Costanza di Svevia. Il ritorno da regina

18,00

Formato: Libro cartaceo pag. 296

Autore: Chiara Curione

Note sull’autore

 

COD: ISBN: 978-88-5539-107-8 Categoria: Tag:

Descrizione

Intrighi e tradimenti, guerre civili, lotte per la conquista del regno di Sicilia e di Puglia, nell’avvincente romanzo di Costanza di Svevia.

In questo quadro dei Vespri Siciliani, la regina Costanza, moglie di Pietro d’Aragona, rivendica il trono di suo padre facendo emergere la forza, la tenacia e la capacità di tenere gli equilibri in un posto dove tutto scoppia facilmente come in una polveriera. Accanto a lei risaltano due figure femminili: la baronessa Macalda sua rivale anche in amore e Imelda, donna medico, una delle poche donne formate alla Scuola Medica Salernitana e vista con sospetto per le sue doti e la voglia di indipendenza.

I personaggi maschili, mossi dal desiderio di potere, sono forti e astuti, a volte mostrano debolezza, ma emerge in loro sempre il lato umano facendone nel bene e nel male uomini degni d’onore.

Una storia controversa che tocca direttamente e indirettamente tutta l’Europa, in Sicilia dove tutti bramano il potere di una zona strategica che era ed è di fondamentale importanza politica.

 

 

INCIPIT

Prologo

Palermo, 29 marzo A.D. 1282

 

 

C’era una strana elettricità nell’aria mentre si avvicinava l’ora del vespro, e il sole diventato come sangue rosso purpureo si rifletteva sul verde delle campagne, filtrando con i suoi ultimi raggi tra i rami degli alberi e gettando ombre sui fiori di primavera.

Era giorno di festa e la gente giungeva numerosa alla periferia della città, per pregare nella chiesa dello Spirito Santo, a circa mezzo miglio a sud delle antiche mura di Palermo, come accadeva sempre ogni lunedì di Pasqua. Poco distante, gruppi di uomini e donne facevano merenda sui prati. Alcuni intonavano canti tradizionali, i giovani danzavano con le ragazze al suono di zufolo e tamburello, famiglie con bambini passeggiavano nella campagna in attesa di entrare in chiesa per la messa, quando i canti e le danze cessarono.

La ronda serale dei soldati francesi giunse disordinata e rumorosa. Alcuni soldati attraversarono i prati e senza riguardo spintonarono i ragazzi che ballavano, deridendoli e allontanandoli dalle ragazze per ballare con loro. Alcuni tentarono di reagire, ma furono minacciati con le armi, quando il sergente della squadra tolse l’elmo da cui uscì una folta chioma nera, porgendolo al suo soldato e afferrò il braccio di una delle giovani per ballare con lei. Il fidanzato di questa si fece avanti per proteggerla, ma era senz’armi e il pugno sferrato dal sergente che indossava guanti con guarnizioni di metallo lo colse in volto, stendendolo all’istante. «Incapable de défendre leurs femmes!» disse tra le risa sghignazzanti dei suoi uomini cui porse i guanti appena sfilati.

«Lascia stare mia sorella!» esclamò un ragazzino di nove anni che era seguito da un cane e si precipitò per difendere la ragazza che si stava ribellando e si rifiutava di ballare col sergente francese. Mentre il ragazzino lanciava calci e pugni, questo lo afferrò scuotendolo in malo modo, tra le derisioni degli altri soldati, quando il cane meticcio cominciò a ringhiare contro di lui. Prima che il sergente facesse del male al bambino, un vecchio si parò davanti a lui, offrendogli da bere.

«Su, su, è giorno di festa!» disse insistendo con il boccale del vino e invitando anche gli altri soldati.

Il sergente girò di spalle il ragazzino, con un calcio sonoro al sedere lo fece rotolare nel terreno e afferrò il boccale offertogli.

Ne annusò l’odore: «C’est bon!» esclamò e bevve avidamente mentre il liquido scivolava ai lati della bocca e sulla barba nera che asciugò strofinandosela con il braccio, soddisfatto, passando il boccale ai suoi sottoposti.

«È giorno di festa, lasciate stare le figliole, stiamo in pace!» lo ammonì il vecchio.

«Va-t’en, vieil imbécile!» rispose il sergente con uno spintone, suscitando risate sguaiate da parte degli altri soldati che si passarono il boccale e bevvero.

Intanto il sergente notò qualcosa di più interessante e lasciò il grosso della compagnia seguito da due dei suoi uomini.

