Descrizione
Simone Reggenso ha passato quarant’anni in Polizia e ora, rimasto vedovo, vorrebbe soltanto lasciarsi alle spalle delitti, indagini e fantasmi del passato. Ma una notte il telefono squilla. Dall’altra parte, una voce di donna sussurra: «Mi hanno uccisa ieri. Trova chi sono».
Potrebbe essere uno scherzo. Eppure strani sogni, un coccodrillo che ritorna ostinatamente e una vecchia agenda del 1994 riportano Reggenso a Marina Ledrato, una giovane di Vozzano scomparsa nel nulla più di trent’anni prima.
Il commissario che credeva di aver deposto per sempre la sua divisa torna così a indagare, tra reticenze, ricordi e verità sepolte. Ma questa volta dovrà confrontarsi anche con ciò che non può spiegare — e con le ombre che porta dentro di sé.
Incipit
Sono in piedi in mezzo a un ammasso di carne e fiato. Non riesco a muovermi, nemmeno a fare un passo per quanta gente c’è.
«Scusi, dovrei scendere alla prossima, mi fa passare?»
Come può sentirmi se ha le cuffie? Spingo con i gomiti, ma appena riesco a farmi un po’ di spazio mi appare davanti qualcosa di assurdo.
Lo vedo… li vedo… la signora è seduta in fondo al bus, subito dietro al conducente. Ha la faccia avvizzita dalle rughe, una gonna colorata a fiori che le arriva ai piedi; sembra una zingara e porta al guinzaglio un coccodrillo. L’animale ha la bocca legata con lo spago, ma fa paura lo stesso. Mi sento paralizzato. Come si può andare in giro con un coccodrillo? Chi l’ha fatta salire sull’autobus? Nessuno dice niente?
La fermata è ancora lontana, l’autobus ha sterzato in una stradina in salita e scivoliamo tutti un po’ all’indietro. Il coccodrillo è immobile, forse è finto… no, è reale e io sto facendo tardi, tra un po’ chiudono i negozi e devo ancora fare la spesa… ho anche perso le chiavi della macchina… quasi non respiro… mi sento soffocare… sempre di più.
Che sogno strano. Svegliarsi di soprassalto ancora una volta e non per colpa della cena o del caldo di agosto. Il braccio che si distende verso il vuoto del letto alla ricerca di Laura.
Un altro incubo, stavolta da sveglio. Cercare sua moglie e rendersi subito conto che non c’è. È una foto incorniciata e messa sul comodino, dalla parte vuota del letto. Per vederla ogni mattina come fosse sempre lo stesso risveglio. E accanto alla foto una rosa, sempre fresca. Sempre rossa. Che ora è?
Allungò la mano per spostare il bicchiere che impediva di vedere le lancette. Le due e trenta. Come le due e trenta? Ancora? L’arsura, la bocca impastata, il caldo di agosto, la notte che non passa mai. Il sogno con il coccodrillo.
Come un automa mise i piedi sul pavimento per soddisfare le sue abitudini di ogni notte: la sosta in bagno e il bicchiere d’acqua in cucina. Camminava con i piedi piegati di lato, come per non fare rumore. Ma chi non doveva svegliare?
Non c’era più nessuno in quella casa, tranne lui. Laura, sua moglie, era morta da due anni, sua figlia Marianna era stata trasferita a Milano, Squadra Mobile Questura Centrale.
A lui erano rimaste solo le onorificenze, i calendari e il vezzo di essere chiamato ancora da tutti “signor commissario”. Il barbiere, il fornaio, il medico, il giornalaio. Da quando era tornato a vivere a Vozzano non era mai stato solo Simone Reggenso, ma sempre il “signor commissario” o al limite il “commissario Reggenso” anche se ormai era in pensione da quattro lunghi anni dopo aver prestato servizio anche lui a Milano.





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