Il filo di Arianna

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore: Luisa Ferretti

Note sull’autore

COD: ISBN 978-88-6690-013-9 Categoria: Tag:

Descrizione

Alla narrativa italiana mancano molto libri come questo. Soprattutto mancano giovani autori disposti a rinunciare all’irresistibile smania di “copiare” i grandi e di produrre pagine che potrebbero essere tranquillamente utilizzate come ultimo inserto del kamasutra, o come didascalie per un film di Tarantino. Sono pochi gli scrittori capaci di andare controcorrente, di dare spazio ai sentimenti, ai problemi, a ciò che è irresistibilmente e infinitamente umano. Luisa Ferretti questo coraggio ce l’ha. La sua Arianna è una creatura delicata, un fiore piccolo e bellissimo, una ragazza condannata a vedere dove gli altri guardano, una poesia. È qui, dove l’adolescenza non è ancora età adulta, dove c’è la donna ma non ancora la femmina, che scoppia il dramma della vita, quello che abbiamo tutti e che tutti scegliamo di vivere a modo nostro. Arianna è un'”Albachiara”, anch’essa sola nella propria stanza con “tutto il mondo fuori”. Il “filo” della protagonista sta proprio questo suo odio-amore che si protende verso ciò che è esterno, questa incapacità di stare nel mondo ma anche di abbandonarlo. E Luisa Ferretti ci parla ora di anoressia. Ci trascina piano, impercettibilmente, in una dimensione da incubo, in un quartiere malfamato e labirintico dalle mura tappezzate d’angoscia. Ma Arianna è un’anima pura e la prosa della Ferretti è una musica dolce, cristallina. L’analisi della tragedia è fredda, razionale, ma i sentimenti, i buoni sentimenti, non ci abbandonano mai. Geniale, a parere di chi scrive, l’invenzione del “pensiero scemo”, chiave di tutto e vero “filo” di Arianna, della storia e di chi, stupito, la legge.

a cura di Thomas Pistoia di “Via Oberdan”

INCIPIT

Passa credimi il tempo-

Lo dico gaia a tutti quelli che soffrono-

Essi sopravvivranno-

Oh, sì, esiste un sole-

Anche se ora non vogliono credervi-

(Emily Dickinson)

Un tempo riuscivo a ridere con tutti

Un tempo riuscivo a vedere che c’è di buono in me

Il nero e il bianco che coloravano in modo netto

Trattenendo il mondo dentro di me,

ora tutto il mondo è grigio per me

Nessuno riesce a capirmi, credimi”

(“The Night Comes Down”-Queen)

Una vita compassata

Ore sette e un quarto.

Capitava un’altra mattina e ad Arianna capitava di esserci. Dormiva e non c’erano rumori lungo la via. Non c’era neanche silenzio. Un gomitolo ancora irrisolto, il seguito della sua giornata. Passava una pagina di tempo senza che lei se ne accorgesse e così le sembrava di venir svegliata solo dallo scalpiccio delle pantofole di sua madre che camminavano con una precisione irritante per tutta la casa, e dai cassetti sbattuti forte da suo fratello. Forse c’era dell’altro. Qualcosa di strano le faceva aprire gli occhi, impastati dal sonno, sfogliandole velocemente la mente.

La sua vita, forse?

Sbadigliava, si alzava dal letto e barcollando un poco si avvicinava alla finestra. Ripuliva con le dita infreddolite una parte di vetro e rimaneva a guardare quel mondo liquefatto di grigio che occhieggiava tra una gocciolina e l’altra. Il mondo sudava già freddo nel giorno ancora in sospeso e l’espressione del suo volto sembrava perdere colore, uniformarsi piano alla luce sbiadita tradendo un’inquietudine tipicamente infantile. Un’espressione che Arianna ritrovava, di prima mattina, nel volto di suo fratello. Il babbo non c’era, era in ufficio da quasi un’ora. Suo fratello se ne stava in cucina a mangiare frettolosamente alcuni biscotti che aveva l’abitudine di picchiettare sul tavolo prima di immergere nel latte al cacao. Mangiava, sfogliava il giornale sportivo e guardava la tivù fingendo di non notare il volto pallido di sua sorella che gli si sedeva accanto senza neanche salutarlo. E senza mangiare. Tutto ciò creava un certo malumore anche nella mamma, che era infastidita nel vedere suo figlio impigrirsi di prima mattina, conscia del fatto che esisteva un solo modo giusto per affrontare la giornata: il suo.

“Devi per forza tenere la tivù accesa?” brontolava quando si affacciava in cucina, con la sua camminata irritante, e la mente presa da una lista della spesa ancora da ridefinire. “Che palle” rispondeva Damiano, limitandosi ad abbassare il volume della tivù, e a scrollarsi di dosso briciole di biscotti con un gesto nervoso.“Ciao, ci vediamo stasera” diceva uscendo velocemente dalla cucina. “Ciao” rispondeva a scoppio ritardato sua sorella, fissando le arricciature della tovaglia color panna che creavano come un risucchio attorno alla tazza del fratello. Questi era uno studente modello ma la madre, malgrado ciò, aveva non poco da penare per fargli togliere dal tavolo la tazza con il cacao incrostato sul fondo e metterla nel lavello con le altre. “La tazza! Almeno la tazza” gli gridava dietro tutti i santi giorni. Ma lui, dopo essersi risistemato il ciuffo dei capelli con teatrali spruzzate di lacca, non l’ascoltava e fuggiva via sbattendo forte la porta alle sue spalle, mentre Arianna, sbriciolando un biscotto sopravvissuto all’assalto famelico di Damiano, s’impegnava a scrivere, con sgangherate lettere di briciole, il proprio nome.

