Descrizione
Sul finire del Cinquecento, il Giappone vive una stagione cruciale: i signori della guerra si contendono il potere, i contatti con l’Occidente si intensificano e la presenza dei missionari apre scenari nuovi, politici oltre che religiosi. In questo quadro si muove Alessandro Valignano, protagonista di una vicenda che intreccia diplomazia, evangelizzazione, commerci e relazioni umane. Tra Kyoto, Nagasaki e Macau, La nave nera ricostruisce con forza narrativa un passaggio decisivo della storia giapponese: quello in cui l’incontro con l’Europa appare come una promessa di apertura, ma prepara già la futura chiusura del paese.
POSTFAZIONE dell’Autrice
Nel 1598, Alessandro partirà per il suo terzo e ultimo viaggio nel Japòn.
La fortuna o come direbbe un gesuita, la protezione di Dio gli consente, ancora una volta, di varcare incolume l’oceano. Poco dopo essere sbarcato a Nagasaki gli giunge notizia che Hideyoshi è morto.
Con ciò si chiude l’avventura in Corea, che non ha portato ad alcuna conquista e finiscono anche le persecuzioni, per il momento. I daimyo cristiani tornano in patria, le chiese vengono ricostruite. Nel 1603, quando Alessandro torna a Macau, le cose si sono messe molto bene. Sarà l’ultima, splendida fioritura di quello che è chiamato il secolo nanban.
Nel 1606 è già in partenza un’altra volta, verso l’interno della Cina. Prima di lasciare Macau va sull’isolotto dove ha piantato la sua vigna e mentre è lì a curarla, si leva un forte vento. La malattia renale di cui soffre si aggrava all’improvviso. Si manda a chiamare il medico degli aghi, ma non può fare più nulla.
All’alba del 20 gennaio, appena prima di spirare, il Visitador dirà ai confratelli:
«Abbiate cura di doña Ginevra Rodrigues, la madre… che è stata come una madre per il collegio di Macau.»
Morirà con il suo nome sulle labbra.
Spero che la Compagnia di Gesù mi perdonerà di avere attribuito ad Alessandro un amore segreto e perfino un figlio illegittimo. Di ciò non esiste la minima prova… e se mai vi fosse stata, avrebbe fatto la stessa fine della lettera intonsa che Padre Daniello trova nel prologo.
Sono convinta che questo aspetto del romanzo non sminuisca la figura del grande gesuita. La può rendere, semmai, più vicina e comprensibile ai lettori di oggi.
«Ama e fa’ ciò che vuoi, abbi nel fondo del cuore la radice dell’amore. Da questa radice non può uscire se non il bene.» (Sant’Agostino, commento alla prima epistola di Giovanni).
Alessandro Valignano è un uomo del Rinascimento e un aristocratico, come a quell’epoca tutte le figure di spicco nella Compagnia di Gesù. Il voto di povertà significa per loro rinunciare a feudi e prebende, non allo stile di vita cui sono abituati: si flagellano, portano il cilicio e affrontano viaggi spaventosi, ma vivono come signori. Ciò suscita molte critiche.
Un francescano che incontra Alessandro a Macau, come prove della sua degenerazione morale cita musica, fine biancheria da letto, servi, animali domestici. I cupi predicatori della povertà vedono queste cose come altrettanti ostacoli all’unione con Dio.
Il pensiero di Alessandro è agli antipodi. Arte, bellezza, scienza sono gli strumenti di cui si serve per accostarsi a culture raffinate come quelle della Cina e del Japòn. La sua attitudine creativa ed esplorativa lo porta a studiarle, in cerca di modi per comunicare.
Con un’apertura mentale straordinaria per l’epoca riesce a sfrondare l’essenza del messaggio evangelico dalle apparenze, che adatta agli usi locali. Un modo di procedere considerato ancora oggi, si tratti di religione o che altro, un modello per l’interazione tra culture.
Ben pochi approvano, nella chiesa della Controriforma. La condanna definitiva dei «riti cinesi» arriverà nel 1742. Nel frattempo i gesuiti saranno rimasti in Cina per un paio di secoli. Se questo non succede nel Japòn, è perché si verificano due eventi calamitosi: l’arrivo dei frati scalzi e quello di John Adams, noto in Giappone come Miura Anjin.
Il personaggio del protagonista nel romanzo Shogun di James Clavell, è ispirato proprio alla figura di Adams. Costui, un inglese sbarcato a Bungo nel 1600, riesce a introdursi alla corte di Tokugawa Ieyasu. Gli suggerisce di commerciare con gli olandesi perché questi, a differenza dei portoghesi, non cercano che il guadagno e se ne infischiano di importare nel Japòn anche la loro religione.
Ieyasu seguirà il consiglio: nel 1614 i gesuiti saranno espulsi, questa volta definitivamente. Ai daimyo cristiani sarà imposto di abiurare. Il più emblematico tra loro, Takayama Ukon, si rifiuterà di farlo e morirà in esilio. Sarà beatificato dalla Chiesa cattolica nel 2017.
