Il prezzo del dovere

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore: Stefania A. Napoli

Note sull’autore

COD: ISBN: 978-88-5539-127-6 Categoria: Tag:

Descrizione

La detective Alex Ricci viene richiamata ad Atlanta dal suo ex collega John Riley per seguire un caso di omicidio, che presto si rileva essere il primo di una serie. L’assassino, soprannominato il Cecchino, spara alle sue vittime un solo colpo dall’alto, mirando alla testa e alla gola. Non sarà facile trovare il nesso fra le vittime e il movente e toccherà ad Alex tentare di entrare nel gioco apparentemente senza regole dell’assassino per stilarne il profilo, facendosi aiutare dallo psichiatra della polizia, fino a giungere a una soluzione sorprendente e inaspettata. Romanzo dal ritmo incalzante, denso di azione, ma non privo di momenti di riflessione sul significato della giustizia e sul difficile dovere di essere poliziotti.

Dall’inizio

 

Quando sono tornata a Gilroy, California, dopo aver risolto il caso dei religiosi assassinati in Connecticut, sono entrata nel mio appartamento all’8200 di Kern Avenue, ho depositato la valigia all’ingresso, acceso la plafoniera arancione e girovagato apaticamente per gli ottantadue metri quadri[1], balcone incluso, che condivido con il mio scatenato barboncino nano Charlie.

Ho osservato gli oggetti che avevo accumulato negli anni, il divano a penisola, l’ingombrante specchiera in ferro battuto a effetto slanciante, i vestiti che invadevano il mio armadio a quattro ante e ho scoperto che erano solo cose, niente di più.

Questa inaspettata consapevolezza ha aperto la strada a un’altra, perfino più importante: non appartenevo più a questo posto o forse non gli ero mai davvero appartenuta.

Ho comunque cercato testardamente di riprendere la mia vita da dove l’avevo sospesa, nella speranza di poter recuperare la confortante normalità sapientemente modellata sulle mie debolezze, ma si è rivelato un inutile spreco di energie.

Quindi, una mattina di inizio febbraio ho aperto gli occhi e ho deciso che se la mia esistenza doveva avere un senso ero solo io a poterglielo attribuire, nessun altro. Nemmeno John Riley, il detective che ho affiancato nelle indagini sul ‘Ladro di bambine’ e il Cross killer’, il mio mentore, la mia guida, di cui sono innamorata da oltre un anno, non mi è ancora chiaro se ricambiata o meno.

Le parole che ha pronunciato di fronte al cadavere sfigurato di Gerry Fitch Junior nelle catacombe di Holy Land sono rimbombate nella mia testa per settimane.

“Il mondo fa schifo. È pieno di gente egoista, menefreghista, bugiarda, senza anima, che venderebbe la propria madre pur di ottenere quello che vuole. Per questo c’è bisogno di persone che hanno ancora il senso della giustizia, che provano ancora orrore nel vedere tutto questo, che non ci si abituano mai.”

Sì, queste considerazioni hanno inciso sulle mie decisioni successive, mi hanno resa consapevole della mia ferrea intenzione di mantenere quell’umanità e quella sensibilità che mi rendono diversa da chi sfrutta le fragilità altrui, da coloro che non sanno più distinguere la differenza tra bene e male, e per cui gli altri contano meno di niente.

Ecco perché ho lasciato il mio lavoro di insegnante di danza e Pilates, il mio accogliente trilocale e le pochissime persone a cui ero affezionata qui a Gilroy e mi sono trasferita ad Atlanta per tornare a fare il poliziotto.

Penserete che questa scelta sia stata condizionata dai miei sentimenti per Riley, altrimenti perché non andare a San Francisco, Los Angeles, New York o una qualsiasi altra città?

La risposta è semplice in realtà. È ad Atlanta che mi sono scontrata per la prima volta con la morte, il terrore, la malvagità e perfino l’amore. È qui che ho iniziato a prendere coscienza di chi sono veramente, ad affrontare le mie paure, a scoprire di voler e poter essere un bravo…

E va bene, avete ragione, sono qui per lui.

Sembra però che John Riley e io ci scambiamo effusioni soltanto in concomitanza di strazianti addii o eccitanti benvenuto, e solamente una volta l’anno. Infatti, dopo il bacio con cui mi ha accolta al mio arrivo in città non ci siamo più visti per giorni, fino a quella sera in cui mi ha fatto tutto un discorso sui sentimenti che…

No, aspettate, ve lo racconto perbene, partendo dall’inizio.

