Un’altra direzione

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore: Lorena Marcelli

Note sull’autore

COD: ISBN 978-88-6690-336-9 Categoria: Tag:

Descrizione

Fine anni ’70: è già in vigore in Italia la legge sull’aborto, ma per la sedicenne Manuela, incinta di Augusto, di cui si è perdutamente innamorata, la famiglia rigorosa e benpensante non vede altra soluzione che il matrimonio “riparatore”. Il ragazzo, però, è dedito all’alcool e alla cocaina, e si rivela ben presto un marito violento e irresponsabile. Un grave incidente d’auto lascerà Manuela vedova con una figlia piccola e un altro bimbo in arrivo a soli ventitré anni.

Più tardi, Manuela cercherà di formare una nuova famiglia con Gianni, ma anche quest’ultimo si rivelerà essere l’uomo sbagliato. Grazie all’aiuto dell’amica Chiara, Manuela comprenderà alla fine che è possibile trovare, per la sua vita, un’altra direzione.

Un romanzo al femminile forte e vero, sulla difficoltà di essere donna e sul diritto alla felicità.

INCIPIT

PARTE PRIMA – Settembre, un giorno qualsiasi

1

Pioveva. Il ticchettio ritmico e costante della pioggia l’aveva svegliata prima ancora che l’allarme del cellulare suonasse. Si mosse con attenzione, allungò la mano scarna verso il piccolo tavolo di legno chiaro che fungeva da comodino, e bloccò la suoneria appena in tempo per non svegliare suo marito, che ancora dormiva accanto a lei. Non voleva disturbarlo. Si sarebbe dovuto alzare di lì a poco e meritava di riposare ancora un po’. Un attimo prima di scivolare fuori dal letto si soffermò a guardare l’uomo con il quale condivideva la vita da quindici anni e sorrise fiduciosa, tendendo una mano verso la sua testa ma ritirandola subito dopo, quasi intimorita, senza trovare la forza per accarezzarlo. Ormai erano mesi che era cauta, con lui, ed evitava di toccarlo e coccolarlo come faceva una volta, quando la loro vita sembrava scorrere via leggera e allegra, senza problemi. Stavano attraversando un periodo molto difficile, ma ce l’avrebbero fatta. Ce la dovevano fare per forza. Non c’era altra scelta. Lo sapeva, ci sperava. Aveva riposto le ultime speranze sul percorso di recupero che lui aveva iniziato e sulla voglia che suo marito aveva di buttarsi alle spalle l’errore che, per poco, non aveva distrutto il loro magnifico matrimonio. Poteva contare su un uomo che, nonostante tutto, credeva nel loro rapporto ed era sicura che lui si sarebbe impegnato fino in fondo per superare il momento di debolezza che lo aveva colto. Con un breve sospiro appoggiò i piedi nudi a terra e rabbrividì. Faceva freddo, anche se l’estate era appena finita. Uscì dalla stanza cercando di fare meno rumore possibile, ma le porte della casa cigolavano di continuo ed era impossibile cambiarle. Chiuse lentamente, dietro le esili spalle, quella del bagno e sfilò il pigiama di felpa pesante. Su una rivista di arredamento aveva visto delle porte di legno color avorio che erano una meraviglia; sarebbero state davvero adatte per la sua casa, ma loro non potevano sostenere una simile spesa. Almeno non per il momento, perché i soldi non bastavano mai. Anche le sedute dalla psicologa costavano parecchio ed erano mesi che non si potevano permettere spese extra. Nessun piccolo lusso o capriccio da poter soddisfare. C’era sempre un’emergenza cui far fronte e Gianni, nonostante le parecchie ore di straordinario, non guadagnava mai abbastanza. Si lamentava continuamente con lei per quella situazione. Il suo datore di lavoro era spesso in ritardo con gli stipendi e quel mese l’accredito non era ancora arrivato. Nonostante le difficoltà in cui spesso si trovavano molto prima della quarta settimana del mese, Gianni le aveva sempre impedito di parlare con Grilli, il direttore generale dell’azienda dove lui lavorava; direttore che, fra l’altro, era uno dei migliori amici di suo padre e della sua famiglia che, prima di allora, non aveva mai avuto problemi di liquidità. Erano anni che suo marito lavorava per la ditta che il Grilli dirigeva con grande prestigio. Il lavoro gli era stato proposto grazie all’interessamento di suo padre e lei lo aveva spinto ad accettare senza esitazioni. La ditta non aveva mai avuto problemi, ma, forse, la crisi cominciava a sentirsi anche in quel settore. Aprì il rubinetto della doccia e aspettò che l’acqua diventasse calda, quasi bollente. Amava fare la doccia appena sveglia, prima ancora di guardarsi allo specchio o di preparare il caffè per suo marito. L’acqua calda riusciva a toglierle di dosso, almeno per un attimo, il senso d’inadeguatezza che ultimamente la coglieva più spesso del solito. Inadeguata. Si era sempre sentita così nei momenti in cui l’evolvere della sua vita prendeva una direzione non scelta con accuratezza da lei. «Devi stare in stand-by» le aveva detto molti mesi prima la sua analista. «In questo momento non puoi prendere decisioni importanti che potrebbero cambiare completamente la tua vita. Qualsiasi scelta potrebbe essere sbagliata. Devi stare a guardare come se tu fossi un semplice spettatore esterno e osservare cosa succede mentre gli eventi evolvono. Devi stare accanto a tuo marito e dargli una chance; dopo tutti questi anni non puoi prendere una decisione avventata. Te ne pentiresti