendole nel folto di rami e foglie assopiti e immersi nella notte silenziosa. Un’intera cittadina dorme tra questi giochi della notte in un caldo giorno di luglio. Non si vedono lampade accese nelle case, e proprio per questo mi assale il desiderio di vederne una salire dal piano terra a quello rialzato e lì, dopo un po’, spegnersi. Avverto istintivamente il desiderio di partecipare attraverso un movimento luminoso a un momento di vita, perché in questo silenzio degli uomini e con le luci che dipingono le loro case e le loro strade tutto sembra essere lì e così da sempre e che mai potrà animarsi. Eppure dentro i vaghi contorni e sotto i tenui chiarori c’è chi riposa e chi veglia, chi ama e chi odia, chi attende e spera e chi è già appagato, chi gioisce e chi soffre. Lì, in quel lembo di mondo momentaneamente nascosto al sole, c’è l’umanità. C’è la storia di una nazione, o meglio, la peculiare storia di una parte di una nazione perché qui siamo al sud, nei luoghi di uno stato che solitamente sono i più diseredati, i più disperati, i più carichi di dramma e di vita.
Sin dal giorno del mio arrivo in questa terra rossa ho provato a immaginare come si vivesse qui anche solamente qualche decennio prima. Ho richiamato alla mente ciò che Levi, Pavese, De Martino, hanno scritto su questi luoghi, cercandone i segni e le testimonianze. Così mi chiedevo se le donne in nero che incontravo per la strada fossero ancora quelle di De Martino con i loro sacri e preziosi segreti di magia e superstizione. E i “traini” che lenti si avviavano, all’alba, verso gli avari campi, erano quelli di Levi? Poi, la surreale città scolpita nel “sasso” aveva risolto il problema del chinino? E anche qui un confinato politico ha avuto una storia d’amore con la donna che lo accudiva e gli curava la casa? Ma queste erano fantasie e domande retoriche di un giovane ventenne immerso all’improvviso in un mondo tanto diverso da quello da cui proveniva. In realtà, le cose stavano un po’ diversamente e le risposte vennero subito perché era manifesto il segno del tempo che portava le trasformazioni.
Alla fine degli anni sessanta, quando arrivai a Bernalda, c’era un evidente e molto visibile strappo col vecchio. Il paese intero, uomini e case, stava vivendo una lotta, cruda e difficile, tra un passato ostinato e duro a morire e un presente che anelava al progresso e al nuovo. Ed erano queste due anime a segnare i giorni, a scandire le stagioni, a regolare gli anni e a imprimere la loro immagine su ogni cosa. È trascorso un quarto di secolo dai miei primi ingenui interrogativi ed è stato sufficiente un lieve respiro di tempo a sancire la vittoria del mondo nuovo e del suo inarrestabile divenire e perciò a trasformare letteralmente una piccola città meridionale.
In questa terra, tra la gente che ora dorme in queste case, ho vissuto per quasi un anno un’esperienza singolare, almeno per quei tempi. Anch’io qui, sotto un tetto, ho gioito e sofferto, ho odiato e perdonato, mi sono illuso e disilluso, ho incontrato l’amore. Sono stato uno di loro. Un paesano. Uno che forse ha dato qualcosa e che ha, comunque, ricevuto qualcosa.

1 recensione per Cronaca di una retrocessione

  1. Oliviero Angelo F

    Una retrocessione vincente

    Questo breve romanzo di Giorgio Astolfi è la storia di una stagione calcistica, esattamente quella del 1967/1968 nella vecchia serie D, e ancora più esattamente, della stagione calcistica del U.S. Bernalda inserita nel girone G di questa serie semiprofessionista, anticamera del calcio “che conta”.
    Ma non solo. E’ la storia di un ragazzo di vent’anni che lascia la tranquillità domestica della sua Emilia per inseguire sogni, passioni e illusioni e vive una stagione che lo segnerà profondamente e lo legherà a questo paese della Basilicata.
    Ma non solo.
    E’ la testimonianza di una “famosa” invasione con aggressione all’arbitro che è costata una lunga squalifica del campo alla società calcistica e molto di più. Un’aggressione che è ancora viva nei ricordi dei cittadini bernaldesi a tutt’oggi. Almeno a quelli non più giovanissimi.
    Ma non solo.
    E’ una serie di ritratti empatici e significativi ad alcuni personaggi che hanno affiancato la storia di questo giovane calciatore nella sua stagione bernaldese.
    Ma non solo.
    E’ una disamina in tinte poetiche e profonde di due modi e mondi diversi di esistenza, una crescita interiore.
    Ma non solo.
    E’ il dramma di una retrocessione calcistica avvenuta solo all’ultima giornata e soltanto per l’aleatorio lancio di una monetina ma è anche l’orgoglio di avere dato tutto sfiorando un miracolo calcistico ma consapevoli di averlo meritato e di esserci andati comunque vicinissimi. Ci sono sconfitte e sconfitte e questa ha comunque il profumo quasi di vittoria. Una scesa in campo per l’orgoglio e la voglia di esserci e lottare contro tutto e tutti e di farlo sapendo di non essere nemmeno pagati adeguatamente per farlo. Ma i sogni, si sa, non hanno prezzo.

    Confesso che quando ho cominciato a leggere questo e-book di Giorgio Astolfi l’ho fatto incuriosito dal titolo non sapendo assolutamente a quale squadra si riferisse e scoprire che si trattava della squadra di Bernalda mi ha sorpreso piacevolmente e mi ha coinvolto maggiormente nella lettura. Bernalda, infatti, è il paese nativo di mio padre e la meta di ogni mia estate vacanziera. Un ulteriore dono emotivo graditissimo.
    Sono però assolutamente convinto che ogni lettore resterà coinvolto a prescindere da queste pagine ben disegnate dal bravo autore, affacciandosi in un mondo a cavallo tra il passato e il futuro con le contraddizioni tipiche di ogni realtà in via di sviluppo, tra poesia e passione, tra tradizione e futuro, tra sogni e realtà, tra il bianco e l’azzurro che colora questa storia vera e vissuta.
    Grazie Giorgio Astolfi.

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