Jukebox 1

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore:Riccardo Moglioni

Note sull’autore

COD: ISBN: 978-88-5539-200-6 Categoria: Tag:

Descrizione

Questi sono i primi tre racconti di una raccolta dal titolo Jukebox. E nel titolo c’è il fil rouge che unisce le storie che ho scritto. Tra i miei grandi amori c’è da sempre la musica. La capacità che testi e melodie hanno di portarti in un altro mondo è pari solo a quella dei sogni. Le canzoni che danno il titolo ai racconti sono diventate il pretesto per inscenare le mie personalissime visioni. Un insieme sinestetico di tutte le mie passioni e le mie esperienze. Spesso ho trovato nei sogni l’ispirazione. Per anni ho allenato la mia capacità di ricordarli, riempiendo interi quaderni con ogni traccia che rimaneva attaccata alla mia memoria.

Le storie che piacciono a me, quelle con cui sono cresciuto, hanno quasi sempre un elemento fantastico immerso nell’umorismo, nel cinismo e nella banalità della vita quotidiana. Credo sia più efficace una metafora di uno schiaffo in faccia.

Le mie sono storie di formazione (non lo sono tutte?), in cui racconto ciò che so, ciò in cui romanticamente credo. Ci sono i miei viaggi, le mie paturnie, i miei ideali.

RING OF FIRE

Atto I – L’inizio

Da qualche parte dovrò pur cominciare, la storia è improbabile e ve la voglio raccontare. La maggior parte della gente passa la vita nel piattume, in sicurezza tra ciò che vorrebbe e si nega e ciò che non può avere. A quanti capita la fortuna di assistere a qualcosa di talmente assurdo da risultare pressoché incredibile? Al pari di chi vede lo Yeti o Nessie, il mostro di Loch Ness. Allora non è tanto importante condividere certi accadimenti. Il privilegio è serbarli nella propria memoria e, di tanto in tanto, andarli a ripescare. Più passa il tempo poi e più li metti in dubbio. I dettagli che ti sembravano certi sfocano e ti convinci che te lo sei immaginato. Chissà se, in età senile, finirò per rinnegare tutto. Oppure mi ci aggrapperò come ultimo vaneggiamento di un povero arteriosclerotico.

Ma veniamo a noi. Sono troppo in vena per cianciare a vuoto.

Era l’aprile del 2018 e avevo venti anni tondi tondi. Un’età che mi spaventò e che ora mi fa sorridere. Quando cambia la prima cifra pare sempre che sia l’inizio della fine. Non sei più un adolescente, sei un uomo. Ti aspettano responsabilità spiacevoli, futuro incerto e maturità forzata. Come bastasse la fine di un ciclo solare per cambiare connotati alla realtà.

Mi ricordo quel periodo, ero più strano del solito. Dopo aver passato il primo anno dell’università alla ricerca della socialità, accontentandomi di qualsiasi compagnia mi venisse offerta, vivevo la legge del contrappasso. Tutti mi sembravano degli enormi coglioni e non volevo avere a che fare con nessuno. Altalena emotiva su cui spesso nella vita mi sono crogiolato, per dirla in tutta onestà. Perciò scagioniamo il prossimo e mettiamo la croce sulle mie spalle poco allenate.

Insomma, mio padre una sera si presenta a tavola tutto ringalluzzito. E non era di sicuro dovuto al minestrone di riso freddo che aveva preparato. Motivo successivo di mille pernacchie e sbeffeggi da parte di mio fratello e del sottoscritto. Mentre mia madre, senza un minimo di tatto, sottolineava ad alta voce il rimpianto di aver lasciato i fornelli incustoditi. Mi trattenni dal rinfacciare alla fonte vaginale della mia esistenza la sua spiccata pigrizia. Perché se mio padre era diventato il cuoco di casa era da imputarsi più al suo lassismo che al divertimento che egli provava a ricoprire quel ruolo. Sebbene qualche soddisfazione, negli anni, l’avesse data. Non in quel caso, no. Toccò quella volta uno dei suoi picchi più bassi. Ebbe la graziosa abilità di salvarsi in corner.

«Vostra madre e io ce ne andiamo in vacanza in Messico!» disse mio padre, alzando il tono della sua voce oltre l’abituale. Il bicchiere di vino era ancora pieno, l’euforia era tutta naturale.

«Non abbiamo ancora deciso, però ci piacerebbe» corresse mia madre, sempre pronta a saldare i piedi di chiunque al suolo.

«Dobbiamo solo prenotare!» rincarò mio padre. Lui non aveva incertezze.

Incrociai lo sguardo di mio fratello, eravamo perplessi. Mio padre si è sempre dimostrato un fifone quando si trattava di aerei. Il pensiero di vederlo affrontare oltre dieci ore di volo ci incuriosiva.

«Sai che è in Centro America?» chiese mio fratello ironico.

«Oh, so benissimo dove sta, mio caro furbetto» rispose tronfio il mio genitore.

Di solito mio fratello lasciava a me il ruolo del provocatore sarcastico. Pur essendo il minore dei due, o forse proprio per questo, andavo io in avanscoperta quando si trattava di interagire con i miei.

«Il Messico è un po’ vasto. Dove vorreste andare? E, se posso permettermi, come mai proprio lì?» chiesi spinto dalla curiosità. Mio padre è sempre stato un tipo passionale. Pronto a lanciarsi dietro al primo spunto interessante gli si presentasse davanti. Era dai facili entusiasmi. Lo ritengo un pregio, magari perché anche io sono così.

«In televisione continua a passare una benedetta pubblicità di non mi ricordo che agenzia o compagnia aerea. Spingono sempre su quel cavolo di Messico e su Cancun. All’inizio ho pensato: sarebbe bello andare, ma quando mai? E i soldi, e la distanza, e la lingua. Poi ieri, prima di addormentarmi, ci ho riflettuto. Ho più di sessant’anni, al massimo sono arrivato in Marocco. Se non mi decido adesso, quando?»

Seguimmo con attenzione la narrazione delle sue elucubrazioni. Mio padre andava a letto e pensava. Dopo aver letto un po’, complice la pensione e dei lunghi pisolini pomeridiani, faticava a prender sonno. Nella maggior parte dei casi si incastrava in tunnel negativi di preoccupazioni inconsistenti. Qualche volta trovava la forza per una buona idea.

«Ehm, papà, ne hai quasi settanta. Altro che più di sessanta» dissi io.

«Non essere inelegante» mi rimproverò mia madre. Mio padre però incassava bene le prese in giro.

«Quel che è. Andiamo a Cancun!» esultò.

Ci complimentammo per la decisione, chiedemmo quando sarebbero andati, per organizzarci di conseguenza. E tener a bada il nostro cane con i nostri tre gatti.

«Qualcuno di voi vuole venire?» mio padre proponeva sempre. Sapeva in partenza di ricevere dei rifiuti. Ciò non gli impediva di accarezzare la speranza di incassare qualche assenso.

E fu proprio lì che lo sorpresi. Certo che mio fratello avrebbe passato il testimone, mi lanciai a spada tratta.

«Io voglio venire» sentenziai.

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