La mattanza di Castelnormanno

15,00

Formato: Libro cartaceo pag. 206

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Autore:Michele Zoppardo

Note sull’autore

COD: ISBN: 978-88-5539-148-1 Categoria: Tag:

Descrizione

Castelnormanno, comune di fantasia nella provincia di Palermo – Anni ’70.

Un’abitazione di gente tranquilla, perbene e inerme diventa una tonnara, dove a essere massacrati non sono pesci ma persone: i coniugi Salvatore e Giovanna Mancuso e Vito Vinciguerra, noto titolare di un negozio di abbigliamento di lusso a Palermo e attempato fidanzato della ventenne figlia dei Mancuso: Assuntina.

Il commissario Sanfilippo, intervenuto con i suoi uomini, si trova davanti uno spettacolo terrificante. L’assassino ha infierito sulle vittime con numerose coltellate e le ha sgozzate. Chi è la belva che non ha avuto pietà dei vivi né dei morti? Perché, da un lato, sembrerebbe aver agito con feroce lucidità e, dall’altro, parrebbe essersi fatto prendere dal panico, tanto da aver lasciato numerose prove? Si tratta di uno psicopatico, di una persona normale che ha agito in preda a un raptus o di più persone, come ipotizza il magistrato che coordina le indagini condotte dal commissario Sanfilippo? E qual è il movente? Un amore impossibile o i venti milioni di lire che Salvatore Mancuso nascondeva in casa? Questi e altri gli angosciosi dubbi che dovrà risolvere il commissario, alle prese con una vicenda di amore e odio, che trasuda sangue e dolore, nella quale la compassione è da riservare a coloro che se ne sono andati e, forse ancor di più, a coloro che sono rimasti. Ci riuscirà grazie al suo acume investigativo e all’aiuto di Tony Valente, un investigatore privato dotato di facoltà straordinarie.

INCIPIT

Vito Vinciguerra sicuramente era stato un bel giovane. Adesso, a cinquantadue anni, il suo metro e ottanta di altezza era appesantito da chili di troppo e deformato da un ventre prominente e da una leggera curvatura delle spalle. Il viso, paffuto, sempre perfettamente rasato, conservava lineamenti delicati e un naso piccolo e dritto. Dei capelli, che erano stati lisci e neri, rimaneva solo una malinconica corona che, come un’inutile recinzione attorno a una piazza vuota, cingeva il cranio lucido. Sempre elegante, rigorosamente in giacca e cravatta anche d’estate, profumava di acqua di colonia di cui si cospargeva abbondantemente. In definitiva, non si poteva dire che non fosse un uomo piacente. Vedovo, senza figli, era proprietario di un negozio di abbigliamento per uomini facoltosi sito nella centralissima via Ruggero Settimo – definita il salotto di Palermo – che collega le due piazze più importanti della città, piazza Verdi e piazza Castelnuovo, dove sorgono i notissimi e ammirevoli teatri Verdi e Politeama. In ragione della sua attività, Vito conosceva tutti i notabili della città: medici, ingegneri, magistrati, notai, avvocati e via di seguito. Possedeva, inoltre, diversi appartamenti che, affittati, gli procuravano una rendita notevole. Sarebbe stato un ottimo partito per tante donne non più giovani che gli stavano dietro, facendogli chiaramente capire le loro intenzioni. Nessuna di loro però, per un motivo o per un altro, gli andava a genio. Il fatto è che a prendere un’altra donna accanto a sé gli pareva di fare uno sgarbo a quella che per tanti anni era stata la compagna della sua vita, anche se, a tre anni dalla morte della moglie, si sentiva sempre più solo. La solitudine è sì una situazione oggettiva ma è soprattutto una condizione dell’animo, amata da alcuni che sanno stare bene con se stessi, temuta da altri che ne hanno paura perché, per natura o per condizionamento psicologico, hanno necessità di condurre una vita sociale per non cadere in depressione. Vito Vinciguerra apparteneva a quest’ultima categoria di persone. Da sempre gli piaceva essere circondato da amici e parenti, frequentare luoghi animati, sentire il mondo pulsare intorno a sé e per fortuna Evelina, la moglie, aveva avuto il suo stesso modo di intendere la vita, tanto più dopo aver avuto certezza che figli non ne sarebbero mai venuti e si era ritrovata nella necessità di colmare all’esterno il vuoto che le si era creato dentro. Fino a quando la moglie era vissuta, Vito non aveva conosciuto la solitudine. Morta Evelina, le cose erano però cambiate perché Vito si era sentito a disagio a frequentare – lui rimasto uomo solo – gli amici di prima, tutti accoppiati, e di conseguenza, più per forza di cose che per scelta, si era sempre più isolato, perdendo quelle relazioni sociali che erano state il pepe della sua vita.

Durante il giorno, il negozio lo teneva impegnato ma la sera, quando rientrava nell’elegante villa liberty di Mondello, la malinconia gli piombava addosso, procurandogli un’angoscia palpabile che gli toglieva l’appetito e il piacere che prima ricavava dai mobili pregiati, dai quadri di valore, dai soprammobili di porcellana e dagli altri oggetti raffinati che impreziosivano la casa; tutte cose che ora gli apparivano tetri fantasmi di un passato sepolto. Adesso, però, la speranza di sconfiggere la solitudine Vito era tornato a coltivarla.

Da quando l’aveva conosciuta, Vinciguerra aveva perso la testa e il sonno per Assuntina Mancuso, figlia di Salvatore, detto Totò, suo muratore di fiducia, uomo onesto ma sfortunato. Era accaduto una mattina di giugno dell’anno 1976.

Salvatore si era recato a Palermo con la figlia e, transitando dalla via Ruggero Settimo, aveva pensato di fare un saluto a don Vito, con il quale aveva stretto rapporti amichevoli.

Assuntina era una gran bella ragazza di diciannove anni. Carnagione olivastra, capelli neri e lucenti, viso acqua e sapone, appena colorato da un filo di ombretto rosa sulle palpebre ornate da ciglia folte e lunghe, occhi grandi come fari, capaci di uno sguardo dolce e a un tempo inconsapevolmente malizioso, naso diritto, labbra carnose, denti bianchissimi, corpo sinuoso. Unico neo – a voler proprio trovare il pelo nell’uovo – seno un po’ scarso, ampiamente compensato, però, dalla sensualità delle gambe, generosamente esibite sotto gonne succinte che eccitavano i sensi dei maschi del liceo artistico che la ragazza frequentava, professori compresi. Salvatore, geloso della figlia come tutti i padri siciliani, non era affatto contento che Assuntina indossasse quelle gonne che coprivano solo metà delle cosce, ben consapevole che l’esibizione di quel dono della natura avrebbe suscitato commenti e apprezzamenti indecenti tra i “galli” della città e specialmente tra quelli del paese. Assuntina, però, non voleva sentire ragione e asseriva che la minigonna era un capo di abbigliamento moderno che ormai quasi tutte le ragazze, e non solo, indossavano e che il padre era un uomo all’antica. Questa ribellione della figlia era stata motivo di forti litigate, di proibizioni e di punizioni e solo l’opera di persuasione, intelligente e ossessiva, messa in atto dalla moglie Giovanna, aveva finito per placare le ire di Salvatore che alla fine, seppur a malincuore, si era convinto che in fin dei conti la figlia non faceva nulla di male e che il suo era un capriccio giovanile, comune a tante ragazze della sua età.

 

 

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