Operazione Genesi

16,00

Formato: Libro cartaceo, pag. 282

Autore: Mario Nejrotti

Note sull’autore

COD: ISBN: 978-88-6690-503-5 Categoria: Tag: ,

Descrizione

La prima indagine a Marta Scuteri l’ha assegnata il vicequestore Anselmi, giusto per farsi le ossa: “Una cosetta facile, facile, devi riportarmi indietro un picchiatello in fuga dalla clinica Mater Misericordiae, qui a Roma.” Il “picchiatello” è Alberto Ludovici, un soggetto con gravi segni di sdoppiamento della personalità, che qualcuno ha aiutato a fuggire dalla clinica psichiatrica, in cui peraltro accadono molte cose poco chiare. L’ispettore Scuteri scoperchierà, senza volerlo, un vero vaso di Pandora, che cela il più incredibile e sconvolgente segreto della Chiesa di Roma, che alti prelati cercano di custodire con qualsiasi mezzo. Operazione Genesi è un romanzo ricco di colpi di scena, personaggi inquietanti e inaspettati misteri.

Prologo

 

«Pietro sente le voci, Pietro sente le voci, parla con l’angelo, parla con l’angelo…»

Dieci fratelli, tutti più grandi: aveva fatto male a confidare il suo segreto a Gaspare, ora non smettevano più di prenderlo in giro! Eppure quella voce la sentiva davvero dentro di lui. Lo guidava e lo ammoniva. Non voleva che si arrendesse al suo destino di ultimo figlio di una povera famiglia contadina di Sant’Angelo Limosano, nel profondo Molise.

Gli insegnava a riconoscere le erbe, i fiori e a chiamare le stelle con il loro nome.

«Là dobbiamo tornare tutti» gli sussurrava.

Aveva scoperto che c’erano erbe buone ed erbe cattive: quelle capaci di curare le malattie e quelle che procuravano la morte.

Pietro ascoltava e imparava in fretta. Però non diceva a nessuno quello che imparava, perché la voce non voleva, ma con Gaspare si era vantato di avere anche lui un angelo che gli parlava come quello che aveva rivelato a Maria che sarebbe nato Gesù.

I bambini purtroppo non sanno tenere a lungo i segreti: Gaspare ne aveva riso con gli altri fratelli e c’erano voluti i ceffoni del padre a zittire la cantilena. «Smettete questo stupido scherzo. Se sento ancora qualcuno di voi che ne parla, se la dovrà vedere con me!»

E poi a Pietro che ancora tirava su con il naso: «Non ne parlare mai più: hai capito? Non ne parlare più con nessuno!»

«Ma padre, io so curare le persone con le erbe. Lui me lo ha insegnato!»

Lo schiaffo era arrivato poderoso sul viso a suggellare un comando al silenzio per la salvezza del piccolo.

Ma in casa Angeleri era entrata la paura che in paese si sospettasse che Pietro fosse posseduto dal diavolo e che potesse capitare qualcosa di molto grave a lui e a tutta la loro famiglia.

La Chiesa non era tenera quando sentiva odore di demonio e, per salvaguardare l’anima dei suoi fedeli, era disposta a tutto.

Passarono anni tutti uguali, in paese i pettegolezzi sulla stranezza di Pietro si moltiplicavano. Ogni tanto il ragazzo curava qualche contadino, che guariva.

La voce dentro di lui comandava di farlo e disubbidire era impossibile, pena dolori e convulsioni.

Chi lo vedeva pregare davanti alle edicole e alle immagini sacre pensava che fosse un prediletto da Dio, ma alcuni sospettavano di lui.

Il padre temeva per la vita del figlio a cui era affezionato, anche se era gracile e magrolino e col tempo era diventato taciturno e meditabondo.

Se ne andava in giro nei dintorni del paese, si nascondeva sovente negli anfratti della montagna e qualche volta non tornava a casa per giorni.

Dicevano che avesse delle visioni e la gente incominciò a trattarlo come un santo eremita.

Il padre e la madre, dopo una notte di veglia e di preghiere a Sant’Anna, avevano deciso di portarlo al monastero benedettino di Santa Maria di Faifoli, per avviarlo alla vita ecclesiastica.

In segreto i due poveretti erano convinti che “cane non mangia cane” e che una volta monaco non avrebbe più corso rischi, anzi avrebbe avuto la possibilità di fare strada nella Chiesa, grazie al suo dono.

Quando lo lasciarono al monastero era il giugno del 1224.

Dopo qualche anno il giovane, malvisto dagli altri monaci per le cose che sapeva fare e che imparava con estrema facilità, si allontanò dal monastero e si ritirò a condurre una vita ascetica sui monti, costruendo un eremo.

In quegli anni un eremita che sentiva le voci e faceva del bene ai poveri acquistava in fretta fama e fu quello che successe a Pietro Angeleri, detto Pietro del Morrone.

