Jukebox 1

20,00

Formato: Libro cartaceo pag. 346

Autore:Riccardo Moglioni

Note sull’autore

 

COD: ISBN: 978-88-5539-199-3 Categoria: Tag:

Descrizione

Questi sono i primi tre racconti di una raccolta dal titolo Jukebox. E nel titolo c’è il fil rouge che unisce le storie che ho scritto. Tra i miei grandi amori c’è da sempre la musica. La capacità che testi e melodie hanno di portarti in un altro mondo è pari solo a quella dei sogni. Le canzoni che danno il titolo ai racconti sono diventate il pretesto per inscenare le mie personalissime visioni. Un insieme sinestetico di tutte le mie passioni e le mie esperienze. Spesso ho trovato nei sogni l’ispirazione. Per anni ho allenato la mia capacità di ricordarli, riempiendo interi quaderni con ogni traccia che rimaneva attaccata alla mia memoria.

Le storie che piacciono a me, quelle con cui sono cresciuto, hanno quasi sempre un elemento fantastico immerso nell’umorismo, nel cinismo e nella banalità della vita quotidiana. Credo sia più efficace una metafora di uno schiaffo in faccia.

Le mie sono storie di formazione (non lo sono tutte?), in cui racconto ciò che so, ciò in cui romanticamente credo. Ci sono i miei viaggi, le mie paturnie, i miei ideali.

RING OF FIRE

 

Atto I – L’inizio

 

Da qualche parte dovrò pur cominciare, la storia è improbabile e ve la voglio raccontare. La maggior parte della gente passa la vita nel piattume, in sicurezza tra ciò che vorrebbe e si nega e ciò che non può avere. A quanti capita la fortuna di assistere a qualcosa di talmente assurdo da risultare pressoché incredibile? Al pari di chi vede lo Yeti o Nessie, il mostro di Loch Ness. Allora non è tanto importante condividere certi accadimenti. Il privilegio è serbarli nella propria memoria e, di tanto in tanto, andarli a ripescare. Più passa il tempo poi e più li metti in dubbio. I dettagli che ti sembravano certi sfocano e ti convinci che te lo sei immaginato. Chissà se, in età senile, finirò per rinnegare tutto. Oppure mi ci aggrapperò come ultimo vaneggiamento di un povero arteriosclerotico.

Ma veniamo a noi. Sono troppo in vena per cianciare a vuoto.

Era l’aprile del 2018 e avevo venti anni tondi tondi. Un’età che mi spaventò e che ora mi fa sorridere. Quando cambia la prima cifra pare sempre che sia l’inizio della fine. Non sei più un adolescente, sei un uomo. Ti aspettano responsabilità spiacevoli, futuro incerto e maturità forzata. Come bastasse la fine di un ciclo solare per cambiare connotati alla realtà.

Mi ricordo quel periodo, ero più strano del solito. Dopo aver passato il primo anno dell’università alla ricerca della socialità, accontentandomi di qualsiasi compagnia mi venisse offerta, vivevo la legge del contrappasso. Tutti mi sembravano degli enormi coglioni e non volevo avere a che fare con nessuno.  Altalena emotiva su cui spesso nella vita mi sono crogiolato, per dirla in tutta onestà. Perciò scagioniamo il prossimo e mettiamo la croce sulle mie spalle poco allenate.

Insomma, mio padre una sera si presenta a tavola tutto ringalluzzito. E non era di sicuro dovuto al minestrone di riso freddo che aveva preparato. Motivo successivo di mille pernacchie e sbeffeggi da parte di mio fratello e del sottoscritto. Mentre mia madre, senza un minimo di tatto, sottolineava ad alta voce il rimpianto di aver lasciato i fornelli incustoditi. Mi trattenni dal rinfacciare alla fonte vaginale della mia esistenza la sua spiccata pigrizia. Perché se mio padre era diventato il cuoco di casa era da imputarsi più al suo lassismo che al divertimento che egli provava a ricoprire quel ruolo. Sebbene qualche soddisfazione, negli anni, l’avesse data. Non in quel caso, no. Toccò quella volta uno dei suoi picchi più bassi. Ebbe la graziosa abilità di salvarsi in corner.

«Vostra madre e io ce ne andiamo in vacanza in Messico!» disse mio padre, alzando il tono della sua voce oltre l’abituale. Il bicchiere di vino era ancora pieno, l’euforia era tutta naturale.

