La vita è una guerra

14,00

Formato: Libro cartaceo pag. 136

Autore:Mario Nejrotti

Note sull’autore

 

COD: ISBN: 978-88-5539-08-4 Categoria: Tag:

Descrizione

Sette racconti legati dal filo conduttore della lotta per l’esistenza, che è il destino ineludibile di tutti gli esseri viventi, umani e non, che non vogliano dichiararsi sconfitti in partenza.

Per alcuni dei protagonisti di queste storie, la lotta per la vita porta alla riacquisizione di una dignità persa a causa di un lavoro troppo coinvolgente, del desiderio sfrenato di fare carriera, trascurando gli affetti; anche un dramma come la perdita del lavoro di un capofamiglia può essere l’occasione per una ripartenza e per un riscatto, così come il coraggio e, forse, una certa imprudente temerarietà per raggiungere avventurosamente un nuovo Paese e ricominciare a vivere.

Altre volte, la lotta per la vita induce soprattutto a pararsi le spalle, inevitabilmente a detrimento di qualcun altro, oppure bisogna combattere contro avversari senza scrupoli: il riscatto e la vittoria contro di loro arrivano anche attraverso elementi irrazionali, imprevedibili e inattesi.

Il messaggio di questi racconti è che la vita è la sola certezza che abbiamo: combattere per viverla bene è l’unica battaglia che valga davvero la pena di affrontare, ma non è affatto scontato che ne usciamo sempre vincenti…

La vita è una guerra

Capo 1

 

Rambaldi Valentino, per anni mi sono presentato così, finché mia moglie non mi ha convinto che non era fine. Soprattutto per un dirigente: e pensare che mi firmavo anche in quel modo. Ma ormai è acqua passata. Ho trentotto anni, sono alto uno e settantotto, occhi marroni, bruno, di pelle chiara e mi scotto facilmente al mare. Per questo non mi piace tanto stare in spiaggia, preferisco passeggiare, nei boschi sulle colline. Semmai il mare lo guardo dall’alto, per vedere lontano fino all’orizzonte. Peccato che non ho mai tempo.

Ho due figli piccoli, maschio e femmina, come da stereotipo sociale, una bella moglie, nome vagamente popolare, ma carino: Rosetta. Lavora part-time in uno studio di architetti: altrimenti i bambini chi li guarda?

Quando in azienda sono stato promosso a questo incarico, otto anni fa, avevo solo una vaga idea di che cosa significasse la mia mansione: Manager Hr. Sempre queste maledette parole inglesi. Neanche Direttore Hr migliorava le cose in quanto a comprensione. Ecco: Capo del Personale. Così era più chiaro. Come quello che malediceva sempre mio padre, che si accontentava, anche quando lo avevano trasferito e gli avevano dato le mansioni inferiori. Lui si accontentava, si accontentava sempre: «Sono altre le cose importanti» diceva, ma a me faceva rabbia, poveretto.

Comunque quella mansione che mi ero conquistato a forza di notti in bianco, prima a studiare e poi con gli straordinari e infine portando via il posto a un altro che non aveva i miei titoli e le mie stesse benemerenze in direzione, voleva dire lavoro, lavoro e ancora lavoro.

Computer, smartphone, casa, ufficio; ufficio, casa, viaggi, meeting, riunioni, incontri con il personale e i sindacati: sempre tra le balle quelli.

Mai stanco e un vero punto di riferimento in azienda. Tutti si rivolgono a me e io risolvo.

Sera, notte, feste, per me non esistono.

Lavoro e carriera.

Le pratiche, se serve, me le porto a casa e anche in vacanza. L’ho sempre fatto, ma non mi pesa, io mi ci appassiono: lavoro e carriera sono le cose veramente importanti per me. Non posso fare diverso: tutti quegli uomini e quelle donne dipendono da me e il successo dell’azienda è nelle mie mani, in un certo senso.

So organizzarmi e trovo le soluzioni migliori a qualunque problema: quelli alla luce del sole e quelli che non devono lasciare traccia, discussi nelle riunioni notturne in direzione generale.

I superiori, per usare il lessico militare, si fidano di me.

Impiegati e operai mi ammirano e mi invidiano: lo so.

Rappresento il sogno, il successo che ti conquisti da solo. Lo sanno tutti che arrivo da una famiglia modesta.

Madre operaia dai vent’anni fino alla pensione. Papà caporeparto e poi, per far posto a quell’altro più giovane, raccomandato, caposquadra, a ubbidire a un ragazzino, fino alla pensione.

Io no: mille sacrifici, grandi risultati. La laurea, il master, la gavetta, l’ascesa, ora sono quasi in cima, ma non mi basta. C’è ancora strada da fare e io la farò: a qualunque costo.

Non sarò mai come mio padre: uno che si accontenta, perché: «Le cose importanti sono altre: la famiglia, i figli, tua moglie, la tua vita». Me lo diceva poco prima di partire, con già un piede sul predellino del treno, per tornarsene al suo paese.

Ora ci vediamo a Natale, se va bene e se non ci sono imprevisti di lavoro.

Invece per me la gestione dell’azienda è tutto: posso sacrificare tutto per arrivare al traguardo.

Non che non ami mia moglie e i ragazzi. Gliel’ho dimostrato in tanti modi: regali, sorprese. Non dimentico mai una ricorrenza: veramente non se ne dimentica mai la mia segretaria, ma ciò che conta è il risultato. Sto con loro appena posso.

