Tropici milanesi

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Formato: Libro cartaceo pag. 166

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Autore:Andrea Benigni

Note sull’autore

 

 

COD: ISBN: 978-88-5539-374-4 Categoria: Tag:

Descrizione

Anno, 2067, a Milano. I nomi delle vie e dei quartieri sono quelli di sempre, ma il clima è completamente stravolto, si è tropicalizzato e, a gennaio, il caldo è soffocante, gli eventi climatici sono estremi e la città è periodicamente investita da violenti uragani.

I cambiamenti non sono soltanto climatici, anche la società è profondamente mutata: i cosiddetti “inesistenti” costituiscono l’80% degli abitanti, e sono coloro che, licenziati, vengono scoraggiati dal rientrare nel mondo del lavoro, fino a ridurli in uno stato di profonda rilassatezza, fino all’apatia. In questo modo, gli inesistenti rappresentano per la società un costo irrisorio e si può urlare al mondo che la disoccupazione è ai minimi storici.

In questo scenario apocalittico, si verificano violente esplosioni, che “il Centro”, anonimo e impersonale organo di potere,  in un primo tempo qualifica come attentati, ma nulla lo prova, sconosciuto anche l’esplosivo. Perché, dopo le esplosioni, rimangono colossali palle di un materiale che assomiglia al polistirolo?

Gli inesistenti sono proprio tutti così rassegnati? Le misteriose esplosioni sono forse il prodotto della loro rabbia repressa?

E perché nulla si conosce del passato di personaggi come Rocco Balestrieri e della bella Tania?

INCIPIT

La nonna, ben zavorrata dal posteriore importante sotto la gonna a fiori, si sporge sul bordo del marciapiede di via Novara, a Milano. Allunga il collo in avanti e strizza gli occhi al punto che il viso raggrinzisce peggio di una prugna secca. Non li sta strizzando perché sono arrossati e bruciano e per quanto si prodighi in bagni oculari non c’è modo di liberarli dai granelli; a questi la nonna è oramai abituata come un beduino del deserto. Li strizza per vedere se, dietro la nube di sabbia che limita la visibilità a poche decine di metri, come faceva la nebbia quando l’inverno era freddo, stiano arrivando delle automobili. Se queste non procedessero come proiettili, il tratto di strada che emerge da questo muro terroso sarebbe sufficiente a darle il tempo di attraversare. Ma appena accenna a scendere dal marciapiede, le viene in mente suo nipote Giacomino che ieri sera rideva tanto, seduto sul divano davanti alla televisione, nel vedere i fumetti, investiti e spalmati sulla carreggiata, riprendere, subito dopo l’incidente, la loro tridimensionalità.

I tanti mesi di siccità e di caldo africano, che tuttora imperversano in Europa facendosi beffe della normale alternanza delle stagioni, hanno seccato e sgretolato la terra in tutta Milano. E qui, in prossimità di quel che resta del parco di Trenno, oramai una distesa di dune desertiche, il vento solleva una coltre di pulviscolo terroso densa come nebbia.

«Dio me la mandi buona!» esclama la nonna, ignara dell’orribile destino che l’attende dall’altro lato della strada, alla fermata del 72. Si fa un rapido segno della croce e si affretta ad attraversare, senza aver però considerato che il caldo torrido ha reso l’asfalto così molle che si appiccica alla suola. A ogni passo è maggiore la quantità di bitume e sassolini che appesantisce gli zoccoli della nonna e la rende più lenta. In breve tempo, lo sforzo per strappare dalla suola la ragnatela viscosa di catrame e sollevare il piede diventa improbo, e alla nonna batte forte il cuore per la fatica e per il timore di rimanere incollata in mezzo alla strada.

Alla fermata del 72 ci sono già tre persone in una coda perfetta. La nonna, gioiosa per non aver fatto la fine dei cartoni animati di Giacomino, arriva sballottando i fianchi molli e gratta via la pece dalle suole sullo spigolo del marciapiede. Si mette in fila dietro un signore grosso dalla faccia simpatica, che i nipoti chiamano zio castorone per i due incisivi superiori in evidenza e per i baffoni.

L’uomo si gira verso la donna e fa un passo di lato. «Le cedo il mio posto.»

