Descrizione
Un ex faccendiere, detto “Outsider”, ritiratosi nella campagna toscana, viene richiamato in gioco da un vecchio amico dei Servizi. Una missione semplice, solo un passaggio di documenti. Ma quei fascicoli contengono il “dossier Granzig”, prove dei crimini commessi nei Balcani e strumento di ricatto nelle mani sbagliate. Outsider si ritrova in una spirale di complotti, inseguimenti e tradimenti, tra killer ustascia, agenti sloveni, russi, serbi e giornalisti doppiogiochisti. In un’Europa di frontiera dove la verità è merce di scambio, sopravvivere significa scegliere a chi vendersi e quando sparire. Un thriller di spionaggio dal ritmo serrato, che getta uno sguardo spietato sul cinismo della politica internazionale.
INCIPIT
12 ottobre, mercoledì, campagna toscana
Avevo da poco finito di mangiare e stavo riordinando quando, guardando fuori dalla finestra, vidi, fermo davanti a casa, sulla stradina deserta, un uomo sulla cinquantina, media statura, media corporatura, che si guardava intorno, sotto al cielo grigio e alto. Aveva un impermeabile chiaro e una borsa scura e la grossa Lancia blu con la quale era arrivato pareva a disagio, sola nella deserta strada in macadam. Probabilmente cercava qualcuno in una delle villette verso il paese basso e il mare, aveva sbagliato strada ed era arrivato lì da me.
Indugiai a osservarlo e più lo studiavo più mi rendevo conto di averlo già visto, mi pareva che ci fosse qualcosa, in quella figura… in quel momento l’uomo si voltò guardando dritto verso di me e così vidi bene il viso sopra il bavero dell’impermeabile alzato contro l’aria fresca e umida di quella giornata triste, gli occhiali dalla sottile cerchiatura d’acciaio e ricordai due occhi chiari e fermi dietro alle lenti nitidissime e una bocca dalle labbra incapaci di sorridere a segnare un volto un po’ allungato e sempre impassibile.
Mi guardai intorno, guardai i boschi che risalivano le colline alle mie spalle fino agli Appennini e la piana degradante davanti a me, rotta da macchie di alberi e dal torrente che finiva nel mare, una lontana lastra grigia come il cielo.
Rimasi immobile, senza sapere cosa fare.
Perché era un pezzo del mio passato che era tornato, una vita e tanti, troppi morti prima. E soprattutto… Tentai di rigettare indietro i dolori ed i ricordi di due anni prima, quando avevo in ballo un affare di rifiuti e armi in Africa, un affare che, se fosse andato a buon fine, mi avrebbe assicurato milioni di guadagno, e invece naufragò tragicamente.
Lo conobbi per un casino nato “giù” a causa di un gruppo avversario.
Non avevo mai saputo il suo nome e anche se Oreste, il mio socio nell’affare, lo sapeva, non me lo disse mai. Tra noi lo chiamavamo “l’Amico”, come me l’aveva presentato a Fiumicino quando tornai su dopo che il povero Raimondi, con un imprecisato incarico nell’ambasciata e nostro “contatto” ad Hargheisa, il capoluogo della regione dove avevamo l’affare, era stato ucciso.
Raimondi. Un altro ricordo doloroso. Era un agente dei Servizi ma prima di tutto era un brav’uomo che mi era stato amico. Ricordavo ancora con piacere le lunghe chiacchierate con lui nelle calde e chiare sere africane profumate di gelsomini. Mi parlava della sua passione, la coltivazione delle rose, cui si dedicava, appena poteva, nella sua casetta sopra Sanremo, dove sua moglie e i suoi due bimbi lo attendevano con una pazienza pari solo all’amore e all’ansia per lui. La sua morte, prodromo di qualcosa di ancora più terribile che, a posteriori, mi rimproverai di non aver saputo intuire, immaginare, prevedere, mi aveva addolorato moltissimo.
L’Amico era un pezzo grosso dei Servizi, uno che dava più ordini di quanti ne ricevesse e s’era interessato all’affare per via di alcune concessioni minerarie che il nostro cliente forse avrebbe ceduto a una società italiana.





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