L’isola dei morti

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore: Giancarlo Ibba

Note sull’autore

COD: ISBN: 978-88-5539-175-7 Categoria: Tag:

Descrizione

Dieci persone, cinque uomini e cinque donne, vengono rapite da un misterioso commando e trasportate su una minuscola isola in mezzo al Pacifico: il miliardario Joshua Kyle le ha scelte accuratamente perché ha deciso di organizzare e di offrire a un ristretto gruppo di amici uno spettacolo singolare, strutturato come un videogioco, ma tutt’altro che virtuale. Durerà 100 ore e l’unico vincitore otterrà in premio cento milioni di dollari. Purtroppo per Kyle, non tutto va per il verso giusto… Tra colpi di scena e azione, la storia si sgrana senza lasciare un attimo di respiro al lettore, che pure non potrà evitare di interrogarsi sugli aspetti più nascosti della natura umana, da quelli basilari e atavici come l’istinto di conservazione, al senso della lealtà e dell’onore.

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 Hong Kong, 06:30

 All’alba, la metropoli si svegliò immersa in una nebbia impregnata di smog e polveri sottili. La brezza di mare, satura d’umidità, spingeva le nuvole verso la penisola di Kowloon. Un’altra stagione dei monsoni bussava alle porte dell’Oriente.

Sopra la brumosa skyline urbana svettava, lucente come un prisma di ghiaccio, la K-Tower. Il più alto grattacielo del mondo. Quasi mille metri di cemento armato, acciaio inox e vetro. Centottanta piani di uffici, ristoranti, alberghi, agenzie, studi legali, appartamenti, negozi, bar, suite, banche e filiali.

Da una finestra che occupava l’intera facciata est del suo attico, Joshua Kyle osservò le nubi burrascose ammassarsi nel cielo. Le sue iridi grigie brillavano dei riflessi policromi delle migliaia di luci e insegne al neon della città. Kyle adorava guardare la città, inginocchiata ai suoi piedi come una puttana.

«Ti piace la pioggia, Cheng?» domandò, senza voltarsi.

Seduto su una poltrona, Cheng Wu accavallò le gambe e si lisciò la cravatta. Alle sue spalle, percepiva la presenza di Iko: l’onnipresente bodyguard di Kyle. Restare in silenzio non era un problema per lui, visto che non aveva più la lingua. Gli era stata mozzata da bambino, in circostanze misteriose.

Gli occhi fissi sull’orizzonte sempre più scuro, con aria assorta, Kyle continuò: «Io la odio. Mi mette malinconia».

Le braccia posate sui braccioli, Cheng tacque.

Kyle era l’unico figlio di un attempato petroliere texano e di una ex coniglietta di Playboy. Dal padre aveva ereditato, oltre al patrimonio, il talento per gli affari e l’ambizione. Dalla madre, una bellezza statuaria e le doti manipolatorie. I genitori erano morti in un incidente, quando lui aveva diciotto anni.

«Da ragazzino ero parecchio introverso» concluse Kyle. «Intelligenza e sensibilità creano solitudine… mai notato?»

Il killer aprì bocca per la prima volta. «Qualche volta.»

Iko sospirò. Quei discorsi lo annoiavano. L’indonesiano si affacciò alla finestra e guardò in basso. La grande piazza antistante alla K-Tower iniziava ad affollarsi. All’ora di punta, nel grattacielo giravano più di diecimila persone, una buona parte dipendenti della Kyle Global Corporation. La K.G.C. era una tentacolare multinazionale, con un fatturato di miliardi di dollari. Eretta a tempo di record, la K-Tower era lo scintillante fulcro attorno a cui orbitavano capitali internazionali, pubblici e privati, legali e illegali. Tutti controllati da Joshua Kyle.

Lanciando uno sguardo alla robusta guardia del corpo, Kyle passò le dita tra i capelli biondi e, ruotando sui tacchi, si voltò. Con due falcate, raggiunse il suo prezioso pianoforte a coda Steinway & Sons. Insieme alla maestosa scrivania, le due lussuose poltrone Luigi XVI e lo schermo oled da 200 pollici, era l’unico oggetto presente nell’ambiente minimalista.

Kyle si accomodò sullo sgabello, schioccò le dita e le appoggiò sulla tastiera. Chiuse le palpebre e iniziò a suonare il Preludio op. 28 n. 15 di Fryderyk Chopin. Era piuttosto abile.

«Sai perché ti ho fatto venire fin quassù, così presto?»

Fuori, il cielo si oscurò in fretta, preludio di un possente temporale. L’attico affondò in una strana penombra azzurrina.

«No, signore…» replicò Cheng, con voce piatta.

Kyle annuì. «È tempo di organizzare una vera partita.»

Accanto al leggio del pianoforte, dentro una cornice di platino, c’era un ritratto della sua attuale fidanzata. Una bella ragazza dai capelli rosso fiamma, il sorriso timido e lo sguardo intelligente. Terry Lockley lavorava alla K-Books, cinquanta piani più in basso. Fin dal principio della relazione, tre anni prima, la coppia era l’argomento preferito dalla cronaca rosa globale.

Immerso in chissà quali pensieri, Kyle scrutò la foto di Terry. Emise un sospiro e continuò a suonare. Senza soluzione di continuità, passò al languido Sogno d’amore di Liszt.

