Non vi odio

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Formato: Epub, Kindle

Autore: Eleonora Scali

Note sull’autore

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Descrizione

Anno 2042: sconvolgimenti climatici e politici hanno modificato il volto dell’Italia, stravolto l’economia e acuito il divario sociale. Isa non conosce il suo paese natio perché la sua famiglia si è trasferita a Dubai quando lei era ancora in fasce. Poco più che ventenne, la ragazza scopre che il padre e lo zio nascondono un passato oscuro e inquietante. Alla ricerca della verità, Isa parte per Milano. Là troverà il resto della sua famiglia e dovrà decidere se credere a loro o a chi le ha mentito per tutta la vita.

INCIPIT

Fiordaliso sospirò beata, ripensando alle giovani braccia di Otàvio che l’avevano stretta fino a qualche ora prima. Peccato che fosse dovuto partire di nuovo: a letto faceva scintille e ogni volta che il dottor Defeo la faceva arrabbiare, sapeva come calmarla.

Spazzò dalla mente l’ignobile amministratore delegato della sua società, e ordinò al domohouse di aprire le tende. La camera da letto fu inondata dal sole. Accese l’olovisione e selezionò il canale delle previsioni. L’immagine tridimensionale di miss meteo annunciò che, anche quel giorno, la media delle temperature su tutta la penisola sarebbe stata di quaranta gradi, con picchi di quarantasette in tutta la fascia padana. A seguire elargì le consuete raccomandazioni: evitare l’esposizione diretta ai raggi solari, indossare un cappello o proteggersi con un ombrello. Fiordaliso aveva sperato in una Milano meno torrida del solito, ma non era così. Spense l’olovisione e si diresse in bagno.

«Doccia» disse al dispositivo domotico. Si spogliò e si osservò allo specchio. Il risultato dell’ultimo lifting era eccellente. “Sfido chiunque a indovinare la mia età” si disse. Entrò nella cabina doccia. Mentre l’acqua le accarezzava le curve, anch’esse rimodellate dal bisturi, ripensò al sogno di quella notte: Otàvio era stato scritturato dai fratelli Duffer per il remake di Stranger Things, aveva acquistato una villa a Hollywood e le aveva chiesto di sposarlo.

Indossò l’accappatoio e tornò a letto con una sensazione di piacevole appagamento. «Colazione» ordinò al domohouse. L’apparecchio trasmise l’ordine al ricevitore che la cameriera portava appeso al collo. Qualche minuto dopo, la donna varcò la porta della camera da letto con un vassoio. Davanti al centrifugato di cetriolo, le pillole di integratori e il caffè nero, Fiordaliso rimpianse i tempi in cui poteva permettersi cappuccino e cornetto. Purtroppo la menopausa le aveva fatto prendere qualche chilo. Per apparire al meglio nelle foto pubblicitarie dei sex toys che commercializzava, era stata costretta a mettersi a dieta.

Dopo la colazione insoddisfacente, convocò la hair-stylist e la truccatrice. Aveva appena tre ore per mettersi in tiro e presentarsi sul set.

 

Anche la colazione di Gabriele era stata insoddisfacente, con la differenza che il menù non era una sua scelta. Un secondino comparve oltre le sbarre. «Hai finito?» gli chiese.

«Sì.»

L’uomo aprì la cella e scortò il detenuto fino allo sgambatoio, come lo chiamavano le guardie del carcere di Brissogne, per i quindici minuti d’aria che gli erano concessi dopo ogni pasto. Lo stretto spiazzo recintato da mura di cemento non offriva alcun tipo di riparo. Quando brillava il sole, bruciava il cervello; quando era assente, la temperatura scendeva sotto zero e ibernava mani e piedi. Cosa ancor peggiore, l’alternanza era repentina e priva di qualsiasi criterio stagionale.

Quella mattina di novembre, ad esempio, si bolliva. Dopo cinque minuti di ossigeno e di cielo, Gabriele chiese di rientrare in cella. Lavò il sudore dal viso nel lavabo appeso di fianco al water, sedette sulla branda e fissò le pareti. “Maledetto Idri Kadiu, guarda dove mi hai fatto finire” pensò. “Ti avevo pagato per far dichiarare morti i miei genitori, non per compiere una strage.”

Dal tavolino accanto al letto prese Papillon, si sdraiò e si accinse a rileggere per l’ennesima volta la rocambolesca evasione di Henri Charrière. Quel romanzo lo faceva sognare, anche se sapeva che una sua eventuale fuga non sarebbe durata più di ventiquattr’ore a causa del micro-geolocalizzatore che gli era stato impiantato. Si trattava di una misura precauzionale in più, entrata in vigore di recente per i condannati a pene superiori a vent’anni.

Ogni notte, Gabriele si massaggiava il braccio sinistro immaginando di riuscire a togliere quel maledetto microchip. Purtroppo, era alloggiato in profondità, fra il bicipite e il tricipite, così vicino all’arteria brachiale da procurare un’emorragia in caso di rimozione inappropriata. A spiegarglielo era stato Berthod, il secondino più stronzo di tutti. Gabriele non aveva idea del perché ce l’avesse tanto con lui e non perdesse occasione per maltrattarlo o insultarlo.

Per uscire di lì prima dei sessant’anni, poteva solo sperare in un rilascio anticipato. «È tempo perso» gli aveva risposto il suo avvocato, quando Gabriele gli aveva chiesto di presentare la domanda. «Con la quantità di crimini che ha commesso e l’atteggiamento che ha tenuto al processo non glielo concederanno mai.»

«Di che atteggiamento parla?» aveva chiesto lui.

«È entrato in aula con aria di sfida, ha inveito contro il pubblico, cioè i parenti delle vittime. E, alla lettura della sentenza, ha alzato il dito medio.»

Quel gesto Gabriele lo ricordava perfettamente, ma era rivolto a Guido Dirado, solo a lui. Non si era perso un’udienza, lo fissava oltre le sbarre della gabbia con un’espressione di vittoria stampata in faccia. Quando la giuria aveva riconosciuto Gabriele colpevole di tutti i capi d’accusa tranne quello che interessava a Guido, gli aveva lanciato quel silenzioso vaffanculo. A detta del suo legale le telecamere presenti al processo avevano, ahimè, ripreso quel dito come un insulto all’intera platea.

«Presenti ugualmente la domanda di scarcerazione» aveva insistito Gabriele.

L’avvocato aveva fatto spallucce e se n’era andato, e lui non aveva ancora capito se era un sì o un no.

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