Viaggio in camper

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore: Caterina Peschiera

Note sull’autore

COD: ISBN 978-88-6690-033-7 Categoria: Tag:

Descrizione

È un viaggio difficile quello di Carlotta, dieci anni, a bordo del suo camper. Un camper che non si muoverà in realtà di mezzo metro, ma che la porterà molto lontano alla ricerca del suo vero Sé, verso un cammino di individuazione personale e di differenziazione dai geni­tori. Genitori che, difficili da negare nella loro adeguatezza, immaginerà misteriosamente in Thailandia per un solo giorno, lasciandola sola a scoprire la propria capacità di autonomia, a piangere i propri ricordi infantili e a gestire quegli inquietanti incontri che rappresentano le complesse sfaccettature delle sue paure e dei suoi desideri.

È un libro che narra con la voce fresca e spaventata di una bambina che cresce le prime percezioni di quel bel mondo infantile che se ne va lasciando il posto ad una fitta nebbia nella quale tutto è possibile e tutto è mistero. Dove la tentazione di girare la chiave e mettere in moto è fortissima ma altrettanta è la paura come sana intuizione che spingersi ol­tre potrebbe indicare la via del non ritorno verso le profondità oscure del mare di notte “Laggiù non c’è più nebbia e il mare di notte è bellissimo, se nuoti sott’acqua vedi come tante scie luminose, sembra di essere in cielo invece sei sotto l’acqua. Se andiamo insieme sarà bellissimo e io ti insegnerò a non avere paura”

Ma Carlotta non sceglie l’amica Federica, il regalo più inquietante di quella nebbia che avvolge fittamente il camper, e le sue pericolose tentazioni. Comprende che il modo di affrontare la paura è un altro, vuotare cioè tutto quel gran sacco pesante che nasconde dietro la schiena elaborandolo con pazienza e dolore, piano piano.

Non è un libro per bambini che crescono ma piuttosto per i loro genitori che li vedono crescere, che li vedono soffrire, che li vedono talvolta crearsi vicoli ciechi, senza avere il coraggio di chiedere aiuto.

INCIPIT

Da quanto tempo se ne stava rannicchiata sotto le coperte? Dieci minuti, un’ora o forse più?

Pensava. Il piccolo vano del camper in cui era ricavato il suo lettino a castello stava sopra quello della sua sorellina. Lo sentiva come un luogo molto accogliente, molto suo. Quella tendina blu poi, in grado di allontanarla da tutta la famiglia con un semplice gesto, era semplicemente adorabile.

Carlotta, dieci anni, un corpo snello, scattante, ancora tutto da bambina e una testolina in grado di viaggiare oltre la sua età.

I suoi lunghi capelli castani le coprivano disordinatamente il volto mentre se ne stava distesa ancora con gli occhi chiusi.

Prima della fine della scuola andavano perfino ad attorcigliarsi al collo, ma non le avevano mai dato fastidio.

Poi aveva deciso di tagliarli e l’aveva fatto davvero, e per la prima volta, un mese fa: era entrata dalla parrucchiera credendo di uscirne tutta diversa, convinta che avrebbe sorpreso tutti. Di fatto li aveva tagliati solo di una decina di centimetri e nessuno se n’era accorto. Il papà, la sera, l’aveva scoperto solo dandole il bacio della buona notte, ma non aveva un grande spirito d’osservazione, niente da meravigliarsi.

Il peggio era stato sicuramente in classe, il giorno dopo, quando il suo look tutto nuovo non era stato notato proprio da nessuno. Ma è proprio così difficile cambiare? La prossima volta doveva essere più decisa, la prossima volta dalla parrucchiera avrebbe dovuto indicare più alto, almeno sul collo. Queste mezze misure cominciavano a darle sui nervi.

Tra un attimo avrebbe cominciato a sentire lo sferragliare delle pentole, poi il rumore dell’accendino. Se era fortunata la mamma l’avrebbe chiamata al massimo tra dieci minuti.

Ma quella mattina le sarebbero sembrati anche troppi, i suoi stessi pensieri cominciavano a darle decisamente noia.

Le succedeva sempre più spesso dall’inizio della vacanza, una settimana esatta quel giorno.

«Chissà perché proprio in vacanza, accidenti!» Pensiero antipatico numero uno.

Se le fossero scese le lacrime poi, sarebbe stata una vera catastrofe. «E io cosa dico alla mamma quando mi verrà a svegliare?» Pensiero antipatico numero due.

Cosa avrebbe raccontato ai suoi genitori, come avrebbe spiegato quello stupido senso di tristezza a loro che facevano di tutto per renderla felice, che la riempivano di attenzioni, di coccole.