Un nome che non faceva mai in tempo a completare e che rimaneva infine lì, sul tavolo, quasi a voler firmare la strana natura morta della tazza sporca del fratello. Una natura morta che anche la mamma, con indosso la sua vestaglia da ospedale, si soffermava qualche volta a guardare, senza avere la pretesa di comprendere, ma con il solo scopo di rimettere tutto in ordine com’era prima.

Spazzandola via.

“Ciao, io vado. È tardi” Arianna ingoiava a fatica le parole, correndo lungo le scale, con la piatta convizione che il giorno dopo, e il giorno dopo ancora, avrebbe rivissuto questa stessa scena. Senza neanche ricordarsi di prendere l’ombrello. “L’ombrello!” le gridava la mamma affacciata al balcone, brandendo in aria l’ombrello come una scure. Arianna ritornava sui suoi passi. Alzava le spalle e faceva segno che non le serviva, ma la mamma insisteva gridandole: “Almeno l’ombrello!” “Ho detto di NO, mamma!” le rispondeva infine con le braccia alzate.

La mamma, visibilmente stizzita, richiudeva la finestra e scompariva dietro le tende bianche, inamidate, che si muovevano lievemente fino a ritornare immobili. Nel fissare le tende afflosciarsi dietro il passaggio della madre, Arianna provava sempre una dolorosa sensazione di smarrimento che le stringeva il cuore e la mente. Una sensazione da cui si riprendeva solo scrollando goffamente le spalle e dicendosi:

“Che scema che sono, non morirò mica per due gocce di pioggia!”

Solito autobus. Solito percorso. Solite facce. Ogni giorno che bisognava vivere senza un perché, o forse con un perché, appariva agli occhi di Arianna come un cerchio perfetto che andava disegnato su fogli bianchi, senza lasciare che la mano tremasse sbavando i contorni di un’identità precisa. Logica. I cerchi già disegnati, poi, erano così perfetti da contenere il vuoto senza sconvolgere troppo quella serie infinita di fogli dalle parole frantumate che si raggomitolavano attorno a domande ancora senza risposta.

A scuola, di solito, negli spogliatoi, dopo l’ora di ginnastica, si discuteva di un problema di fondamentale importanza: le mestruazioni. “Assorbenti esterni o assorbenti interni?”. Arianna preferiva congedarsi dal peso di questa domanda amletica e se ne restava in disparte a ripassare la lezione di storia, sfogliando pagine e pagine evidenziate con il rosa che si perdevano, l’una sopra l’altra, dietro il chiacchiericcio esagitato delle sue amiche. Chiudeva il libro e, una volta aperta la tasca laterale dello zaino, tirava fuori un pacchetto di crackers che fra una fermata e l’altra si disintegravano in mille pezzi. Quando lo gettava nel cestino provava sempre un tremendo senso di colpa. Ci vedeva dentro parole mai dette andate in frantumi e brontolii di stomaco sopportati a lungo. Per dissipare quella vergogna che le pesava dentro smorzandole il respiro, si avvicinava alla finestra aperta per sentire quel chiacchiericcio che le rumoreggiava attorno dissolversi piano, come per magia, nell’aria gelida che premeva pesantemente sulla fronte sudata. Arianna riprendeva fiato e chiudeva gli occhi. Le sembrava di dissolversi a sua volta. Lungo la gola secca. A stomaco vuoto. Di prima mattina. Le risaliva una nausea feroce simile ad una morsa di fuoco. Per placarla, una volta rientrata in classe, scartava, una dopo l’altra, caramelle vitaminiche che succhiava nervosamente.

Le teneva per un po’ in bocca e le rimetteva nella carta. Poi, con le dita appiccicose, tentava di ricomporre il suo nome di briciole servendosi delle graffette colorate che teneva nell’astuccio. Nel frattempo la professoressa, tutta orgogliosa, sbandierava di fronte alla classe il suo quaderno “quale mirabile esempio di ordine”, facendole riprovare le stessa violenta sensazione di smarrimento che di prima mattina le portava via sua madre. Una sensazione che continuava ad accerchiarle la mente attutendosi dolcemente nel contatto lieve di Samuele che seduto al banco di dietro le afferrava di tanto in tanto una ciocca di capelli:

“Ritorni a casa con me, Ari, o viene tuo fratello a prenderti?”

Arianna non si voltava mai a rispondergli. Ricacciava le lettere del suo nome in fondo all’astuccio, voltava più volte la stessa pagina del quaderno, cercando di non distrarsi dalla lezione, e si fissava sulle formule matematiche scritte sulla lavagna che stridevano al contatto del gessetto, vedendovi prender forma la mano di Samuele a cui si aggrappava per le vie della città, o nel cuore buio di un cinema.

Vorrei raggiungere quella mano, sfiorarla appena, ma ogni volta le mie dita appiccicate e sudate, perdono improvvisamente sensibilità. Ad ogni respiro la presenza fisica di Samuele che siede nel banco dietro di me scompare gradualmente, come se qualcuno vi faccia calare sopra una tenda bianca, inamidata, che però non smette di vibrare… Come nell’approssimarsi di una tempesta, mi sembra che tutto stia improvvisamente per piombarmi addosso: le violente luci al neon appese al soffitto e puntate dritte ai miei occhi, le facce dei miei compagni, le manate brutali con le quali la professoressa ripulisce la lavagna, lasciandovi appeso a testa in giù il cancellino consunto. Non c’è più un argine che freni questo fiume di paura che si prepara a travolgermi. Non c’è più un punto fermo nella mia mente dalla quale poter riemergere.

E riprender fiato.

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