Un fiume per amico

14,00

Formato: Libro cartaceo pag. 102

Autore:L’Angelino

Note sull’autore

 

COD: ISBN: 978-88-5539-146-7 Categoria: Tag:

Descrizione

Un paese della campagna piemontese, situato a ridosso di quel fiume che nasce alle pendici del Monviso per poi morire nel mare dell’estremo nord-est dopo aver attraversato tutta la pianura padana, è pure il luogo d’origine di Rico, un inguaribile sognatore adolescente, costretto, suo malgrado, a fare i conti con una nuova realtà emergente che caratterizzerà il ventennio a venire. Il susseguirsi di eventi imprevedibili lo costringerà a crescere e a confrontarsi con un presente che non lascia spazio ai sogni e con il quale faticherà a convivere. Saranno poi la sua capacità di valutazione e i suoi buoni principi a mostrargli la strada giusta. Numerosi saranno i personaggi che lo accompagneranno in quella prima metà della sua travagliata esistenza, che sempre ricorderà con qualche rimpianto e molta tristezza per quelli che non rivedrà più, ma il tempo lenirà il dolore, e alla fine Rico, alias Siro, ritroverà la serenità perduta.

Prologo

Il sole, in ottemperanza alla sua comanda, aveva fatto ciò che doveva fin dal primo mattino, e l’aveva fatto con diligenza e agostana prepotenza scacciando con decisione quelle nuvole bianche che di tanto in tanto facevano capolino. Ora però gli era toccato timbrare il cartellino e accompagnare la propria uscita di scena con l’ausilio di uno scenografico tramonto, tra l’altro responsabile di un persistente chiarore ostacolante quel naturale subentro della sera che in quel cambio della guardia pareva quasi intimorita e in soggezione, nonostante fosse un suo legittimo diritto.

Rico aveva fatto di corsa quei quattro chilometri che separavano il fiume dal paese, anche se, a ben vedere, non avrebbe avuto alcun motivo di affrettarsi, tanto nessuno lo aspettava, e di conseguenza nessuno si sarebbe preoccupato di quel ritardo. Quasi certamente suo padre non ci sarebbe stato, perché altrettanto quasi certamente lui sarebbe stato all’osteria, la sua seconda casa. O forse, da un po’ di tempo, addirittura la prima.

’Nesto non era un cattivo padre, nonostante quel riprovevole, se pur recente, vizio del bere. Era soltanto un uomo incapace di accettare la sua recente condizione di vedovo, che per la gestione del relativo e inevitabile dolore successivo la perdita dell’amata aveva fatto ricorso all’alcool, quel distillato d’uva capace di alterare i sensi e fargli ritrovare una, se pur illusoria, momentanea pace. Fortunatamente aveva quel che si dice “il vino buono”, e questo non lo rendeva sgradito a Rino, e nemmeno alla comunità del paese, che lo riteneva, nonostante tutto, persona seria e gran lavoratore.

Rico, giunto a casa, aveva aperto la madia alla ricerca di un po’ di pane, ma lo aveva fatto senza convinzione, già sapeva che quella madia raramente recuperava la sua identità funzionale, e che ora avrebbe al massimo conservato i resti di qualche panino raffermo. Poco male, pensò, avrebbe fatto una capatina all’osteria, e avrebbe mangiato qualcuna di quelle uova sode che Ceschin, l’oste, proponeva in bella vista sul bancone di mescita, poi avrebbe approfittato dell’occasione per accompagnare a casa il padre, prevedendone la sua totale mancanza di autonomia.

 

Come sempre il viaggio di ritorno era stato un faticoso calvario, perché il ’Nesto non si reggeva in piedi, e se a tratti gli riusciva, per mantenere una linea retta era indispensabile l’aiuto del figlio. E cantava il ’Nesto, cantava a squarciagola, e poi piangeva e rideva, e cammin facendo raccontava qualcuno dei suoi aneddoti di guerra che Rico conosceva a memoria e che dubitava riguardassero il padre in prima persona, visto l’incarico di cuoco che il ’Nesto aveva ricoperto sotto le armi, e che la trincea non l’aveva mai vista.

Accompagnare il padre nella sua camera da letto era sempre un momento di sconforto per Rico, la Madonnina in plastica con il lumino e la gondola veneziana sul comò gli ricordavano la madre e il tempo in cui quella casa odorava di pulito e profumava di fiori. Anche i mobili e le suppellettili parevano in lutto, quasi consapevoli dell’assenza di chi ne aveva avuto da sempre amorevole cura.

Infine, dopo aver tolto le scarpe al genitore, e solo quelle per salvaguardarne la dignità, il ragazzo si ritirava, non prima però di aver dato un ultimo sguardo al congiunto addormentato, ed era uno sguardo amorevole, perché Rico conosceva la ragione di quella necessità di bere, e poi perché sapeva che al mattino successivo quell’uomo avrebbe ritrovato il giusto equilibrio e avrebbe aperto la falegnameria in perfetto orario, e insieme avrebbero costruito sedie e sgabelli come sempre, onorando gli impegni come si conviene.

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