Descrizione
Sotto una pioggia gelida o immersa in una nebbia densa, una Ferrara invernale è lo scenario di questo romanzo ambientato in un tempo presente, ma nel quale irrompe con veemenza un passato popolato da strane e paurose creature, gli zèmbol, insieme a orde di ratti famelici, e a un inquietante personaggio, Padòa, la personificazione del grande fiume Po, come lo denominò Polibio nel II secolo a.C., che rappresenta l’eterno ritorno, simboleggiato dall’uroborus. Il fiume, che una volta aveva libero corso nella pianura da lui stesso creata, dove dispensava vita e morte, ora è pieno di odio, è pronto a scatenare l’assalto definitivo, vuole riprendere possesso di ciò che gli è appartenuto, distruggerà argini, edifici, annegherà gli esseri umani. Basterà Michele, un giovane muratore balbuziente, a contrastare il suo furore?
INCIPIT
La nebbia inghiottiva qualsiasi forma, sfumando la città in un’attonita dissolvenza. Per tutto il giorno quel grigiore aveva gravato intorno ai palazzi e riempito le strade, ma con la complicità della sera aveva acquisito la molle densità che riduce la visuale a pochi palmi.
“Si farebbe prima a piedi” Ezio sbottò. “Oh, a Ferrara è sempre così in questa stagione!” Stava proteso in avanti, la faccia contro il parabrezza nell’intento di districarsi per le vie del centro. Finalmente riuscì a parcheggiare da qualche parte il camioncino carico di calcinacci. “Sbrigo questa pratica dal commercialista e torno.”
Michele annuì. “F-f-fai con comodo.” Spostò il bidone delle cazzuole che aveva fra i piedi e si appoggiò allo schienale del sedile. Passò il tempo a guardare fuori dal finestrino. Persino le auto, che scorgeva transitare a due passi, erano vaghe e silenziose, di una qualità evanescente: fari che dileguavano.
Quando il vetro si appannò decise di scendere per fare due passi. Si avviò a caso. La nebbia non gli causava alcun fastidio, anzi gli piaceva. Avvertiva congeniale il freddo umidore che si posava sul viso, bagnava i capelli, si condensava sulle ciglia. Ma apprezzava soprattutto l’effetto che esercitava sui passanti, attenuandone la presenza, riducendoli a sagome indistinte.
Si trovò senza punti di riferimento, con un lastricato sotto ai piedi. Salì un gradino e fu sotto a un basso portico. Alle crociere degli archi erano appese delle lampade; la loro luce rimaneva costipata in un alone.
Davanti aveva un muro scrostato, squallido, con una vetrina che non veniva lavata da chissà quanto tempo. Nessuna insegna, nessuna scritta. In esposizione qualche seggiola, un cofano di cuoio, una pila di riviste, oggetti disparati messi alla rinfusa. Probabilmente si trattava del magazzino di un rigattiere.
Stava per proseguire quando una figura si staccò da una colonna del portico, appena a due passi da lui. Ebbe un sussulto, tanto inaspettata fu l’apparizione.
“Fai la carità bell’uomo” lo interpellò una voce maschile, biascicata e rotta. “Un soldino. Un soldino soltanto. Fortuna per te. Molta benedizione. Un soldino.” Il tipo si faceva avanti porgendo la mano, curvandosi come per nascondere il volto o farsi più basso di quanto fosse già. Difficile distinguerne i tratti, intabarrato com’era in quegli stracci da pezzente, con un berrettone calato fin sugli occhi. Puzzava di sudicio. “Un soldino, dai. Per i miei fratellini malati.”
Si frugò nelle tasche del giubbotto da lavoro, poi in quelle dei pantaloni. Trovò qualche spicciolo, che gli allungò.





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