Oltre i vetri

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Formato: Libro cartaceo, pag. 384

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Autore: Giuseppina Valla Innocenti

Note sull’autore

Descrizione

Torino, 1961. Mentre la città del centenario dell’Unità d’Italia si proietta verso il futuro, Florina torna alla vita di un tempo dopo tredici anni trascorsi in orfanotrofio. Ad accoglierla non sono soltanto i volti della famiglia perduta, ma anche le ombre di un’infanzia spezzata, i silenzi della guerra e la fatica della povertà. Tra memorie, pagine di diario e il legame profondo con Jeannette, l’amica francese che le insegna a non arrendersi, Oltre i vetri ricostruisce con sensibilità un intenso percorso di formazione, coraggio e riscatto sullo sfondo di una Torino popolare e tenace in anni di boom economico, in cui l’“ascensore sociale” permette alle persone capaci e volonterose di migliorare la propria posizione e la propria cultura, per costruire una vita più agiata di quella delle generazioni precedenti.

INCIPIT

1 A Torino

Il 1961 era finalmente arrivato! Il 25 Aprile di quell’anno aveva un significato particolare per Florina: non solo ricordava la Resistenza italiana e la fine della seconda guerra mondiale, ma era la prima volta che lei usciva da sola.

Aveva passato 13 anni nell’orfanotrofio di Carmagnola, località posta a circa trenta chilometri da Torino, persa tra i verdi dei prati e il profumo di pane appena sfornato.

Gli occhi azzurri del padre Nazario le illuminavano il volto e i lunghi capelli bruni della madre Dionisia, raccolti in un nastro rosso, pendevano su una spalla.

Ragazzina esile, per questo per lei si continuava a usare il diminutivo di Flora, curata nel vestiario e nell’alimentazione, nell’anno in cui l’efficiente struttura chiudeva i battenti tornava definitivamente a casa.

Nata il primo giorno di primavera del 1940, entrata bambina di otto anni usciva a ventuno, donna.

«I pianti non hanno mai salvato nessuno!» le aveva ripetuto tante volte suor Ave che, con quel nome, aveva avuto la strada spianata per diventare monaca. Era stata per tanti anni missionaria in Africa e di quella lontana terra non aveva dimenticato soprattutto i proverbi.

E la piccola, ubbidiente, si era abituata a non piangere, a non poter vedere crescere i fratelli, ad andare a dormire senza il bacio della buona notte. Aveva imparato a non lamentarsi perché nessuno aveva il tempo di ascoltarla.

Si era adattata a una vita completamente diversa da quella dei suoi, la numerosa famiglia Marchisio. Come le aveva insegnato la mamma, aveva sempre sorriso per prima anche quando il cuore scoppiava di dolore.

Per questo motivo nel refettorio c’era chi insisteva per sedersi al suo tavolo e, se giocava a palla prigioniera, anche le più piccole volevano restare nella sua squadra.

Con modi fini e rispettosi, uguali a quelli delle professoresse che le avevano rilasciato il diploma di ragioniera, la ragazza aveva salutato la superiora e le altre consorelle, sicura che non le avrebbe dimenticate.

Nella sua sacca, cosparsa di fiori da lei stessa ricamati a punto croce, un po’ di biancheria, la mantella e la gonna scura della divisa, la fotografia del saggio davanti alle autorità del paese e nel cuore tanti ricordi. E per ultimo un pizzico di zucchero per scaramanzia per non dimenticare l’abitudine della mamma di augurare buon viaggio a chi partiva.

Le ferite della sua infanzia faticavano a rimarginarsi e le cicatrici che ogni tanto facevano ancora male la rendevano più forte di una della sua età.

Si buttava alle spalle le esperienze più difficili e, con al dito l’anellino dalla forma di serpente della indimenticabile Dionisia, oltrepassava il pesante portone di legno dell’istituto. Le perline rosse, rotondeggianti, incastonate nell’intarsio delle volute, sembravano occhi pronti a seguirla nel suo nuovo percorso e se le sfiorava diventava più coraggiosa.

In quegli attimi lasciava dietro di sé un mondo e si domandava se il resto della sua famiglia poteva essere contenta di riaverla.