«Ma che galantuomo! Grazie» dice la nonna mentre zio castorone le si accoda dietro, grattandosi la pancia e facendo vibrare di soddisfazione i baffoni: non riesce proprio a stare davanti a una donna, soprattutto se anziana.

D’un tratto a zio castorone prudono i baffi e rivolge lo sguardo crucciato nella direzione d’arrivo del 72, ma il ragazzino violento è ancora nascosto dalla nube di sabbia. Lo zio si sofferma sull’enorme insegna pubblicitaria della Chi Tahj Bank che mostra beffarda l’ora, le sette e quarantasei del mattino, la data, tre gennaio duemila e sessantasette, e la temperatura che sfiora i quarantacinque gradi centigradi.

«Uh mama, che calura! Quanto potremo resistere?» si lamenta la nonna.

«È terribile» acconsente il castorone, mentre si passa un dito tra il collo gonfio e la camicia, cercando di alleviare la morsa della cravatta.

Eccolo!

Ancora lontano, filiforme come un miraggio, si avvicina un giovane striminzito, soprannominato la iena dai suoi compagni di liceo, per questi due buchi al posto del naso e per le labbra fino alle orecchie.

Il ragazzo è molto magro, porta un paio di bermuda gialli consumati, da cui spuntano due gambine scheletriche, e una magliettina hard rock così attillata da potergli contare le costole.

Una volta arrivato alla fermata, si mette davanti a tutti, infischiandosene del mormorio di protesta.

L’autobus non arriva, la temperatura si sta alzando e il caldo fa saltare i nervi come chicchi di mais sulla padella rovente. Zio castorone non sopporta le ingiustizie. «Giovane!» lo appella. «C’è una fila, se non te ne fossi accorto!»

Il ragazzo non si volta nemmeno.

«Sto parlando con te! La fila inizia qua dietro!»

Il ragazzo prende l’iFun e si infila le cuffie.

«Ma dimmi tu» sospira incredulo il castorone. Si avvicina e gli bussa un paio di volte sulla spalla.

Questi si toglie l’auricolare dalla parte di zio castorone e gli fa un cenno con la testa a dire: che vuoi?

«Ragazzino, non fare troppo lo spiritoso. Sei arrivato ultimo, e ti metti in fondo.»

Il ragazzo piega la bocca da un lato in una smorfia di supponenza e, senza neanche degnarsi di rispondere, si rimette l’auricolare.

Zio castorone ha la coda che sbatte a terra a un ritmo serrato. Avvicina la mano per togliergli l’auricolare, ma il ragazzino intercetta la mossa con uno scatto dell’avambraccio.

«Non mi toccare!» il giovane diventa viola in volto e carica il pugno destro. Ma si ferma e dal pugno fa uscire l’indice per additare zio castorone. «Non mi toccare, non te lo ripeto una seconda volta.»

«Ma pensa te…» zio castorone gli regge lo sguardo. «Mi piacerebbe conoscere chi ti ha insegnato questa maleducazione!» esclama proprio mentre l’autobus accosta e apre la porta anteriore.

Mentre il giovane fa per salire, zio castorone con una spallata lo allontana dalla porta e, impedendogli con il proprio corpo di passare, fa cenno agli altri di entrare.

Il primo entra.

«Fammi salire!» Ma è troppo striminzito per poter smuovere il pesante braccio di zio castorone che, a mo’ di passaggio a livello, gli blocca il varco.

Il secondo entra.

«Togliti, ciccione!» gli assesta un calcio dietro il ginocchio e stavolta sì, zio castorone vacilla. La gamba destra gli cede, il ragazzo lo afferra per la spalla sinistra e lo tira indietro. Zio castorone finisce a terra con la schiena contro la ruota.

«Largo, vecchia!» urla il ragazzo, in preda alla crisi isterica, dando una spinta alla nonna che rovina sull’asfalto bollente, e si lancia dentro l’autobus.

Subito dopo l’esplosione. Secca.

È una strage. L’autobus si apre come un fiore di metallo.

Nel silenzio apocalittico, si ode solo il rumore di un bullone che rotea su se stesso, fino a fermarsi.

Una massa biancastra, simile a una enorme sfera deforme di polistirolo espanso, apparsa congiuntamente all’esplosione, si staglia tra i resti incandescenti.

 

 

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