Nel 1639 alla nave nera sarà proibito di approdare in Giappone. Da quel momento solo gli olandesi potranno stare a Dejima, isola artificiale nel porto di Nagasaki per svolgere attività di commercio. Ai giapponesi sarà proibito uscire dal paese o avere contatti con stranieri. Avrà inizio il periodo storico chiamato 鎖国 sakoku, paese in catene.
In una delle scene iniziali del film Silence di Martin Scorsese, Alessandro Valignano legge la lettera di un confratello apostata rimasto clandestinamente nel Japòn. Peccato che nel 1633, anno in cui è ambientata questa scena, il Visitador sia già morto da un pezzo.
Tra le fortune di Alessandro, c’è quella di non dover assistere alle persecuzioni che cominceranno in grande all’epoca di Hidetada, successore di Ieyasu e raggiungeranno il culmine sotto il terzo shogun della dinastia, Tokugawa Iemitsu.
A quest’epoca si verifica pure la rivolta di Shimabara (1637-38) il cui leader spirituale è un adolescente chiamato Amakusa Shiro. È figlio di Masuda Jinbei, il ronin che compare nell’ultimo capitolo di questo romanzo. Navi olandesi cannoneggiano la fortezza di Hara, dove ci sono i rivoltosi, contribuendo in modo determinante alla sconfitta dei cristiani.
Le torture e i supplizi efferati che li colpiscono in quegli anni, sono tra le pagine più buie nella storia del Giappone. In questa trilogia, che si conclude prima delle grandi persecuzioni, ho voluto presentare il quadro di un periodo meno cupo.
Passando al coprotagonista, Oda Nobunaga è il più enigmatico dei tre unificatori del Japòn. Se Toyotomi Hideyoshi viene chiamato scimmia e Tokugawa Ieyasu tanuki (tasso: un animale paziente, ingannatore) nessuno si è mai permesso di attribuire a Nobunaga una natura ferina. Semmai viene chiamato e non a torto, re demone del sesto cielo.
Da 450 anni ci si interroga sulle ragioni del cosiddetto incidente di Honnoji. Perché Akechi tradisce il suo signore? E perché Nobunaga non si accorge di nulla?
Dopo la morte di Akechi la sua famiglia viene sterminata, le prove che avrebbero potuto spiegare il tradimento vanno distrutte. Una recente ricerca d’archivio ha portato alla luce la testimonianza di un discendente, ancora bambino a quell’epoca. Costui avrebbe sentito dire che Akechi tradì per paura, allo scopo di nascondere i contatti che aveva avuto con un generale dei Takeda: Anayama Baisetsu. Quello che nel romanzo mangia cocomero insieme a Tsuchiya Sozo e viene in visita da Nobunaga, insieme con Ieyasu.
Rimane da spiegare l’incredibile trascuratezza di Nobunaga nel portare con sé a Miyako il proprio erede, con una scorta altrettanto scarsa della sua. Dopo la costruzione di Sokenji è arrivato davvero a credersi un dio ed è questo a tradirlo, più che Akechi o un complotto.
Nobunaga ha davvero un maestro che si chiama Takigen o Takugen, però di lui non si sa quasi nulla.
I resti di Nobunaga saranno cercati con frenesia tra le rovine di Honnoji, senza riuscire a identificarli. Verrà trovato solo il suo elmo danneggiato dalle fiamme. Com’è successo anche fuori dal Japòn ad altri protagonisti della storia, ciò darà origine alla leggenda che sia rimasto in vita.
Supponendo che ne sia davvero uscito vivo, sarebbe ferito. E di sicuro ci penserebbe due volte prima di presentarsi a Hideyoshi. Questi ha reagito alla notizia della sua morte con una tale prontezza da far pensare che, se non l’ha provocata, sia stato perlomeno ben contento di approfittarne.
Come potrebbe Nobunaga fuggire dal paese, se non facendo ricorso ai baterén? E oltre a spedirlo in India, gli faccio fare ciò che è comune tra i samurai della sua epoca: dopo una vita passata a combinarne di ogni, il tentativo in extremis di ripulirsi un po’ il karma.
Questo è un romanzo storico. Su una trama di fatti documentati innesta il filo d’oro della fantasia. Chi vuole leggere solo cose certe si dedichi ai libri di storia, che vengono scritti proprio a questo scopo.
Premesso ciò, ho sempre cercato di fare in modo che gli aspetti di fantasia siano plausibili. Coerenti con la mentalità dell’epoca e con le fonti storiche: cose che sarebbero potute benissimo accadere… e chissà non siano accadute davvero!
La prima moglie di Nobunaga si chiama Kicho, farfalla che ritorna, ed è figlia di Saito Dosan. Viene chiamata anche Nohime, principessa di Mino. Non darà figli a Nobunaga. Dopo che si separa da lui, le fonti storiche non la menzionano più.