Era il 1292: dopo la morte di Papa Niccolò IV la Chiesa si dibatteva nella difficoltà di dare un pastore alle sue greggi. Una vacanza durata ventisette mesi senza accordo sul nome del nuovo papa, con Roma in tumulto.

Fu allora che Pietro Angeleri, il figlio di contadini molisani, per la sua fama di asceta e visionario, fu chiamato a occupare il soglio pontificio con il nome di Celestino V.

Fu incoronato a L’Aquila, poi si trasferì a Napoli, in Castel Nuovo, sotto la pesante protezione di re Carlo d’Angiò.

Viveva modestamente e governava la Chiesa, tra mille preoccupazioni e tentennamenti.

La sera del 5 dicembre 1294 si incontrò con il cardinale Benedetto Caetani, che da mesi era diventato suo consigliere.

La responsabilità della Chiesa universale, gli intrighi della corte angioina e degli Aragonesi non si confacevano al vecchio monaco e neppure alla voce che gli parlava nell’animo, che lo esortava a fuggire la corte e la Curia, a ritornare alle sue montagne. Lo tormentava, spesso impedendogli di dormire.

Avevano cenato frugalmente nella cella monacale, allestita per il papa nel castello dal re angioino e poi si erano fermati a parlare e a riflettere.

La notte era alta quando Celestino V disse al cardinale: «Mi dovete confessare, perché ho un segreto nel cuore che non posso più mantenere e il cui peso può schiacciare la nostra amata Chiesa».

La confessione dolorosa e interrotta da frequenti pianti e singhiozzi da parte dell’anziano asceta durò fino al sorgere del sole.

Quando il cardinale uscì dalla cella aveva sul volto un’espressione di angoscia e di rabbia: il viso era rigato di lacrime impotenti.

Caetani non parlò con nessuno del colloquio, ma il 13 dicembre Pietro rinunciò al papato, nonostante l’insistenza di Carlo d’Angiò e lo sconcerto di parte della Curia. L’unico a sostenerlo in questa lacerante decisione fu proprio il suo consigliere.

«Non dovevi confidarti con lui! Ora non sei al sicuro qui a Napoli. Devi andartene! Caetani ti ucciderà. Non può ammettere che sia vero quello che gli hai raccontato» sussurrava la voce dentro di lui.

«Mio Signore, non potevo tenere per me il vostro segreto. Io sono un servo e non sarò mai altro. Tutti debbono sapere. Caetani si sta preparando, perché il nuovo Pontefice sveli la verità sull’umanità e sul suo destino. Non potevo più tenere tutto dentro, ma non ho la forza per parlare al popolo di Dio. Lo farà lui: troverà la strada.»

«Non dirà mai niente a nessuno. Farà di tutto perché questo segreto non sia mai svelato. È certo disposto a uccidere te, per distruggere me. Sarà lui il nuovo Pontefice. Solo un ingenuo come te non lo capisce. Devi tornare al tuo paese e devi chiedere ospitalità in segreto a una famiglia che ti sia amica. Ma bada di ricordare: in una casa dove ci siano neonati. La vita deve continuare!»

«Mio Signore, farò come dite. Per me voglio solo il silenzio e la meditazione.»

Il 23 dicembre, dieci giorni dopo il rifiuto di Celestino, Benedetto Caetani fu nominato papa e scelse il nome di Bonifacio VIII.

Pietro da Morrone fu avvertito che il nuovo pontefice voleva catturarlo e tenerlo in prigionia.

Fuggì per cinque mesi, senza potersi fermare, per cercare di raggiungere la Grecia. Ma una notte a Vieste, dove aveva trovato rifugio, fu catturato dagli uomini del Caetani e condotto alla Rocca di Fumone.

Il nuovo papa lo tenne rinchiuso per un anno.

Per tutto il periodo, non fu maltrattato e venne servito con rispetto.

Gli fu allestita una cella nella rocca, perché potesse meditare e pregare. Fu nutrito e curato.

Bonifacio temeva la voce che si agitava in lui e le profezie del vecchio monaco.

Una tra tutte lo colpì e fu per questo tentato di liberarlo.

Era l’inizio della primavera del 1296, Pietro pregò Bonifacio di lasciarlo tornare nelle sue montagne per incontrare il suo creatore in solitudine e meditazione, ma al rifiuto del pontefice, con una voce terribile, che non era la sua, urlò: «Intrabis ut vulpes, regnabis ut leo, morieris ut canis».

Bonifacio fuggì dalla cella e non si fece più vedere da Celestino.

Ma diede un ordine che non fu mai compreso dalla sua guardia e dai cardinali a lui fedeli.

Nella stanza accanto a quella di Pietro doveva sempre esserci una madre che allattava il proprio piccolo e in quei mesi se ne alternarono sei. Fino alla morte di Celestino.

La stessa notte fu trovata morta, senza alcun segno di violenza, l’ultima donna che allattava il suo neonato. Era arrivata da appena due settimane: nessuno ebbe più notizie del bambino.

Recensioni

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Operazione Genesi”

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.