Descrizione
Nella Sardegna di fine anni Settanta, mentre il potente imprenditore Gabriele Lestri trasforma un angolo di costa in un ambizioso paradiso turistico, sotto il profumo del mirto e il soffio del maestrale fermentano rancori, avidità e segreti. Quando il giovane Lorenzo scompare, quello che sembra un sequestro come tanti si rivela presto l’inizio di una spirale oscura, dove interessi privati, complicità taciute e violenza si intrecciano senza scampo. In una terra aspra e seducente, Francesco Orrù costruisce un thriller teso e immersivo, dove il paesaggio non fa da sfondo: osserva, nasconde e giudica.
PROLOGO
28 Aprile 1977
Se ne stava lì, con le braccia dietro la schiena, a pochi centimetri dalla vetrata a tutta parete, a contemplare la placida distesa blu di fronte a lui.
Percepì il flebile scatto della maniglia prima, il profumo del caffè poi.
Bisbigliò un Buongiorno, continuando a scrutare l’orizzonte.
Elisa attese, in piedi, accanto al vassoio d’argento, attratta dalle sinuose circonvoluzioni del fumo, intriso di aroma di caffè.
Quando iniziò a dissolversi, timidamente sottolineò che stava diventando freddo.
Lui sollevò la mano destra, col palmo aperto.
Doveva attendere, senza disturbare.
Gabriele Lestri non sprecava parole.
Concreto, pragmatico, andava subito al sodo.
Un vincente, con spiccato intuito per gli affari.
Qualunque cosa accadesse, riusciva a trarne un guadagno.
Il suo impero economico dipendeva da quello.
Quando aveva ereditato da una zia, zitella senza figli, e faceva l’impiegato in un’agenzia immobiliare, ancora non immaginava che il suo futuro sarebbe cambiato.
Una cifra cospicua, ma suddivisa fra quattro fratelli.
Chi si cambiò la macchina, chi si comprò una barca.
Lui decise di investire in un complesso di magazzini dismessi, a Genova, dove viveva, nell’area del porto.
Una sequela di tuguri fatiscenti, regno di topi, gatti cacciatori di topi e topi d’appartamento senzatetto, che vivevano di espedienti e furtarelli.
Edificati per lo stoccaggio delle merci scaricate dalle navi, con l’ampliamento del porto e il dislocamento dell’area mercantile, quella zona era stata progressivamente abbandonata.
Un investimento in perdita, apparentemente.
Fino a quando il Comune, per recuperarla dal degrado urbano e sociale in cui versava, decise di riqualificarla progettando una passeggiata sul mare, con locali notturni: bar, ristoranti, cinema, sale giochi, gelaterie.
Concessioni edilizie a costo zero e senza vincoli.
Dovevi solo avere l’area edificabile.
Giusto due mesi dopo che Gabriele aveva acquistato l’area.
La vendette, così come l’aveva comprata, ma a venti volte il prezzo che l’aveva pagata.
A quel punto cambiò la macchina e si concesse anche la barca.
E acquistò dieci appartamenti che poi rivendette, ristrutturati e modernizzati, al triplo.
Investì in altri immobili e azioni bancarie, che fruttarono.
Non ci stava più dietro.
Assunse una segretaria e un contabile.
Poi un’altra segretaria, per il contabile, poi un assistente del contabile.
Dopo due anni dall’acquisto dell’area infestata da topi, rifiuti urbani e feccia umana, si ritrovò seduto su una poltrona di pelle vera, davanti alla sua scrivania in quercia, con vista, dalle pareti in vetro, sul lungomare di Genova, al sesto piano del palazzo dove aveva sede la sua società, con gli uffici nei piani sottostanti.
In tutti.
Finalmente distolse lo sguardo dall’orizzonte, e si voltò verso la segretaria.
«Verso il caffè, dottore?»
Lo chiamava così anche se non era laureato.
Ma uno che sa fare i soldi così è più di un dottore.
Inconsapevolmente lo sminuiva.
Lui la prese sottobraccio e la accompagnò fino alla vetrata a tutta parete.
Indicò davanti a sé.
«Cosa vedi?»
Oltre alla distesa di acqua cangiante dal celeste al turchese, dall’azzurro fino al blu al largo, non si vedeva nient’altro.
Lei pensò che i soldi gli avessero dato alla testa.
I ricchi hanno una visione distorta della realtà.
Si limitò a rispondere «Il mare, dottore».
«No, oltre. Cosa vedi?»
Lei fece finta di starnutire per prendere tempo.
Non voleva sbagliare la risposta, ci teneva a quel lavoro.
Lestri capì che era imbarazzata.
La imbeccò, sperando che capisse. Non gli piaceva mettere a disagio le persone.
«Oltre l’orizzonte.»
Ma il viso di lei era ancor più attonito.
«La Sardegna» sbottò lui. «Genova non mi basta più.»
Oddio, manie di espansione: speriamo che non vada tutto a ramengo, pensò lei.
«Ho sondato il mercato. La crisi economica attuale potrebbe favorire investimenti da parte di chi dispone di liquidità.»
Lo sguardo di lei manifestava perplessità, sottolineata dal tacere persistente.
«Sei mai stata in Sardegna?»
«No, dottore.»
«Ecco, è questo allora.»
Elisa taceva imperturbabile.
«La Sardegna ha solo bisogno di promozione turistica adeguata» continuò lui. «Chi capisce questo, ora che ancora non c’è niente, è destinato a due cose: fare i soldi e farli fare ai sardi. È come una materia prima rara, di altissimo pregio, ma ancora grezza, da plasmare e modellare. Ci vuole solo uno che vada lì a realizzare un’opera d’arte.»
Finalmente Elisa capì.
«Vuole trasferirsi in Sardegna?» chiese incredula.
«Ho comprato una villa nei pressi di Sassari, nel nord. Tra due mesi, al termine della scuola di Lorenzo, ci trasferiremo tutti. La famiglia, intendo. Ho bisogno di stare in loco per far nascere e sviluppare il progetto che ho in testa. Credo che sarà necessario rimanerci per qualche anno.»
«Quindi è già tutto deciso?»
Lui sorrise compiaciuto.
«Sai cosa vuol dire Lestri in sardo?»
Lei fece NO con la testa, con gli occhi spalancati.
«Mi sono informato. Vuol dire rapido, in fretta.»





Recensioni
Ancora non ci sono recensioni.