«Non abbiamo ancora deciso, però ci piacerebbe» corresse mia madre, sempre pronta a saldare i piedi di chiunque al suolo.

«Dobbiamo solo prenotare!» rincarò mio padre. Lui non aveva incertezze.

Incrociai lo sguardo di mio fratello, eravamo perplessi. Mio padre si è sempre dimostrato un fifone quando si trattava di aerei. Il pensiero di vederlo affrontare oltre dieci ore di volo ci incuriosiva.

«Sai che è in Centro America?» chiese mio fratello ironico.

«Oh, so benissimo dove sta, mio caro furbetto» rispose tronfio il mio genitore.

Di solito mio fratello lasciava a me il ruolo del provocatore sarcastico. Pur essendo il minore dei due, o forse proprio per questo, andavo io in avanscoperta quando si trattava di interagire con i miei.

«Il Messico è un po’ vasto. Dove vorreste andare? E, se posso permettermi, come mai proprio lì?» chiesi spinto dalla curiosità. Mio padre è sempre stato un tipo passionale. Pronto a lanciarsi dietro al primo spunto interessante gli si presentasse davanti. Era dai facili entusiasmi. Lo ritengo un pregio, magari perché anche io sono così.

«In televisione continua a passare una benedetta pubblicità di non mi ricordo che agenzia o compagnia aerea. Spingono sempre su quel cavolo di Messico e su Cancun. All’inizio ho pensato: sarebbe bello andare, ma quando mai? E i soldi, e la distanza, e la lingua. Poi ieri, prima di addormentarmi, ci ho riflettuto. Ho più di sessant’anni, al massimo sono arrivato in Marocco. Se non mi decido adesso, quando?»

Seguimmo con attenzione la narrazione delle sue elucubrazioni. Mio padre andava a letto e pensava. Dopo aver letto un po’, complice la pensione e dei lunghi pisolini pomeridiani, faticava a prender sonno. Nella maggior parte dei casi si incastrava in tunnel negativi di preoccupazioni inconsistenti. Qualche volta trovava la forza per una buona idea.

«Ehm, papà, ne hai quasi settanta. Altro che più di sessanta» dissi io.

«Non essere inelegante» mi rimproverò mia madre. Mio padre però incassava bene le prese in giro.

«Quel che è. Andiamo a Cancun!» esultò.

Ci complimentammo per la decisione, chiedemmo quando sarebbero andati, per organizzarci di conseguenza. E tener a bada il nostro cane con i nostri tre gatti.

«Qualcuno di voi vuole venire?» mio padre proponeva sempre. Sapeva in partenza di ricevere dei rifiuti. Ciò non gli impediva di accarezzare la speranza di incassare qualche assenso.

E fu proprio lì che lo sorpresi. Certo che mio fratello avrebbe passato il testimone, mi lanciai a spada tratta.

«Io voglio venire» sentenziai.

Mio padre, tra il commosso e lo scioccato, assunse un’espressione solenne come poche volte gli ho visto fare.

«Sei serio?»

Aggrappato al miracolo che potessi esserlo, cauto alla possibilità che mi stessi facendo beffe di lui. Era il mio marchio di fabbrica e tutti i presenti lo sapevano. Nei suoi occhi lessi il terrore di poterlo deludere. E sì, l’avevo sparata all’inizio. Ma forse fu proprio quel suo atteggiamento a rendere vere le mie parole.

«Sì papà, sono serio. Voglio venire pure io. Paghi tu, no?» Lo sapevo che avrebbe pagato lui, ma farglielo dire era sempre meglio.

«Volo, vitto e alloggio! Pure attrazioni e souvenir!» Se avesse avuto una bottiglia di champagne l’avrebbe stappata. Si alzò in piedi col piatto ancora pieno. Era tanta l’emozione che non capiva più niente. Pensai volesse cestinare quell’obbrobrioso minestrone per ordinare una pizza. Poi però, dopo essersi sistemato i pantaloni con la mano libera, si riaccomodò a tavola e scucchiaiò un po’ di quella brodaglia verdognola.

«Domani prenotiamo, allora!» disse con la bocca piena.