Come sapete, mi ero dimessa dalla polizia in seguito al tragico epilogo del caso del ‘Ladro di bambine’, ma un anno dopo Riley mi ha scovata a Gilroy, la placida cittadina in cui abitavo dal lontano 2009. Perfettamente consapevole del potere che esercita su di me, mi ha subdolamente reclutata nell’indagine riguardante un serial killer di suore e preti cattolici, spacciando la mia adesione per una decisione autonoma non viziata dal mio solito infantile sentimentalismo e specificando che a caso chiuso avrei potuto rientrare in servizio a Gilroy oppure ad Atlanta. E così ho fatto.

Sarò sincera, non è andata esattamente come mi ero immaginata.

Il Tenente Harold Elija Jenkins, ex partner di Riley e ora alla guida del Major Crimes Section[2] al posto del suo molto più simpatico predecessore Mike Collins, mi ha presa immediatamente in antipatia.

Dopo avermi sottoposta a miriadi di inutili test attitudinali teorici e pratici, ha deciso che prima di potermi definire un vero poliziotto mi spettava ancora un po’ di gavetta. Mi ha rispedita ad addestrarmi a sparare al poligono di tiro assieme agli allievi ventenni della Atlanta Training Academy, supervisionata dalla coriacea Maggiore Jacqueline Villaroel. Da qui, il mio secondo inglorioso soprannome, crusted rookie, la recluta stagionata.

Non sono mai stata brava con le armi da fuoco, è un mio limite, lo riconosco, però il nostro istruttore, il Sergente Jonathan Herbert Fincher II, non era di grande aiuto. Durante le esercitazioni con i bersagli a scomparsa raffiguranti l’anziana signora, il malvivente armato e la donna che spinge la carrozzina, il Sergente si divertiva ad accendere e spegnere le luci del tunnel di tiro, creando un effetto strobo da discoteca che mi distraeva moltissimo.

Al termine della mia prima settimana di Accademia avevo ucciso almeno otto volte la vecchietta, gambizzato la mamma e mancato sempre il cattivo con la pistola, e trascorrevo più tempo a terra a fare flessioni di punizione che in piedi a sparare. Le mie braccia ne hanno guadagnato in tonicità, ma la mia mira è rimasta pessima.

Probabilmente è questo il motivo che ha spinto il Maggiore Villaroel a suggerire al Capitano Adam F. Turner, vice capo della polizia di Atlanta e responsabile del Criminal Investigation Division in cui rientra la mia Unità, di iscrivermi al corso di perfezionamento dell’FBI in Scienze comportamentali e forensi, al termine del quale potrò finalmente essere ammessa a pieno titolo nel Major Crimes. Almeno spero.

Forse mal tollerando la mia presenza nel suo selezionatissimo team composto dalla risoluta Judith/Jodie Baker, dal vanesio ex marine Peter Harris, e dal bonario e più anziano senior detective Gregory Moore, il Tenente Jenkins nel frattempo mi ha affiancata agli agenti che si occupano di reati comuni, furti, risse, violenze domestiche e via dicendo.

Il mio attuale partner si chiama Emanuel Vance, ha all’incirca la mia età, è afroamericano e piuttosto in carne, come buona parte dei poliziotti qui. È un bravo ragazzo, molto preciso nel suo lavoro, però ha la pessima abitudine di darmi continuamente ordini: ‘Ricci, fai questo, Ricci, non dire quest’altro’. Un po’ come si comportava John Riley, ma in modo molto meno affascinante.

Ed eccoci al discorso di cui vi accennavo, quello sui sentimenti.

Succedeva una decina di giorni dopo il mio arrivo ad Atlanta, mentre finivo di scrivere la relazione su uno scippo a Grant Park.

Riley si è fermato davanti alla ex postazione del Tenente Jenkins che mi è consentito occupare nell’open space dell’MCS[3] e ha avanzato una proposta inaspettata: «Gilroy, ceniamo insieme? Vorrei parlarti».

Ho mollato il rapporto a metà e sono schizzata in piedi entusiasta ed emozionatissima, era da tanto che aspettavo di stare sola con lui.

