Descrizione
Elena ha cinquant’anni, fa la counselor e da quando Mauro è morto vive come in apnea: lavoro, silenzi, una casa troppo grande. Un giorno l’amica Sandra la trascina in una residenza sul lago, un “gioiello” di vetro dove si aspetta la fine. Lì Elena incontra Juan, eritrea, stessa età, bloccata su una sedia a rotelle e prigioniera di una lingua che non è la sua.
Tra quaderni, gesti e traduttori automatici nasce un legame inatteso, non pietà ma presenza: la reciprocità di uno sguardo che sulla soglia della morte risveglia il desiderio e il senso del vivere. E così Elena si scoprirà di nuovo vulnerabile al mondo e a un incontro imprevisto con Matteo, il medico della struttura.
Sulla soglia è un romanzo sull’amore che ritorna, sul lutto che cambia forma e sulla dignità di restare umani, anche quando il tempo sembra finire.
I – Elena
Caspita che panorama! Mica male chiudere gli occhi sul mondo con questa immagine fissa sulla retina, forse per questo è così lunga la lista d’attesa per garantirsi un posto, quasi fosse un privilegio, un lusso, essere ospiti di questa residenza.
È un edificio immane, un gioiellino d’architettura moderna e anche se con queste pareti di vetro trasparenti affacciate sul lago cerca di dare un’idea di leggerezza, sventra comunque il fianco della collina, impatta con la sua massa e domina la vista dalla baia.
Qui non si può certo dire che li si metta all’angolo, lontani dalla vista, i vecchi, li si concentra soltanto o, con quella patina di galanteria che si usa ormai spalmare sulle parole scomode, li si ospita, in questa cittadella che un tempo si sarebbe detta ospizio, poi ricovero ora residenza per anziani.
Ma lei, l’ospite che Sandra vuole farmi conoscere, che ci fa qua? Mi ha detto che ha solo cinquantadue anni, la nostra stessa età. Non saprà che pesci pigliare se ha coinvolto me e sa dosare bene le parole, Sandra, quelle giuste che vanno dritte al cuore, ma io ho già i miei pesi da portare, bastano e avanzano.
Comunque oramai che sono venuta fin quassù sono curiosa di conoscerla, poi magari aiuterò Sandra a cercare qualche volontario, ammesso che ci riesca, francamente stento a vederla tutta questa folla di volontari che pare pulluli nel nostro Bel Paese, tutta questa solidarietà: un’altra di quelle belle parole patinate, buone per ripulire la crudezza della realtà e dare la parvenza di un’uscita di sicurezza. Ma da qui uscite di sicurezza non ce ne sono, c’è solo l’attesa della morte.
E infatti deve morire qualcuno perché si liberi un posto, e per assicurarselo, il posto, bisogna pensarci per tempo e accantonare un bel gruzzoletto per quando non si riuscirà più a fare da sé, quando la testa perderà colpi o il corpo pezzi.
Quando il mito dell’indipendenza crollerà, dissolvendosi come neve al sole e il corpo sarà un peso da affidare ad altre mani, affinché se ne occupino assolvendo compiti, mansioni, ruoli, per quanto tempo poi non lo si può sapere.
E loro di sicuro lo sanno, gli ospiti, tutti lo sanno, anche quelli che non ci stanno più con la testa lo sentono a pelle, lo respirano, insieme all’aria pura e al panorama del lago giù, in basso, tra le montagne e le nuvole che vi si riflettono, vivide, cangianti, come in un quadro.
Io comunque non ho tempo da perdere qua, i miei di clienti mi aspettano, ascoltarli per me è un mestiere e tra l’altro ho faticato mica male per ingranare, lo sa bene Sandra.
Ma adesso che ci sono meglio che entri, non vorrei perderci tutta la mattinata. Avrei fatto meglio a dirle subito un bel no per non illuderla, ma ero curiosa, non ci sono mai stata qua dentro.
Pare tutto sopraelevato questo edificio, staccato da terra, più vicino al cielo?! A me pare un’astronave piazzata qui, un mondo a parte, ma oramai che mi ci sono imbarcata, tanto vale esplorare.





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