«Va bene» dissi io. Mia madre si era già arresa all’idea. Nel suo sorriso capii che non fu un grande sforzo. A tavola manteneva una compostezza quasi innaturale, dritta con la schiena come in un manuale di corretta postura. Gomiti sempre alla giusta distanza tra corpo e tavolino, forchetta mossa in armonia dal piatto alla bocca. Misurai perciò la sua felicità nella piccola macchia lasciata dal suo coltello sulla tovaglia. Gesto sconsiderato che avrebbe rinfacciato a noi altri e che lei si era concesso in un impeto di emozione ingestibile.

«Lo fai tu?» chiese mio padre. Era ovvio che finisse così.

E questa è la storia di come ho deciso di andare a Cancun con i miei genitori, a venti anni suonati.

 

Passo in rassegna veloce gli episodi che mi portarono sul charter diretto da Roma a Cancun. Prenotammo due mesi prima, spazio temporale ideale per cogliere la migliore opportunità dal punto di vista economico. Mio padre si sarebbe fiondato alla prima agenzia di viaggio più vicina, si sarebbe fatto fare un mega pacchetto chissà colmo di quali mirabilia. Finendo per spendere di più e approdare in luoghi che neanche aveva preso in esame. C’è anche da dire che la sua idea era quella di fare una settimana al mare a Cancun e basta. Attraverso le mie doti di persuasione, visti l’esborso e la lunghezza della tratta, barattai qualche altro giorno nelle zone limitrofe. Il Messico è vasto ed è pieno di roba interessante. Avremmo fatto i sette giorni prestabiliti a Cancun ma avremmo anche visto zone storiche quali i siti di Chichen Itza e Tulum. Siccome non sto compilando una guida turistica, non racconterò quanto è stato bello dalle quelle parti. Ah al diavolo, lo è stato. Mi basta dire ciò.

Presi il volo più economico e che ritenevo più comodo. Fare scalo e dividere in due un viaggio transoceanico può essere un’arma a doppio taglio. Devi incastrare bene la meta di attesa, meglio ancora se la prima tratta è breve e all’interno dell’Europa. L’attesa non può mai essere superiore alle tre ore, altrimenti c’è il rischio di impazzire in aeroporto. Per poi infilarsi comodi nel bestione pieno di tutti i comfort utili a passare oltre dieci ore senza poter distendere a piacimento le gambe, al buio, con un sacco di gente che nella migliore delle ipotesi ha il buon gusto di passare inosservata. Quel viaggio mi fece mettere un’enorme croce sopra il nome di una compagnia aerea che non sto qui a citare. Fu un incubo. Sono disposto a sopportare tutto, persino essere infilato in mezzo nei posti a tre a due estranei. Ma se non ho il mio schermo davanti per guardare i film allora ambirò al suicidio. E con questo ho detto tutto.

La parte più allettante nella costruzione del viaggio è la scelta dell’albergo. Almeno per me. Ho avuto quasi totale carta bianca sotto questo punto di vista. Abbiamo giusto tribolato sulla collocazione all’interno del territorio di Cancun. Scisso in due cosmi ben distinti. La parte delle spiagge, un lunga striscia piena zeppa di hotel, centri commerciali, locali. E quella più interna, più alla mano e adatta a tutti i portafogli.

«Voglio andare al mare!!» disse mio padre, esprimendo con maturità il nocciolo delle sue ambizioni.

«Sì papà, questo è chiaro. Ti faccio vedere la differenza di tariffe, poi ne ridiscutiamo.»

Così me lo misi accanto e gli mostrai, attraverso lo schermo del mio pc, il divario di pretese delle strutture sui due territori.

«Ok. Voglio andare al mare ma mi sta bene essere distante!» fece parziale retromarcia.

Non che fosse mai stato tirchio, anche se pendeva verso quella tendenza. Quella volta però fui d’accordo, non c’era motivo di strapagare un privilegio che poteva non dimostrarsi tale. Essere in un centro abitato ha i suoi vantaggi. Più esercizi commerciali, ristoranti, meno turisti.

«C’è una navetta che passa di continuo a collegare la nostra zona alle spiagge. Non sarà una grande fatica» lo rassicurai io. Sapendo che, almeno nel corso dei primi giorni, avrei dovuto scortare i miei ovunque andassero. Poi si sarebbero abituati.

«Ok, allora scegli tu. Mi fido» concluse mio padre prima di alzarsi.