Dopo un minuto, Kyle sbuffò, si alzò dal pianoforte e si accomodò alla scrivania. Iko lasciò la finestra e prese posto sullo sgabello. La maglietta nera che indossava era tesa intorno ai bicipiti tatuati. Incurante, sfilò uno dei suoi coltelli a farfalla dalla custodia sulla cintura e iniziò a tagliarsi le unghie.

«Ho ricevuto pressioni da parte dagli spettatori…» disse Kyle, come se niente fosse, riprendendo il discorso interrotto.

«Ha già una lista dei giocatori?»

Sorridendo, Kyle tirò fuori una minuscola chiave dorata dal taschino della sua giacca tagliata su misura e aprì uno dei tanti cassetti della sua immensa scrivania. Ne tolse una decina di cartellette. Le riordinò con calma e, alla fine, gliele allungò.

Con lentezza, Cheng si protese per prendere i fascicoli, prestando attenzione a non toccare la mano del capo. Kyle non sopportava il minimo contatto fisico con la pelle maschile.

«Permette una osservazione?»

Per quanto possibile, Iko alzò un ispido sopracciglio.

«Prego…» concesse Kyle, con una scrollata di spalle.

«Selezionare gli uomini per la partita di collaudo tra i senzatetto della città non è stata affatto una buona idea.»

«Hai ragione! Come potrai vedere, non ho fatto lo stesso sbaglio.» Kyle sorrise ancora e allargò le braccia. «Non avrei mai dovuto affidare quell’incarico al capitano Renoir! Lui e la sua marmaglia di mercenari sono privi di ogni buon gusto!»

Approvando quell’affermazione, Iko grugnì.

«Mea culpa!» sbottò Kyle, battendo il pugno sul cuore. «Adesso, però, l’operazione è tutta nelle tue mani. In quelle schede troverai ogni dettaglio. Ho già predisposto il supporto logistico. I miei facoltosi amici hanno già prenotato i loro posti in prima fila! Sono così tediati dalle loro vite che farebbero di tutto per qualche ora di sano intrattenimento in streaming!»

Il killer contrasse i muscoli della mascella.

«Qualcosa ti turba?» lo sollecitò Kyle, inquieto.

«Ecco, signore… non pensa che sia troppo avventato?»

«Avventato

«Sarebbe preferibile far passare ancora qualche mese.»

Kyle si stiracchiò la schiena e allacciò le mani dietro il collo. Sembrava tranquillo, ma questo non voleva dire niente.

Sapeva recitare una parte molto meglio della madre.

«Ho qualcuno alle calcagna, giusto, Cheng?» s’informò, sfiorando con i polpastrelli il mento squadrato. «Sai la novità! La CIA sta forse di nuovo cercando di infiltrare qualcuno?»

Il killer storse le labbra. «No, signore.»

«Di che ti preoccupi, allora?» sbottò Kyle, rimettendosi in moto. Non riusciva a star fermo per molto tempo. Cominciò a camminare, avanti e indietro, dalla finestra panoramica alla scrivania. Iko, ancora seduto sullo sgabello, lo seguì con lo sguardo come un cane adorante. «Sono davvero impaziente! Voglio godermi una bella partita! Tutto sommato, il collaudo è andato abbastanza bene. Con le modifiche che ho ideato tutto filerà liscio, vedrai. Non voglio far aspettare troppo i miei amichetti. Cambierebbero subito show, tornando di corsa ai loro vizietti da pervertiti… Sai che noia gli snuff? Chi ha più voglia di vedere una puttanella negra stuprata e strangolata da un ciccione peloso, mascherato da Zorro e fradicio di sudore?»

Quel monologo toccò Cheng in profondità che preferiva non esplorare. Kyle spesso lo infastidiva con i suoi pensieri. In ogni caso, non era pagato per giudicare l’etica del suo capo. No. Lui era un killer. Tutto qui. Era tardi per cambiare vita. E, in fondo, non erano le agenzie investigative a inquietarlo.

Grazie al suo carattere di merda, nel corso degli anni, Kyle si era fatto numerosi nemici nel mondo della criminalità organizzata e del terrorismo internazionale. Per non parlare di ecologisti e anticapitalisti. Riceveva minacce di morte di vario genere. Eliminare i pericoli prima che si presentassero era già abbastanza complicato. Reclutare un sicario per affidargli quel compito, soltanto uno come Kyle poteva concepirlo. E adesso, quell’insensato trastullo… come gli era venuto in mente?

Con il solito contegno, il killer si alzò.

«Perdoni la mia impertinenza.» Cheng piegò la testa per sottolineare il suo rammarico, fissando il suo capo dritto negli occhi. «Avrà tutti i giocatori sull’isola tra una settimana.»

«Disprezzo le scuse non richieste, Cheng, lo sai bene…» ribatté Kyle, congedandolo. «Ci aggiorniamo. Puoi andare.»

Appollaiato sul suo sgabello, Iko ridacchiò.

Cheng indossò il cappellino da baseball che usava per celare il suo viso alle telecamere di sorveglianza e scomparve dietro la porta blindata dell’ascensore: l’unica via d’accesso all’attico. Per accedervi era necessario digitare una password. Il sistema di sicurezza del grattacielo era ai massimi livelli.

Congedato il killer, Kyle tornò alla finestra panoramica. La pioggia bagnava gli spessi vetri antiproiettile. Cento metri sopra la sua testa, il ventre gravido di fulmini delle tumultuose nuvole temporalesche lambiva il pinnacolo della K-Tower.

Kyle sorrise. «Che lo spettacolo abbia inizio!»

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