Giungevano Giovanni da Procida e il caro amico Ruggero Mastrangelo. Giovanni, naso pronunciato, capelli bianchi e leggera barbetta, per passare inosservato tra la gente, indossava un saio, tanto da sembrare un frate mendicante, nonostante la sua età era ancora energico, dallo sguardo vivace e penetrante, non perdeva nulla di quello che accadeva intorno. I due uomini erano seguiti dalla giovane consorte di Ruggero in compagnia di Imelda, la figlia di Giovanni, una ragazza snella, dai capelli ramati.

«Fanno la ronda ma sono già ubriachi» commentò Giovanni accortosi del tafferuglio più giù.

«Li odio questi francesi, se avessimo le nostre spade, li avremmo già infilzati come spiedi!» esclamò Ruggero con rabbia per il divieto che gli angioini avevano imposto ai siciliani di portare le armi.

«Nessuno meglio di te saprebbe maneggiare una spada, ma devi avere pazienza! Conquisteremo la libertà, attendiamo il momento opportuno per reagire e poi prepareremo con cura l’arrivo della nostra regina!» rispose Giovanni all’amico dal fisico asciutto e atletico, abile in battaglia quanto dieci uomini, che aveva ricoperto importanti incarichi pubblici oltre a essere stato ex capo di una milizia di re Manfredi e sempre fedele agli Svevi.

Benedetta e Imelda ascoltarono quello scambio di battute e si guardarono negli occhi.

«Affrettiamoci a entrare in chiesa!» esortò Imelda con preoccupazione, girandosi e notando che i suoi fratelli Francesco e Tommaso erano ancora distanti. Imelda, che era più giovane dei suoi fratelli, due uomini con famiglia ormai, aveva poco più di vent’anni e temeva che alla fine qualcosa sarebbe successo: conosceva la situazione esplosiva dai commenti ascoltati da suo padre su una riunione che si era tenuta con i nobili siciliani. Giovanni da Procida, un tempo stimato medico alla corte degli Svevi, l’aveva allevata con sua moglie senza nasconderle nulla, rendendola partecipe a tutti gli eventi e abituandola a essere forte e a reagire a ogni avversità da quando lui era stato privato dei suoi beni e costretto a vivere da esule. Dopo la morte di re Manfredi di Svevia, a Giovanni era stato confiscato ogni bene dagli angioini, così aveva operato come medico e vivendo solo dei proventi della sua professione, che poi aveva insegnato a Imelda. Tuttavia, mal sopportando la tirannia del nuovo re, Giovanni aveva trascorso un lungo periodo alla corte aragonese, in Spagna, dove era stato accolto a braccia aperte dalla regina Costanza. Imelda nel frattempo si era perfezionata come medico all’università di Salerno, avendo anche l’appoggio di sua madre, che era rimasta con lei. Ma dopo la morte della madre, ormai seguiva il padre ovunque nei suoi viaggi tra la Spagna e la Sicilia e lo aiutava. Lei conosceva bene i pensieri di Giovanni, la sua fedeltà e abnegazione per la famiglia sveva e la stima che riponeva nella figlia di re Manfredi, la regina Costanza, una donna forte e intelligente che aveva conquistato il cuore difficile di suo marito Pietro, il re d’Aragona.

Benedetta e Imelda non attesero la risposta dei due uomini, a passo spedito si incamminarono verso il sagrato del tempio, quando il sergente francese, alto e muscoloso, nella sua cotta di maglia sotto la tunica rossa, si parò davanti a loro, bloccandole.

«Alt!» intimò alle giovani e puntò Benedetta, con lo sguardo del predatore.

«Perché questa fretta, bellezze?» domandò Drouet col suo accento francese.

Benedetta era bellissima e non passava inosservata; per quanto si sforzasse di non farsi notare, era alta più della media, dal viso delicato con occhi grandi e verdi, rimase bloccata dalla paura, senza dire una parola. Temeva quell’uomo volgare che la trapassava con lo sguardo, studiando il suo corpo. Ne aveva sentite tante sui soldati francesi che avevano occupato la sua terra e avevano violentato donne e bambine senza pietà, lei era terrorizzata.

L’uomo la afferrò per il braccio, ordinò ai due che lo seguivano di perquisire anche l’altra ragazza, alla donna ci avrebbe pensato lui, disse allontanandosi e trascinandola con sé.

Benedetta cercò di divincolarsi, ma Drouet la spinse al muro della chiesa avvicinando il viso tanto da farle percepire il suo alito pieno di alcool, cominciò a toccarla, le strappò la veste, annusando l’odore della donna le mise una mano sui seni e sollevò la gonna. L’urlo di Benedetta fu così forte che Drouet non si accorse del marito alle sue spalle che in un gesto fulmineo lo afferrò per capelli, impadronendosi del suo pugnale. E prima che i suoi soldati si rendessero conto di quello che stava accadendo, il marito di Benedetta trapassò la gola dell’uomo da parte a parte.

