Descrizione
Tra le pieghe più oscure della storia può nascere qualcosa che somiglia all’amore? È la domanda disturbante e magnetica che attraversa questo romanzo. Gabriele, sopravvissuto adolescente al campo di Buchenwald, porta dentro di sé un segreto rimasto sepolto per settant’anni: il legame con Margaret, moglie del comandante del lager. Carnefice per il mondo, rifugio impossibile per lui. Sullo sfondo di un’Europa devastata dalla guerra, tra tango argentino, memoria e desiderio, prende forma una storia che sfida ogni giudizio semplice. Un romanzo intenso e controverso, che non assolve né giustifica, ma osa esplorare la zona più fragile e pericolosa dell’animo umano: quella in cui amore, colpa, gratitudine e sopravvivenza si confondono fino a diventare inseparabili.
Postfazione dell’Editore
Pubblicare questo romanzo ha significato, prima di tutto, assumersi una responsabilità.
La figura di Margaret nasce dall’incontro fra invenzione narrativa e memoria storica. Il personaggio rimanda infatti a Ilse Koch, una delle presenze più inquietanti legate al campo di concentramento di Buchenwald, consegnata alla cronaca e alla storiografia con appellativi durissimi, tra cui “la cagna” o “la strega di Buchenwald”.
Di fronte a una figura simile, la domanda che un editore deve porsi è inevitabile: perché dare spazio, in un’opera narrativa, a un personaggio così compromesso con l’orrore? Perché pubblicare un romanzo che osa raccontarla non solo come carnefice, ma anche attraverso lo sguardo intimo, ferito e riconoscente di chi, nella finzione romanzesca, da lei è stato salvato?
La risposta sta proprio nel rischio che questo libro decide di correre.
Questo romanzo non nasce dal desiderio di attenuare le colpe di Margaret, né tantomeno di riabilitarla. Al contrario, parte dall’impossibilità di rendere innocente ciò che innocente non è. Margaret non viene proposta come vittima della Storia, né come creatura da assolvere. Viene osservata attraverso lo sguardo di Gabriele: uno sguardo parziale, segnato dal trauma, dalla gratitudine, dal desiderio, dalla dipendenza emotiva e dalla memoria.
Per Gabriele, Margaret è la donna che lo sottrae alla morte, che gli offre protezione, bellezza, educazione sentimentale, tango, futuro. Per la Storia, resta una figura legata a uno dei sistemi più disumani del Novecento. È in questa frattura che il romanzo trova la sua ragione più profonda: non nella confusione tra bene e male, ma nel conflitto doloroso fra memoria privata e responsabilità storica.
Come editore, ho scelto di pubblicare questo libro perché non arretra davanti all’ambiguità. Non cerca scorciatoie consolatorie, non offre personaggi facili, ma entra in una zona scomoda dell’esperienza umana: quella in cui la sopravvivenza può legarsi a chi appartiene al mondo dei carnefici; quella in cui il ricordo personale non coincide con il giudizio della Storia; quella in cui l’amore, o ciò che viene percepito come amore, può nascere dentro un rapporto segnato da squilibri, potere, paura e dipendenza.
Raccontare l’ambiguità non significa giustificarla. Cercare di comprendere un personaggio non significa assolverlo. La narrativa può, e forse deve, attraversare anche le zone più disturbanti della coscienza e della memoria, purché non perda mai di vista il dolore delle vittime e la realtà dell’orrore da cui quella storia proviene.
È questo, a mio avviso, il punto più importante del romanzo: non correggere il giudizio della Storia, ma interrogare il modo in cui un sopravvissuto può portare dentro di sé una verità impossibile. Essere stato salvato da una persona che apparteneva al mondo dei carnefici.
Per questa ragione ho ritenuto che il manoscritto meritasse di diventare libro. Non perché offra risposte semplici, ma perché pone domande difficili. E la buona narrativa, quando è davvero necessaria, spesso nasce proprio da lì.
Piera Rossotti Pogliano





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