Siamo andati al 255 Tapas Lounge, un bar specializzato chiaramente in tapas spagnole e ci siamo seduti a un tavolino addossato alla parete a mattoni, supervisionato dalla gigantografia del cantante Prince.

Abbiamo ordinato una bottiglia di Pinot grigio da accompagnare a un piatto di calamari fritti, chopitos e patate saltate alla paprika, di cui non ho potuto ingoiare nemmeno un boccone. Riuscivo solo a contemplare il perfetto profilo di Riley alla luce ambrata della lampada a sospensione sopra le nostre teste.

Il poliziotto ha strofinato la mano unta di olio contro la gamba dei jeans grigi, si è sporto verso di me e l’ha posata sulla mia: «È da un po’ che cercavo di dirtelo, poi succedeva sempre qualche casino e non ci riuscivo, ma credo che tu abbia capito. Provo per te quello che tu senti per me e avevi ragione, non è semplice attrazione. Sono innamorato di te, Gilroy, della tua caparbietà, del tuo senso di giustizia, perfino delle enormi puttanate che combini».

In quel momento ho capito che cos’è la felicità. È qualcosa che ti prende il cuore, te lo scalda, e quel calore si diffonde a tutti gli altri organi, al corpo intero. E vorresti alzarti in piedi, arrampicarti sul tavolo del locale e metterti a urlare che la vita è bellissima!

Poi, però, John Riley ha tolto la mano dalla mia e mi ha ricordato che la felicità è un attimo: «Dalle scelte che compiamo e dal nostro lavoro dipende non solo la nostra vita, ma anche quella di chi proteggiamo. Stare insieme sarebbe un grosso errore, senza contare che sono sposato».

«Allora, quel bacio?!»

«Era solo un bacio, Gilroy, niente di più.»

Solo un bacio… Ma non ho replicato e Riley ha sferrato il colpo di grazia: «Non posso e non voglio essere più di un collega e un amico per te. Dovevo chiarirlo una volta per tutte».

Ero tentata di dirgli che avrei lasciato la polizia, che avrei trovato un impiego qualsiasi, che sarei cambiata come potevo pur di stare con lui, ma ho ripromesso a me stessa che rinunciare a ciò che sono per un’altra persona è un errore che non avrei commesso mai più.

Quindi ho ingoiato il familiare nodo alla gola che mi si è bloccato nello stomaco, ho sorriso e ho risposto che se questa era la sua decisione non potevo che rispettarla.

Mi sono alzata signorilmente in piedi e ho escogitato un paio di valide scuse per andarmene, Charlie a casa in attesa della sua passeggiata serale, e un mio improvviso e smoderato interesse per le dispense del corso dell’FBI che sarebbe iniziato tre giorni dopo.

Riley ovviamente non mi ha creduto, ha insinuato che stavo scappando, come mio solito, ha dichiarato di tenere moltissimo a me e che potrò sempre contare su di lui. Insomma, le solite favole che ti racconta un uomo dopo averti spezzato il cuore.

Gli ho sorriso di nuovo, ho infilato la giacca e afferrato la mia borsa, e ho precisato che non credo di poter essere una sua amica, quindi sono uscita dal ristorante.

Ho pianto guidando fino al mio claustrofobico monolocale di 37 metri quadrati in affitto nel periferico quartiere di East Point, precisamente al 3200 di Desert Drive. E vi assicuro che il nome della via è azzeccatissimo.

Mi sono sdraiata sul letto in un angolo del living bedroom che ospita salotto, camera da letto e cucina, e ho deciso di ripristinare il mio salubre distanziamento emotivo. Da quel momento in poi mi sarei dedicata esclusivamente a me stessa, al mio lavoro, al mio cane e a un consolatorio shopping compulsivo.

[1]Negli Stati Uniti, benché il sistema metrico decimale sia ufficialmente e correntemente utilizzato in campo scientifico, la popolazione – e talora anche l’industria – utilizza ancora le unità di misura ‘consuetudinarie’ (United States Customary) come piede, iarda, pollice, libbra ecc. Nel romanzo, destinato a lettori italiani, si è preferito esprimere le misure utilizzando il sistema metrico decimale.

[2] Unità specializzata nella soluzione di crimini violenti, inclusi i delitti di natura seriale.

[3] Major Crimes Section.

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