Riusciamo a passare insieme anche quindici giorni di ferie: di più non ne ho mai fatti. Non sono mica come operai e impiegati che, se non fanno le loro quattro settimane, come da accordo nazionale, ti piantano su il muso, anche se gliele monetizzo: «A casa abbiamo la famiglia».

E certo: gli italiani hanno tutti famiglia.

Rosetta, quando sono a casa o siamo in vacanza, mi rimprovera sempre perché dice che è più il tempo che passo al cellulare di quello che dedico a loro.

Io le chiedo scusa, in fondo mi spiace: ma lo sa anche lei come è il Capo.

E se non faccio così il posto non me lo tengo. E addio a tutte le belle cose che si possono comprare e chi la paga la scuola privata dei ragazzi? E il mutuo dell’alloggio al mare? E poi adesso c’è la possibilità che mi mandino a Seul! È troppo importante! Una catena di aziende, tutto il personale sotto il mio controllo: è un sogno. Non ci rinuncio!

«Papà ci porti al Luna Park? È sabato…»

«Pronto, sì dottore. Un attimo… Ragazzi, andate avanti con la mamma! Io vengo subito!»

Il Capo, non c’è sabato o domenica che non mi telefoni. E poi, sembra che lo faccia apposta, appena arrivo in vacanza, disfo le valige e lui mi chiama. Miracolo se riesco a convincerlo che la cosa possiamo risolverla via Skype.

Ma è fatto così, non dice mai niente, poi arriva, due parole e… o fai carriera o sei fuori.

Ma a me non capita, sono indispensabile, non può fare a meno di me, ma anche gli altri, i Direttori e l’Amministratore Delegato. Io sono sempre salito: un gradino dopo l’altro verso la cima.

E dire che a vederlo il Capo sembra un vecchio cordiale: buono, paziente, addirittura premuroso con i nuovi. Ma in ditta nessuno si sogna di fare qualcosa senza sentirlo prima e ciò che decide lui è legge.

Neanche io, e so che mi stima, posso contraddirlo. Al massimo mercanteggiare un po’, ma devo stare attento a non esagerare.

Mi sta bene così. Sicuramente non dormo molte ore; ci sono sempre le ultime telefonate e il computer. Ma sono le regole del gioco.

Forse ultimamente fumo un po’ troppo e bevo, soprattutto la notte, se devo lavorare. L’alcol mi tiene sveglio, è vero, ma il sonno, poi, me lo disturba. È un po’ che ho anche qualche incubo. Forse dovrei ridurre: ci penserò.

Già non ho mai toccato la coca, come invece fanno molti in azienda. Soprattutto i manager, ma anche i dirigenti. Quelli giovani poi ancora di più di quelli ormai a posto. Sono sempre lì che si giustificano: lo stress, i ritmi, la competitività interna, l’incertezza del posto… Balle! Sono solo dei deboli. A me basta una sigaretta e un bicchiere di cognac e via: non mi serve altro!

Non che non me l’abbiano offerta e chissà quante volte, ma io ringrazio con gentilezza, direi quasi con simpatia. In fondo non li giudico, poveracci. Non ne ho neanche mai parlato al padrone. Non capirebbe e me li farebbe licenziare tutti. Lui non ne ha nessun bisogno: è all’antica lui, me lo avrà detto un milione di volte. E soprattutto sono gli altri che si stressano al suo posto.

Lascio fare: finché le cose filano lisce, non c’è bisogno di intervenire.

Con tutto questo lavoro è un bel po’ che non faccio l’amore con mia moglie. Bella donna. Ci giurerei che in qualche modo ha trovato consolazione. Sono settimane che non mi fa capire che le manca. Le è nata improvvisamente una gran passione per il bridge. E frequenta il circolo, dove va quell’architetto, che ho visto una volta al caffè con lei. Con i nostri amici invece non gioca mai. Ma non è importante.

Nonostante tutto siamo una coppia solida: è il lavoro che a casa nostra tiene insieme la famiglia. E poi ci sono i figli. Non c’è bisogno di fare tragedie.

D’altronde anch’io ho la mia segretaria, che mi vede come il suo eroe! E io la trovo molto attraente e, soprattutto, comoda.

È cambiato tutto dalla mia infanzia, ma c’è ancora una cosa che apprezzo come allora.

È quando vado a letto. Quando mi infilo sotto, mi piace tanto il fresco delle lenzuola. Poi arriva il tepore della coperta, che sembra che passi la pelle e entri nel corpo, come un fluido caldo. E i piedi si riscaldano poco a poco. Essere a letto con mia moglie non aiuta a scaldarmeli. Lei non vuole più neanche che la sfiori, perché dice che sembrano due ghiaccioli e le fanno venire i brividi.

È bellissimo aspettare l’arrivo del sonno con le sue onde dolci, lente: finalmente interrompono i pensieri, annullano il tempo.

È piacevole ascoltare il respiro che diventa più lento, regolare, profondo.

Ho sempre fatto quell’esercizio, quando sto per addormentarmi. Se voglio posso riaffiorare dal torpore del primo sonno, quando non sono proprio addormentato, ma non sono neanche più del tutto sveglio. Posso riemergere come da un’acqua profonda. Lo faccio spesso per riannodare i sogni ai pensieri. Così posso usare la lucidità del risveglio per preparare progetti e risolvere velocemente casini.

Ma poi mi piace lasciarmi andare, come stasera, che ho sempre meno voglia di risvegliarmi. Ho proprio bisogno di dormire. Ho voglia di andare giù nel profondo, sempre più giù.

«Che freddo stanotte! Sarà l’autunno, ma non riesco a scaldarmi…»

Penso prima di sprofondare nell’oblio.