Vietato gettare rifiuti

5,99

Formato: Epub, Kindle

Autore: Riccardo Borgogno

Note sull’autore

COD: ISBN 978-88-6690-240-9 Categoria: Tag:

Descrizione

Torino: Marino Araldi fa il consulente in una società finanziaria e sta per sposarsi con Fabiana. È la normalità a lungo cercata. Ma due agenti di polizia gli chiedono informazioni su Bebè che non vedeva da vent’anni. Dagli anni del movimento, degli scontri di piazza, dei circoli del proletariato giovanile, dei canti di lotta e delle tante sigle strane. Marino e Bebè avevano avuto un rapporto irrisolto e si erano lasciati male, senza più avere modo di chiarirsi. Ora lei è stata assassinata e Marino vuole scoprire chi è stato, trascura la fidanzata e il lavoro e comincia un viaggio a ritroso nel tempo. Per prima cosa cerca altre persone che non vedeva da tanti anni. Alcuni hanno cambiato indirizzo, altri non si ricordano né di lui né di Bebè, altri ancora non vogliono parlare. Ma qualcuno ricorda e parla. Dario è un dirigente della Regione e si presenterà alle prossime elezioni, Luigi insegna, Amedeo continua a frequentare un piccolo gruppo che discute di Marx e Lenin, Costanza è sposata e separata, Marcello è uscito da poco dal carcere in regime di semilibertà. Tracce evanescenti, false piste. Quando pensa di rinunciare, Marino incontra Lorenza che viene da un mondo e una storia completamente diversi, ed è lei che gli fornisce la traccia giusta. Finalmente l’ex rivoluzionario sa, ma la sua normalità è andata in pezzi.

INCIPIT

Beatrice teneva gli occhi chiusi nella penombra. Il primo stimolo appena sveglia era stato il dolore alla gamba, ma ormai era abituata. Era stato un sonno tranquillo senza sogni, e si sentiva pronta a fare quello che aveva deciso, quasi euforica. Dalla cucina veniva il brusio del televisore che zio Giulio accendeva presto tutte le mattine. Da quando era in pensione soffriva d’insonnia, e il televisore era il suo passatempo preferito. Beatrice si decise ad aprire gli occhi, guardò le cifre sulla radiosveglia, puntò i gomiti e si alzò seduta. Da sotto la porta della camera veniva la lama di luce della cucina. Si alzò e, cercando di appoggiare il meno possibile la gamba dolorante, tirò la cinghia e sollevò la serranda della finestra. Il giorno stava iniziando e i primi passanti erano in attesa alla fermata del 51 sull’altro lato della strada che univa Settimo a Torino.

“Buongiorno, zio, tutto bene?”

L’uomo con i capelli e i baffi bianchi si voltò e sorrise.

“Credevo che oggi non andassi a lavorare.”

“È vero, ieri ho fatto il turno lungo alla cooperativa.”

“Allora?”

“Allora approfitto del giorno libero per fare una cosa che devo.”

Zio Giulio tornò al primo notiziario della giornata trasmesso dall’apparecchio portatile posato sulla mensola. Gli esperti dell’istituto superiore della Sanità negavano il rischio diossina dell’Acna di Cengio, ma l’associazione Valle Bormida non era d’accordo.

Beatrice rimirò i suoi anni nello specchio del bagno, i capelli simili a una massa di spinaci, la foresta delle rughe e gli odiosi rotolini di grasso. Ebbe un attacco di malinconia al quale si affrettò a reagire. Cosa credevi, Bebé, che gli anni passassero solo per gli altri? L’elisir dell’eterna giovinezza non l’hanno ancora scoperto, quando lo scopriranno te lo farò sapere. Bebé era il soprannome che non le rivolgeva più nessuno da molti anni, ma che lei non aveva mai smesso di usare nella sua testa. La sua gemella dall’altro lato della lastra di vetro le rimandò una smorfia scettica.

Doccia, shampoo, fon, spazzola e dentifricio. Al secondo esame specchio, la situazione era leggermente migliorata. Indossati i jeans, la camicia, la felpa e le scarpe da ginnastica, Beatrice tornò in cucina dove preparò e mise sul fuoco la caffettiera per sé e per lo zio.

Poco dopo era sul marciapiede con la borsa a tracolla, il casco e i guanti. Il Malaguti 50 c.c. era al solito posto. Beatrice tolse la catena, si mise il casco, infilò i guanti, afferrò il manubrio, tolse il cavalletto, girò la chiavetta dell’accensione e partì. Settimo, Gassino e San Mauro avevano delimitato un’area industriale, ora costellata da fabbriche in crisi.

Sul momento Beatrice aveva preso molto male quel lontano evento che l’avrebbe costretta a zoppicare per sempre. Ma poi aveva prevalso il senso pratico, o il fatalismo, secondo i punti di vista: bisognava pensare al presente e non al passato. Soprattutto ora che il presente era Lorenza. Quella donna era arrivata quando meno se lo aspettava, aveva fiducia in lei e non poteva deluderla.

Del resto poteva fare tutto eccetto correre e ballare. Una delle ultime corse che ricordava era stata quella in mezzo al fumo dei lacrimogeni davanti al parco della Tesoriera in corso Francia. Erano gli anni in cui tanti pensavano che fosse imminente un cambiamento radicale e globale, discutevano di progetti, strategie e analisi sia nelle assemblee urlate a Palazzo Nuovo che sui giornali e giornaletti dai titoli altisonanti e i colori sgargianti. Quelle discussioni la annoiavano, per lei il cambiamento era già avvenuto e consisteva nello stare insieme tutti i giorni, e in quello stare insieme si era sentita bene, era stata felice, indipendentemente da come tutto quel casino fosse andato a finire. Era stata quella la vera rivoluzione di Beatrice.

Il traffico di Torino era intenso come il solito a quell’ora. L’agile e scattante motociclo le permise di raggiungere in breve tempo il vecchio quartiere operaio di Borgo San Paolo, passando davanti allo storico stabilimento della Lancia, ora chiuso e deserto, dove una mano ignota aveva tracciato la scritta BARBARA ZINGARA PER SEMPRE.

Tra gli altri c’era stato lui, che in quel momento andava a ritrovare. L’aveva perso di vista nel tumulto di quegli anni e l’aveva rivisto da lontano un mese fa. Aveva scoperto dove abitava e che lavoro svolgeva. Ora guidava una Opel Tigra blu ed era spesso in compagnia di una specie di Pretty Woman che aveva l’aria di essere la sua fidanzata.

Beatrice raggiunse la sua destinazione, spense il motore ma non si tolse il casco. Poco dopo lui uscì dal portone di casa e si avviò verso la Opel Tigra. La prima volta che l’aveva visto abbigliato che sembrava mister Bean le era venuto da ridere. Ma l’aveva riconosciuto ugualmente alla prima occhiata, chissà se lui avrebbe riconosciuto lei. Presto l’avrebbe scoperto. Quanto al ballare, non avrebbe ballato per sempre in ogni caso, l’elisir dell’eterna giovinezza non l’avevano ancora scoperto.

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