Possibile che non fosse in grado di immaginare, di pregustarsi una giornata di vacanza? Non avrebbe dovuto essere tanto difficile, ogni giorno quella casetta viaggiante l’aveva portata in località una più bella dell’altra. Prima in montagna, dove avevano tutti e quattro giocato a nascondino dietro faggi imponenti, secolari, poi erano arrivati alle spiagge, agli scogli dove si era tuffata dall’alto. Ricordava l’emozione di quel momento prima di buttarsi, l’acqua azzurra e il fondo laggiù, la mamma e sua sorella col salvagente che la guardavano dal basso e molta altra gente a dire il vero. Se il papà l’aveva accompagnata fin lì, tanto pericoloso non poteva essere e in quel momento non aveva avuto incertezze.

Anche in un Aquapark di quelli super l’aveva portata la sua casetta viaggiante. Quando ci passavano davanti di ritorno da scuola, i suoi compagni la guardavano curiosi e ci avevano sbirciato dentro una volta… che bello, ma c’è proprio tutto, la cucina, i letti, c’è anche la tele? In quel momento aveva avuto proprio la sensazione di sentirsi invidiata. Perché lei invidiava loro, allora? Pensiero antipatico numero tre. Le saltavano addosso da dove meno se l’aspettava, possibile che proprio in vacanza fosse così difficile pensare a qualcosa di piacevole?

Chissà dove si trovava esattamente, avevano viaggiato di notte mentre dormiva e lei si sarebbe svegliata in una località a sorpresa. Magnifica, probabilmente, ma certo molto lontano da casa, da scuola, dal parco dove si appendeva a testa in giù, dai suoi compagni di scuola, dalla sua amica del cuore, dal giornalaio dove al ritorno da scuola comprava le figurine.

Alberi? Case? Vista sul mare? Sulle montagne? Cosa si sarebbe trovata davanti, se solo avesse abbassato la tendina della finestra? Curiosità zero. Era troppo lontano da casa, troppo da quello spazio di vita che apparteneva a lei, solo a lei.

Quel rifugio dietro la tendina blu non le bastava, ma era l’unico che avesse a disposizione e quel giorno non aveva il coraggio di lacerarne la preziosa intimità con il consueto, semplice gesto.

Dalla luce che ormai era giunta a filtrare dentro il suo piccolissimo regno non doveva essere molto presto. Erano proprio dei dormiglioni quella mattina i suoi genitori, forse erano stanchi dalla guidata notturna.

Strano allora che nemmeno la sorellina non avesse iniziato a parlottare con uno stuolo di bambole e bambolette, che erano anche sue veramente, con quella sua vocina buffa che diventava ancora più buffa quando la prestava ai suoi personaggi.

Con quella sua vocina buffa era anche in grado di dire tranquillamente, come se stesse chiedendo dei biscotti: «Ma quando torniamo a casa?» Non capiva perché Martina, a tre anni e mezzo, ci riuscisse così bene e lei facesse tutta quella fatica a confessarlo perfino a se stessa.

È proprio vero che le cose vanno iniziate da piccoli, lei in dieci anni non ricordava di essersi mai sognata di dire una cosa simile. Con la vocetta buffa si può dire ciò che si vuole, con la voce da ‘grande’ tutto diventa difficile, terribilmente difficile. Meglio stare zitti.

Qualcuno iniziava a muoversi, era ora! Lo percepiva dalle vibrazioni del camper, magari lassù, sulla mansarda, la mamma dormigliona si preparava finalmente a scendere.

No, il movimento partiva da sotto, dal letto di sua sorella.

Si era svegliata e dal rumore di oggetti smossi, era già in azione! Sentiva borbottare infatti, ‘la vocina buffa’ si stava scaldando e le sue due piccole fatine Alli ed Elli, protagoniste di molte delle sue storie, stavano iniziando le loro avventure alle prese con chissà quali pericoli, streghe in genere, che finivano immancabilmente giù dal burrone.

«Ma sì che ci vanno, Elli, hanno detto loro che vogliono andarci, così ci vanno.» Dal tono della voce stava proprio facendo parlare le sue fatine, chissà chi voleva andare via e dove, poi. Sta a vedere che adesso si sarebbe messa a spiare le storielle di sua sorella, attività questa certo più piacevole di ciò che poteva offrire a se stessa in quel momento.

«Ma sei sicura Alli, e se poi non tornano?»

«Certo che tornano! Domani tornano, vanno in talilandia e dopo tornano.»

«Allora volano con l’aereo, vero Elli? Eh eh, non hanno mica le alette come noi, vanno con l’aereo allora su su su… e poi giù e poi su…»

Con ‘sto su e con ‘sto giù Martina doveva spassarsela un sacco, magari aveva preso la sua ciabatta, l’aveva già fatto, e faceva salire e scendere qualcuna delle sue bambole usandola come fosse un aereo. Le pareva di vederla.

«Martina, hai preso la mia ciabatta vero?»

«Sì.»

«Brava furba! Mettila giù che adesso scendo e voglio le mie ciabatte, capito?»

«E come faccio l’aereo?»

«Affari tuoi.»

Compì il fatidico gesto e la tendina si scostò. Si cominciava una nuova giornata di vacanza.

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