A partire dal teatro kabuki a un’infinità di romanzi ci si è inventato di tutto su di lei, ma nessuno ancora l’aveva spedita a Macau con una copertura così perfetta: doña Ginevra Rodrigues, vedova o presunta tale di un mercante portoghese (o qualunque cosa fosse il padre di João). L’impero portoghese incoraggiava i matrimoni con donne locali per aumentare la popolazione delle colonie, per cui è perfettamente plausibile.
C’è davvero uno schiavo africano arrivato con il Visitador, che in Giappone viene chiamato Yasuke. Entra al servizio di Nobunaga, è al suo fianco quando Honnoji viene attaccato. Secondo le testimonianze dei gesuiti, viene mandato a dare l’allarme al principe e quando questi muore, lui si arrende. Incredibilmente, Akechi lo risparmia proprio con le parole citate nel romanzo: questo non è un samurai, non è giapponese, è solo una bestia nera che appartiene ai baterén, riportateglielo. Con ciò esce di scena.
C’è chi sostiene che abbia sposato una giapponese e i loro figli siano il primo incrocio nippo-africano della storia. Ho mandato pure loro in India, paese dove c’è davvero di tutto: compresi i Siddi, ex schiavi africani e la loro fortezza di Janjira. Questa riuscirà per secoli a resistere agli assedi di portoghesi, maratha e britannici. Si unificherà volontariamente con l’India nel 1947, quando sarà proclamata l’indipendenza del paese.
Secondo alcune fonti storiche un ex cavaliere di Malta, che si finge spagnolo mentre è in realtà italiano, arriva in Giappone verso il 1570 ed entra al servizio della casata Gamo. Perché avrebbe dovuto nascondere la sua identità? E come è finito lì?
L’attendibilità di queste fonti è stata messa in dubbio, ma il personaggio era troppo ghiotto per lasciarselo scappare. Il suo nome è Juan Lortes, pronunciato dai giapponesi come Rorutesu.
Yodogimi, la favorita di Toyotomi Hideyoshi, dopo la morte di questi regna davvero in nome del figlio: non Tsurumatsu, morto in tenera età ma il secondogenito, che ha cinque anni e si chiama Hideyori. Il suo potere però è debole e quasi subito viene contrastato.
Uno dei consiglieri che il kanpaku prima di spirare ha nominato, è Tokugawa Ieyasu. Dopo la sua vittoria nella battaglia di Sekigahara (1600) questi si proclama shogun. Yodogimi rifiuta di sottomettersi e si rinchiude con il figlio nel castello di Osaka. Solo nel 1615 Ieyasu riuscirà a impadronirsene. Yodogimi si ucciderà insieme al figlio, come aveva fatto sua madre con il secondo marito.
Infine Sen no Rikyu, uno dei personaggi più commoventi nella storia del Giappone. Per accostarsi a lui c’è il romanzo di Inoue Yasushi, Morte di un maestro del tè, e il magnifico film dallo stesso titolo che ne è stato tratto, regista Kei Kumai.
Sarebbe bastato che Rikyu dicesse a Hideyoshi una parola di scuse per essere risparmiato, ma non la pronunciò. Lo faccio a dire a Lortes nel romanzo: i giapponesi sono attratti dalla morte come falene dalla fiamma.
Concludo con i ringraziamenti.
La mia Editora, Piera Rossotti di Edizioni Tripla E, ha avuto la pazienza di aspettare quattro anni perché le consegnassi il volume conclusivo della trilogia. Mi scuso di questo, con lei e con i lettori.
I personaggi del romanzo mi hanno trascinata nel frattempo a vivere nel Japòn. Quello del XXI secolo è enormemente diverso da quello del XVI eppure, sembra a me, ancora uguale sotto alcuni aspetti. Conoscere un po’ la storia di questo paese mi aiuta a comprenderlo.
Ringrazio la dottoressa Marisa Di Russo, che purtroppo nel frattempo se n’è andata e mi aveva messa in contatto con l’archivio romano della Compagnia di Gesù. E i continuatori del suo compito, gli amici del Centro Studi Internazionale Alessandro Valignano di Chieti.
Ringrazio infine mio marito, un samurai giapponese di oggi che affronta con coraggio la sua disabilità e, diventando sempre più autonomo, mi lascia perfino il tempo di scrivere.
Fu proprio lui a sussurrarmi all’orecchio, anni fa, il nome di Alessandro Valignano.
Con mia vergogna devo dire che non lo avevo mai sentito. È stupefacente la disinvoltura con cui noi italiani dimentichiamo i grandi personaggi della nostra storia.
Vivere nel Japòn mi fa sentire in modo più profondo l’attualità del messaggio di Valignano.
Vorrei trasmetterlo, per come l’ho compreso, ai tanti italiani, molto più giovani di me, che vanno a vivere all’estero.
Adattamento a una cultura diversa da quella di origine vuol dire aprire gli occhi, le orecchie e il cuore, mantenendo con fierezza la propria identità. Più a fondo si comprende la cultura del paese natale e meglio si comprenderà quella degli altri.
Grazie di avere letto questa trilogia.
Tokyo, 21 luglio 2025





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