Descrizione
Varese, 1961. Dietro il cancello del Paradis — tenuta doppia, villa dei Verri e cascinale dei contadini — il giovane sottotenente Romano Vernengo crede di essere arrivato in paradiso. Poi un fatto oscuro (un neonato ritrovato strangolato) incrina la patina elegante. Tra profumo di rose e campane del Bernascone affiora l’altra faccia dell’amore: il malamore. Lina, Giulietta e Vittore trascinano Romano dentro tre storie di gelosia e possesso, dove la rispettabilità borghese si screpola e la provincia mostra i suoi segreti. In un’estate le certezze finiscono: crescere significa scegliere, anche quando fa male.
INCIPIT
Varese, maggio 1961
«Ecco, tenente, sem rivà. La vist? Con mila franc, mille lire, l’ho purtà in paradiis!»
Il tassista sorridendo gli indicava l’elegante scritta di fianco al portone d’ingresso. A dire il vero, di “i” ce n’era una sola.
Per la prima volta il giovane Romano Vernengo aveva preso il taxi, ma la sua mamma aveva tanto insistito: «Ora che sei un ufficiale, devi presentarti in modo decoroso; non farmi far figure con la signora!» La signora era Eleonora Sturlese, proprietaria della villa dove i genitori di Romano lavoravano: lui come giardiniere factotum, lei come custode, cameriera e, nelle poche ore libere, sarta.
Come spesso capita alle donne che non potevano avere figli, Eleonora si era subito affezionata al piccolo Romano. L’aveva curato e seguito negli studi. Era stata lei a convincere i riluttanti genitori a fargli frequentare il Liceo Delpino e poi l’Accademia Militare. Lui, a dire il vero, avrebbe preferito Lettere, ma le modeste risorse della sua famiglia non glielo permettevano e così, grazie alla signora, figlia di un alto ufficiale dell’esercito, si era ritrovato a Modena. Una volta sottotenente, Eleonora aveva affidato il suo figlioccio al fratello Alvise Veratti, potente colonnello dei carabinieri a capo del Comando provinciale di Varese. Era stato lui a fargli avere l’incarico nella compagnia di città e a sistemarlo nella dépendance dei suoi amici Verri.
La corretta pronuncia del luogo gliela diede subito dopo la ragazza dai capelli rosso arancio, che era uscita dalla portineria per accoglierlo.
«Benvenuto al Paradì!» Con la P maiuscola, la errre roboante dei francesi e la i squillante in fondo.
Così, grazie a uno sconosciuto tassista e alla bella Rosina, Romano, prima ancora di entrarci, era stato informato della doppia anima della estesa tenuta del Paradis: Paradì era il grande parco all’inglese con le due ville padronali e la dépendance, luogo di villeggiatura dei milanesi Verri; paradiis l’edificio rurale dei contadini affacciato sui campi.
Romano tentò invano di spiegare alla ragazza che lui era solo un sottotenente al primo incarico, ma Rosina l’aveva già promosso. Quel giovane alto, dalla carnagione chiara, come solo i signori, perché Romano, a furia di frequentare gli Sturlese, ne aveva l’aspetto, sarebbe potuto diventare un buon fidanzato. Glielo fece subito capire civettando con il viso un po’ piegato e un sorriso pieno di promesse.
«Le mostro il suo appartamento.» Eccitata dall’arrivo del bel tenente, aveva voglia di parlare e non vedeva l’ora di fargli da cicerone. Sul parterre ghiaioso alla fine dell’androne d’ingresso si aprivano i quattro portoni delle scuderie. Ospitavano le auto di lusso dei Verri: la Flaminia del nonno, la Giulietta del figlio e la spider 1500 Fiat del nipote. Dietro l’ultimo, quasi sempre chiuso, c’era la carrozzella per le gite in campagna appartenuta al bisnonno.
Rosina prese allegra la scala esterna che portava al lungo terrazzo del piano superiore. Si doveva per forza passare di lì per accedere ai quattro piccoli appartamenti sovrastanti. Lui la seguì, sentendosi in colpa per non riuscire a distogliere lo sguardo da quel bel culetto che, sotto la gonnellina leggera, gli si muoveva davanti.
«Il suo è il primo, quello accanto è del Pino Taglioretti, l’autista dei signori, poi c’è quello della Eloise, l’istitutrice inglese della Maria Pia, la nipotina dei Verri e l’ultimo è vuoto.»
Con le braccia appoggiate sulla balconata della terrazza, Romano non l’ascoltava, si era incantato ad ammirare le gradazioni di forme e colori di piante altissime. Davvero quello era un paradiso in terra, comunque lo si pronunciasse. Lei attese paziente, delusa per l’attenzione rivolta più agli alberi che al bel vestito a pois bianchi su sfondo rosa indossato apposta per il suo arrivo.
Nei due locali puliti e tinteggiati di fresco lei aveva già disfatto il baule consegnato giorni prima e sistemato tutto in armadio.
«Mi sono permessa, ma, se c’è qualcosa che non va bene, rimedio subito. Se vuole le faccio trovare ogni mattina la divisa pulita e stirata. Ah… il libro gliel’ho messo sul comodino.» Era un’edizione pregiata di Piccolo Mondo Antico del Fogazzaro, dono della signora Sturlese. Gliela aveva consegnata qualche giorno prima di partire e la mamma l’aveva subito infilata nel baule.
Per rompere il silenzio con cui Romano la guardava, Rosina gli propose di cucinargli una frittatina: «Ci metto un minuto». Sembrava uscita dalla pubblicità delle nuove cucine americane, lucide e colorate. Lei gli sorrideva accanto ai fornelli con il suo bel vestito protetto da un grembiulino immacolato. È così che ci si innamora? Romano non lo sapeva ancora, ma non riusciva a staccare lo sguardo da lei.





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