subito.» Sapeva che la dottoressa aveva ragione. La conosceva meglio di qualsiasi altro al mondo, compreso se stessa. L’aveva incontrata per la prima volta quando aveva solo venti anni e da allora aveva intrapreso un percorso doloroso che, però, l’aveva fatta crescere e l’aveva aiutata ad analizzare ogni situazione in cui si era trovata, ogni singolo comportamento, dandole la chiave per tenere sotto controllo tutto quello che succedeva nella sua vita. Uscendo dalla doccia avvolse i capelli scuri in un turbante di spugna e calzò le infradito azzurre che le aveva regalato sua figlia, in estate. Roberta era rimasta solo una settimana e non si era accorta di nulla. O aveva fatto finta di non accorgersene. A trenta anni era diventata di una bellezza sfolgorante, identica a suo padre, di cui non ricordava nulla o quasi, morto quando lei ne aveva appena sei. In cucina aprì le imposte e le fissò al muro, affrettandosi a chiudere la finestra. L’aria era fredda e il vento che aveva iniziato a soffiare all’improvviso deviò la pioggia sul suo viso, facendola rabbrividire. Con gesti quasi meccanici accese la radio e si preparò il caffè. Mentre lo sorseggiava lentamente, lasciò vagare lo sguardo attraverso la finestra del piccolo cucinino. Quando aveva tempo le piaceva osservare la vita che scorreva al di là dei vetri delle finestre della sua casa. Era un’attività che la rilassava molto e che le ricordava, ogni volta che lo faceva, che la vita continuava a scorrere e che nessuno poteva permettersi il lusso di fermarsi per non affrontarla, anche se non era quella che si voleva vivere. Lasciò scorrere lunghi minuti osservando una signora anziana che attraversava la strada per recarsi alla funzione mattutina delle sette, e poi, con lo sguardo seguì due ragazzi che correvano nonostante la pioggia insistente, che sferzava con forza i loro visi, chini sul mento. Guardò l’orologio appeso alla parete di fronte e finì di bere il caffè, accelerando ogni movimento. Si stava facendo tardi e prima di andare al lavoro aveva ancora tante cose da fare. Scarabocchiò velocemente la lista della spesa e fissò il biglietto alla lavagna magnetica, in modo che lui potesse vederla subito. Accanto alla lavagna c’era una foto dei suoi ragazzi, quando erano ancora piccoli. L’Adriatico era azzurro come gli occhi del piccolo Marco e della meravigliosa Roberta. I bambini sorridevano felici mentre facevano il bagno. Passavano ore fra le onde e non volevano mai uscire dall’acqua. Roberta aveva un salvagente giallo, enorme, e Marco non si separava mai dal suo canotto rosso. Era piccolissimo, buffo, a forma di granchio. Marco lo adorava. Sorrise ai suoi due bambini ormai diventati adulti e lavò la caffettiera. Riempì di nuovo la caldaia e la preparò, pigiando con forza con il cucchiaino la miscela di caffè preferita da suo marito. Stese una tovaglietta gialla sullo stretto tavolo e ci sistemò sopra una tazzina capovolta, una zuccheriera e un cucchiaino d’argento. Tagliò due fette di torta al cioccolato e raccolse le briciole. Tutto era pronto per la colazione di Gianni. Tutto era perfetto, come ogni mattina. Da quindici anni. I capelli erano ancora umidi, quando tolse il turbante di spugna. Invece del phon avrebbe passato la piastra, evitando di fare troppo rumore. Prima di spegnere la luce in cucina strappò un foglio dal block notes e lasciò il solito biglietto mattutino. «Buongiorno tesoro. Ogni giorno che passa ringrazio la sorte che ci ha fatto incontrare e che mi ha dato la possibilità di poter amare un uomo buono come te. I momenti bui stanno per finire, me lo sento. Non smettere mai di lottare, io sarò sempre con te. Con amore, Manuela.» P. S. «Ho già preparato la pasta al forno. È nel microonde, falla riscaldare e mangiala tutta.» Mentre si recava nella vecchia stanza di Marco per vestirsi, notò che sul divano del soggiorno era rimasto il plaid che Gianni usava di sera, per coprirsi quando guardava le partite di calcio sul canale digitale. Le loro sere, da tempo, scorrevano nello stesso modo: lui passava ore in silenzio a guardare le partite e lei gli stava seduta accanto, anche se odiava lo sport. Ogni tanto lo invitava a fare un giro sul lungomare e lui le rispondeva svogliato, senza nemmeno guardarla: «Vai tu, lo sai che non mi piace camminare.» Le settimane scorrevano lente e sempre uguali; nulla riusciva a sconvolgere la monotonia che era riuscita a crearsi intorno. Il martedì e il giovedì lui aveva gli allenamenti in palestra; il lunedì e il mercoledì lei tornava tardi, dopo le lezioni di pilates. Il venerdì era dedicato alla spesa, mentre il sabato e la domenica si guardava la Tv. Doveva essere diventata sorda e cieca per ostinarsi a non voler ammettere che le cose non andavano per il verso giusto e che quella non era la vita che voleva e che sognava, quando aveva sposato Gianni. Non voleva ammettere la realtà e non avrebbe mai ceduto alla stessa. Tutto sarebbe passato, ne era certa. Tutto doveva passare. Era già accaduto. Era accaduto di peggio e lei lo aveva superato. Avrebbe superato anche quei momenti bui. Piegò il plaid e lo ripose sul divano, poi, finalmente, si vestì e uscì per andare a lavorare. Gianni non si era svegliato.

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