Il taglio della nebbia

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore:Lu Paer

Note sull’autore

COD: ISBN: 978-88-5539-353-9 Categoria: Tag:

Descrizione

Quarantasei racconti in cui i protagonisti si trovano a vivere situazioni estreme. Dal violinista, al bagnino, dal giudice alla venditrice, dal giornalaio alla poliziotta, dal medico al ladro. Tanti i limiti umani messi in evidenza, tanta la voglia di riscatto e ‘disobbedienza’. Personaggi di ogni età ed estrazione sociale, colti in momenti particolari della loro vita. E poi c’è la natura, gli alberi, i boschi e gli animali che li abitano, vera via di salvezza e significato per chi li ama e li rispetta.

NONO PIANO

Filò tutto liscio e in anticipo rispetto ai tempi previsti. I primi disguidi e complicanze iniziarono con il rodaggio dell’ascensore. All’inizio si trattava solo di semplici intoppi tecnici, ad esempio la mancata chiusura ermetica della porta. Di fatto, quando il mezzo si fermava ai piani, fra le ante rimaneva un’apertura piuttosto ampia che si affacciava su quell’imbuto profondo e stretto. Una volta risolto quel problema, quando tutto pareva ormai terminato e a norma, iniziarono misteriosamente a comparire insignificanti problemi che solitamente già in giornata venivano risolti ma che si susseguivano a ruota, quasi a voler stoppare la conclusione dell’opera. A questo si sommò il serpeggiare ostinato di quella chiacchiera fra gli operai. La prima volta ne parlò, quasi distrattamente e con malcelata ironia, l’ultima recluta, un uomo grande e grosso e di comprovata esperienza professionale che spesso si fermava anche dopo l’orario di lavoro. Mentre masticava un panino durante la pausa pranzo, seduto a terra con le gambe incrociate, assieme a tre colleghi disposti a croce uno di fronte all’altro, irruppe: «Giuro! Stava ormai facendo buio e lì dentro era ancora più scuro ma davvero mi par di averla sentita quella voce salire dal fondo orrido e nero della rampa dell’ascensore. Mi trovavo su, al penultimo piano, e non riuscivo a farlo scendere, quel maledetto marchingegno. Era tardi, mi sentivo stanco e avevo solo voglia di andarmene a casa. Così ho tentato di chiudere quelle odiose ante che si ostinavano a restare aperte a causa di quello spiraglio che sembrava volersi allargare all’improvviso, tanto che da lì mi arrivava un’energia sinistra, come di qualcosa che ti vuol risucchiare». A quel punto si notarono le tre teste chine sul cibo alzarsi per guardare dritto in faccia il collega. «Ho deciso quindi di fare una forte pressione con le braccia» continuò l’uomo, incoraggiato e allo stesso tempo intimidito dalla generale attenzione «e ho urlato: Ti chiudi o no? È stato allora che ho sentito come un vento gelido salire su e investirmi la faccia. Era un vento talmente compatto che aveva persino un odore, ma non l’odore del ghiaccio o della neve quando fa freddo. No: questo era un tanfo cattivo!» «Come cattivo?» chiese a bocca piena uno degli uomini sollevando nuovamente gli occhi dal pasto per guardarlo incuriosito. «Non saprei» rispose l’altro. «Non riuscirei a spiegarlo, ma tutto il mio corpo, quando ne venne investito, rabbrividì; non di freddo, bensì di terrore. È allora che ho preso un bancale e l’ho piazzato di traverso per bloccare quell’entrata che inspiegabilmente e in modo sinistro rimaneva socchiusa nonostante tutti i miei sforzi, come un occhio di serpe con la palpebra abbassata che sta per saltarti in faccia. Volevo a ogni costo chiudere quell’accesso, perché metti che qualcuno ci infilasse una mano o facendo leva con qualcosa per aprirla precipitasse di sotto. Questo pensiero non mi dava pace, se poi lo associavo a un ragazzo o a un bimbo che inavvertitamente fosse sfuggito al controllo dei genitori, mi sembrava di diventar matto. Ed è stato allora che sono sicuro di averla sentita; caspita, ero lucidissimo, non avevo nemmeno bevuto la birra a mezzogiorno. All’inizio non capivo, tanto che pensavo si trattasse di un fruscio o di un qualche rumore che provenisse dal fondo del cantiere, giù al piano terra. E così non ho voluto farci troppo caso nonostante fossi certo di aver udito chiaramente l’ultima vocale: A. Sì, quella era una vocale, ma se mi chiedeste se fosse stata pronunciata da una donna, uomo o bambino, giuro non lo saprei. Anzi, con certezza potrei dire che non era la voce di nessuno di costoro». A questo punto, chi continuando a masticare, altri bloccando il boccone in bocca, tutti all’unisono fissarono immobili il viso di lui. Allora l’uomo si imbarazzò e fece un gesto con la mano come a voler sminuire la portata di ciò che stava dicendo. Tanto bastò a togliere quella tensione opprimente, che si stava depositando lenta e pesante come nebbia su quel gruppo di uomini seduti che freneticamente ripresero a mangiare, con la fretta di chi abbia l’urgenza di terminare quella conversazione che nell’intimo di qualcuno di loro stava già acquisendo credibilità. Un paio di operai scrollò addirittura le spalle come ad allontanare una pressione invisibile. Fu allora che l’uomo si fece coraggio e tutto d’un fiato disse: «Poi quella parola fu più chiara e la udii nitidamente» e abbassò il capo come vergognandosene e con sollievo di tutti iniziò a mangiare come nulla fosse. «E cosa dicevano quelle parole? Che parola era?» biascicò l’uomo sedutogli di fronte con la bocca impastata e unta. Ci fu un attimo di silenzio che celava un’attenzione paurosa poi, l’altro, interrogato da tutti quegli occhi di nuovo fissi su di lui disse: «L’ho sentita. Ho sentito la parola: ‘Basta!’ ma quell’ultima vocale sembrava non finire mai; era come un’eco o un’ammonizione».

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