«Che tu sia maledetto, francese!» esclamò Ruggero con tutto l’odio che provava per lui e tutti quelli come lui.

Un fiotto di sangue inarrestabile sgorgò dalla gola del soldato mentre Benedetta cadeva svenuta e suo marito impugnava ancora l’arma brandendola in difesa di chiunque si avvicinasse.

«Muoiano, muoiano questi francesi!» gridò Giovanni aizzando il popolo in difesa anche di sua figlia che stava lottando per liberarsi degli altri due francesi.

Un grido unanime si levò dalla folla e, mentre i soldati francesi si stavano precipitando per vendicare il loro sergente, un giovane sollevò una pietra e la scagliò contro di loro. Dietro di lui la folla inferocita, per l’odio che da troppo tempo era stato represso, si accanì contro i soldati come una belva inarrestabile.

«Mora, mora!» si sentiva urlare mentre i gendarmi francesi venivano circondati sul sagrato e nella campagna. Le armi che i soldati avevano per difendersi non servirono a proteggerli dalla furia di uomini, donne, fanciulli che cominciarono a lanciare pietre, afferrare i coltelli con cui prima avevano affettato il pane. Sulla campagna si rovesciavano tavoli, roteavano mazze, balenavano coltelli e spade, sassi di ogni dimensione solcavano l’aria. Ruggero sembrava invincibile, combatteva contro tutti i francesi che si paravano davanti a lui in difesa dei loro compagni. In un attimo si accese una lotta accanita che riempì la campagna di morti e feriti, anche i francesi che non facevano parte dei soldati di guardia furono uccisi con le loro mogli e i loro figli. Tutto intorno sembrava un inferno di sangue.

Imelda fu libera e con suo padre aiutarono Benedetta, ancora svenuta, trascinandola in chiesa. Raggiunsero la sagrestia, dove li accolse il sacerdote che si era rifugiato con tre nobildonne anziane, mentre anche lì giungevano le urla della sommossa, si udirono grida e lame che cozzavano tra loro. Fuori c’era l’inferno, mentre la statua della Madonna vegliava i rifugiati in sagrestia e le donne pregavano in ginocchio. Presto non si sentì più nessun rumore, e sulla soglia della sagrestia giunsero uno dei figli di Giovanni e Ruggero Mastrangelo, sporchi di sangue e impolverati.

«Li abbiamo disarmati e uccisi» disse Francesco, il figlio maggiore di Giovanni, col viso impolverato e la tunica verde schizzata di sangue. «Le armi dei francesi non sono servite a proteggerli» aggiunse, osservando sua sorella in piedi, vicino a Benedetta.

Ruggero era giunto dietro di lui, senza mantello, con la camicia strappata e macchiata di sangue, i capelli incollati al volto sudato, schizzato di sangue e livido. Respirava ancora affannosamente quando aveva abbracciato sua moglie, da stringerla fino a levarle il fiato. Poi ancora tenendola stretta tra le sue braccia, si rivolse a Giovanni.

«Li abbiamo uccisi tutti!» riferì. «Anche chi non faceva parte della ronda. Sono un seme da estirpare!» dichiarò con lo sguardo ancora carico di sete di sangue e di vendetta.

«Era il momento che aspettavamo!» esclamò Giovanni che tanto si era adoperato per il consenso dei nobili siciliani contro gli angioini.

«Un giorno di festa, trasformato in un giorno di morte!» rimproverò il prete, disapprovando la violenza.

«Suonate le campane del vespro!» ordinò Giovanni senza raccogliere quelle parole, non era il momento di fare polemica, e quella era stata la scintilla che tutti aspettavano, i soprusi che da anni subivano, dalle ingenti tasse alle violenze, agli espropri che non solo il popolo, ma anche i nobili avevano subito erano tali che sarebbe stato meglio combattere e morire.

«Presto, non c’è tempo da perdere! Mandate dei messaggeri in tutta la città per informarli di quello che è accaduto ed esortare gli uomini a levarsi contro l’oppressore!» disse Giovanni e lasciò le donne al sicuro in chiesa per raggiungere con Ruggero la zona centrale della città.

Mentre tutte le campane di Palermo suonavano l’ora del vespro, ci fu una caccia spietata ai francesi, tutti gli stranieri furono uccisi, chi tentava di fuggire, chi di nascondersi, ma nessuno si salvò, neanche chi viveva lì da anni e si era sposato con le donne del posto che furono uccise con i loro figli. Il demone della violenza aveva preso piede senza freni e all’alba la città era un deserto popolato da cadaveri straziati in ogni modo.

«Questo è solo l’inizio!» pensò Giovanni, quando nel centro della città al suono delle trombe fu proclamato il capitano della città e fu innalzata la vecchia bandiera siciliana.