Sinite parvulos

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore: Bruna Nizzola

Note sull’autore

COD: ISBN 978-88-6690-064-1 Categoria: Tag:

Descrizione

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta del secolo scorso, gli insegnanti della scuola dell’obbligo sono stati protagonisti di grandi cambiamenti, dalla didattica del “leggere, scrivere e far di conto” all’apprendimento attraverso l’osservazione diretta, all’introduzione di tante nuove discipline.

Ma cosa rimane a una Maestra (maiuscola d’obbligo!) alla fine della sua carriera? La cosa più preziosa è senza dubbio il ricordo dei tanti allievi che ha aiutato a crescere, guardati con occhio professionale ma, soprattutto, con affetto. Nel ricordo, in filigrana, c’è anche la vita della donna che ha fatto la Maestra, della sua famiglia, della sua quotidianità. Senza mai lasciarsi andare al sentimentalismo, anzi, con la consueta ironia leggera, Bruna Nizzola ci regala un libro che, da pittrice qual è, sembra una galleria di piccoli ritratti, freschi e vividi.

INCIPIT

N 1

(marcondirondirondella)

Un segnale annuncia all’ingresso del paese: ‘Zona denuclearizzata’.

All’epoca, più che altro, si trattava di una zona ‘de…’ un po’ di tutto.

Depressa, degradata, deficiente nella più esatta accezione del termine, nel senso di carente, scarsa, mancante, come spiega il vocabolario.

Mancava di ogni cosa, fuorché di miseria.

Si trattava di una frazioncina alla confluenza di due fiumi, collegata al resto della provincia da un ponte in chiatte che nei periodi delle piene veniva smontato. Allora la maestrina per raggiungere la scuola che sorgeva proprio ai limiti delle acque, protetta da una doppia barriera di argini, era costretta a imbarcarsi su di un traghetto da Far West, terrorizzata dai gorghi che vivacizzavano la già vivacissima corrente.

Il vecchio ma robusto barcaiolo, invece, remava molto rilassato e intanto esprimeva con energia la sua grande passione per la lirica verdiana urlando nelle rintronate orecchie dell’esausta docente, quanto mai precaria:

“Di quella pira…”.

Finalmente salva, approdava alla scuola.

Il primo banco era occupato da una gobbina. Simpaticissima, intelligente.

Deforme dalla nascita, le donne del paese, in modo sommesso, ma non troppo, non tanto almeno che lei non potesse sentire, le pronosticavano una prematura fine all’età dello sviluppo.

La bimba sembrava non preoccuparsi troppo né della deformità né delle macabre previsioni sul terribile futuro che l’attendeva. Con grande disinvoltura portava la sua gobba qua e là per il cortile, durante la ricreazione, nel grande girotondo che la maestra imponeva ai suoi trentadue scolari, tanto per averli tutti sott’occhio.

Marcondirondirondella!

Quel girotondo! Sembrava una scena da Corte dei Miracoli…

Il compagno preferito della piccola deforme era un bimbo strabico, con un occhio sempre fisso a un vago punto d’un lontano orizzonte.

In aula, qualche volta, la maestra soggiaceva alla forza ipnotica di quello sguardo e si trovava a fissare, anche lei incantata, la carta geografica dell’Europa Fisica a cui si dirigeva perennemente l’attenzione dell’occhio sinistro del bambino, mentre il destro, completamente autonomo, si rivolgeva da un’altra parte.

Poi c’era lo zoppo. Arrancava un po’ a fatica, sulla gamba rimasta più piccola dell’altra, a causa della poliomielite.

I genitori non avevano ritenuto necessario lo zuccherino di Sabin. E poi loro dovevano lavorare, non avevano tempo per quelle cose lì!

Nel quadro disastrato del girotondo, però, c’era lui…

Volteggiava leggero, con la grazia di una figuretta della Danza di Matisse. Brillavano al sole i suoi capelli rossi, dai riflessi tizianeschi che incorniciavano un viso dai lineamenti delicati.

Disdegnava i giochi violenti, preferendo condividere con le femminucce la tranquillità dei loro passatempi. In classe, fra le ‘attività manuali-pratiche’ preferiva il ricamo. Bravissimo in disegno, aveva il gusto delle cose belle.

In maggio, tutte le mattine, porgeva alla sua insegnante una rosa profumata e fresca di rugiada.

Un giorno arrivò alla scuola una signora tutta infuriata.

“Ma chi credeva di essere quella maestra lì, perché veniva dalla città! Che facesse il suo dovere, veh, e insegnasse a leggere e a scrivere, veh, invece di mandare gli scolari a rubare le rose in casa degli altri!”.

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