Tra le mura austere, a due passi dalla chiesa in stile gotico di Sant’Agostino, aveva sempre lavorato e studiato come le era stato insegnato nel povero alloggio di Borgo Vanchiglia, a Torino, dove era nata.

La zia Erminia, alla morte dei genitori, aveva invitato una signora per farla accogliere nell’orfanotrofio e proprio lei la stava aspettando a cavallo della “sua” Vespa bianca. I due figli, una femmina e un maschio, crescevano istruiti, erano la sua gioia e il suo riscatto.

«Sono venuta una sola volta a trovarti, ma ogni mese telefonavo alla madre superiora per sapere come andavi a scuola. Sono orgogliosa di te!» le disse appena la vide.

La donna, sorella del padre, era tenuta in grande considerazione dalla parentela perché si diceva che “è lei a portare i pantaloni in famiglia”.

Alta come una colonna, occhi grigi da gatto, capelli leggermente ondulati, era di poche parole, ma la sua voce aveva un tono chiaro e deciso. Certe sue sfuriate facevano tremare il palazzo, non le mettevano i piedi in testa, nessuno osava contraddirla. Unica sua debolezza, tenuta nascosta agli estranei, era il quotidiano bicchierino di marsala all’uovo, gustato quando tutti i suoi già dormivano.

Lavorava come un garzone dal mattino alla sera in una panetteria di via Artisti e la sua grinta aveva fatto la fortuna del marito, operaio in una piccola officina di corso Traiano.

Per l’occasione Erminia indossava il solito vestito nero. Le spalle si erano incurvate e un bianco quasi argenteo si stava diffondendo sui capelli. Stringeva le mani della nipote, la tirava a sé, l’abbracciava forte come non aveva mai fatto.

La ragazza non si sottraeva. Avvertiva il solito piacevole sapore dell’inseparabile liquore nella sua bocca, non osava piangere e l’altra, determinata come sempre, aggiunse:

«Ora non hai più bisogno di me, sei cresciuta e non solo di statura. I fratelli sono cambiati anche se non hanno ricevuto l’istruzione che hai tu. I tuoi genitori, di lassù, gioiranno per te e Rosina vuole che tu insegni ai suoi figli».

La sorella maggiore di Florina era già mamma! Si era sposata con Mario Brusa, che fin da bambino lavorava come un adulto sotto il comando del padre, severo più di un generale. Gli piaceva giocare a pallone nel cortile, ma il permesso non gli veniva mai concesso.

Da anni lei non lo vedeva più perché durante la sua permanenza in collegio aveva visitato poche volte i suoi. Li aveva sempre immaginati belli, pieni di affetto e calore.

Chi piangeva, chi rideva, chi gridava e un filo, indistruttibile anche negli anni più tristi, li univa tutti.

«Lasciami qui» disse Florina in prossimità di piazza Santa Giulia. «Devo fare una telefonata a Rosina.»

Era la verità? Erminia la guardò con fare ironico, sicura che bella come era diventata, le stesse mentendo. Sorrise e aggiunse:

«Ora sei grande e devi avere la tua indipendenza».

Infilò la mano nella borsetta di vernice, l’unica che possedeva, sempre più scolorita e prelevò il portafoglio.

Estrasse dei grossi biglietti rossi, da diecimila lire ciascuno, ne contò cinque e con fare serio esclamò:

«Appena troverai un lavoro me li restituisci».

Florina non ebbe il tempo di ringraziarla che, come un fulmine, la donna sparì nel traffico.

Da sempre la giovane aveva capito che non era facile guadagnare soldi, ma le faceva piacere possederne.

Li nascose in tasca, entrò nel bar dove la mamma le comprava il cono al cioccolato e alla nocciola.

Intorno tutto era cambiato.

Il bancone era stato rifatto e grosse lampade rotonde calavano dal soffitto; anche i tavolini erano nuovi. Lena, la proprietaria, appesantita e senza rossetto, non la riconobbe, ma quando lei rivelò il suo nome, con passo veloce, lasciò il posto di comando dietro la cassa.

Sbraitò di gioia ad alta voce, la strinse come un figlio tornato dalla guerra.

Si asciugò le lacrime e singhiozzando:

«Se ti vedesse tua madre!»

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