Certo che si fidava, mi aveva trasmesso la giusta oculatezza nella valutazione delle transazioni monetarie. Ero inoltre più avvezzo di lui con i siti di prenotazione, per non dire che lui non sapeva dove mettere le mani. Avrebbe potuto rimanere accanto a me ma non aveva la pazienza giusta. Si sarebbe stancato dopo le prime due proposte e avrebbe detto sì a prescindere da cosa gli sottoponessi. Io ero più metodico, per me c’era proprio un gusto maniacale nel capire dove avrei dormito. Iniziavo ad assaggiare il luogo, a lavorare di fantasia nell’immersione in quei luoghi. La tecnologia mi veniva in soccorso. Non c’era solo l’albergo, c’erano i negozi accanto, i ristoranti e le conseguenti valutazioni del popolo web. Tutto si doveva incastrare perfettamente.

Io avevo pochi e validi criteri. La stanza doveva avere un buon segnale wi-fi, un ovvio bagno in camera e, nel rapporto qualità prezzo, una metratura il più ampia possibile. La colazione, soprattutto all’estero, non era condizione sine qua non. Anzi, l’assenza poteva fungere da sprone per esplorare anche quel tipo di necessità. Il Messico era nelle mie fantasie culinarie da tempo e non avevo mai fatto colazione con un burrito. Era tempo di rimediare.

 

Arrivammo davanti all’hotel stravolti. Non si conta solo il tempo di volo ma tutte le operazioni compiute dalla porta di casa che si chiude alle spalle a quella della stanza d’albergo che si apre davanti agli occhi. Un percorso tortuoso fatto di attese snervanti. I miei poi, come chiunque sia privo di esperienza empirica, imposero massima cautela. Di mio sarei andato un paio d’ore prima in aeroporto, loro quattro. Contrattai una via di mezzo. Il check-in online aveva già impostato l’assegnazione dei posti, la fila per imbarcare le valigia fu fluida come non mai. Ci trovammo a passare i controlli due ore e trentasette prima dell’apertura del velivolo. Lessi un po’ di pagine del romanzo che mi ero portato dietro, una sorta di horror all’italiana che scimmiottava Stephen King, in parte riuscendo nella monumentale impresa. Nelle mie cuffie avevo la colonna sonora di Kill Bill, capolavoro di Quentin Tarantino, le cui atmosfere mi trascinavano già nei luoghi dove sarei presto approdato. Tutto purché non arrivassero alle mie orecchie le paturnie preconcette dei miei, campioni dei pesi massimi di problemi inesistenti e costruzioni di scenari apocalittici inverosimili.

«Vedrai che mi pento di non essermi portata il bagnoschiuma, sono sicura» disse mia madre, in un momento in cui avevo mollato i miei pretesti per non essere coinvolto nei loro dialoghi.

«Ma’, c’è un casalinghi a tre passi dall’albergo. Se i campioncini che ti danno per lavarti non sono sufficienti, ti compro otto litri di sapone stasera stessa» chiusi io la diatriba. E tornai nel mio mondo fantastico. Avevo messo in conto di rimanere incastrato nella sapiente tela di fastidi che la presenza dei miei avrebbe intessuto. Quando si fanno certi calcoli non si riesce mai ad avvicinarsi all’esattezza. Io tendo a essere ottimista e a sottovalutare.

Prima dell’arrivo della tecnologia informatica era abitudine passare in volo svariate ore senza far niente. Il costo di un posto a bordo era meno alla portata, gli spazi diversi, il servizio più curato. E un libro rimane un oggetto fisico utile in qualsiasi frangente. Lo stesso quando appresi dell’assenza di intrattenimento a bordo piombai nel panico più totale. Mi ero messo lato corridoio di una fila centrale a tre, mio padre nel mezzo e mia madre sul lato opposto. Eravamo consci, sebbene lei lo negasse, che mia madre sarebbe stata l’unica del trio capace di dormire. Abilità trasmessa all’altro figlio, non a me. E che gli invidiavo. Io riesco a esprimermi solo su un letto, a meno che non sia del tutto stravolto dalla stanchezza. Mio padre, come detto, era un fifone. Non si sarebbe rasserenato fin quando non avessimo messo piede a terra. A conti fatti, riuscì a dormire ben più del sottoscritto. Senza averne la percezione, perché poi negò di aver chiuso occhio. O forse era una posa per mantenere il punto.

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