Descrizione
Dmitrij A. Bystroletov-Tolstoj (1901 – 1975) è stato un agente dei servizi segreti sovietici, medico e avvocato, viaggiatore e poliglotta.
Nato dalla relazione tra Klavdija Bystroletova e il conte Alexàndr Nikolaevich Tolstòj, dopo la rivoluzione del 1917, per evitare di essere arruolato nell’esercito zarista, si rifugiò in Turchia e si imbarcò come clandestino su navi commerciali, prima di poter riprendere gli studi. Ben presto fu notato e reclutato dalla Cekà, la polizia segreta sovietica, e inviato in Cecoslovacchia. Durante la sua attività di spionaggio, grazie alla sua educazione aristocratica e alla conoscenza di numerose lingue straniere, frequentò l’alta società ed ebbe particolare successo nel reclutare donne come agenti sovietici. Richiamato in patria, nel 1938 incappò nelle “purghe” staliniane: fu sottoposto a interrogatori e torture e condannato a 20 anni di prigionia nei gulag. Rilasciato nel 1954, continuò a scrivere le sue memorie, già iniziate durante gli anni della prigionia e l’opera complessiva LA NÈMESI, di cui fa parte Il filo di seta, costituisce un interessante documento sia sul piano storico, sia su quello umano.
Introduzione del traduttore
Sul modello del Solženicyn di “Una giornata di Ivàn Denisovič”, in questo suo sesto libro di LA NÈMESI Dmitrij Bystrolëtov-Tolstoj distribuisce gli avvenimenti narrati in quattro giorni-tipo della sua vita di recluso in un gulag staliniano: avvenimenti che raccoglie in quattro giornate, una per stagione di anni diversi. Si è ormai rassegnato alla sua vita di prigioniero e alla fine ha smesso di interrogarsi sul motivo della sua prigionia: l’accetta e basta. E cerca di ricavarsi un suo modo di vivere che, almeno in parte, lo compensi delle privazioni. Ha avuto la fortuna di sopravvivere ai pestaggi degli inquirenti e alle successive malattie gravi insorte – come loro complicanze – nel campo di prigionia oltre il circolo polare e per questo è stato trasferito in un campo di lavoro a latitudini più tollerabili: e così, per non lasciarsi andare alla disperazione cerca di guardarsi intorno e, da medico, si dedica all’assistenza degli altri. E guardando a quanto lo circonda, osservando attentamente i suoi compagni di sventura, riesce a dimenticare la propria disgrazia.
Ecco come nasce questo ampio e colorito affresco di vita in quel particolare ambiente e di quella particolare epoca caratterizzata dall’insensata persecuzione ideata da uno Stalin accecato dalla sete di potere nei confronti, non solo dei suoi nemici reali, ma dei suoi stessi amici fidati e sinceri, collaboratori, intellettuali sovietici convinti e meno convinti, che ebbe luogo negli anni Trenta del secolo scorso nella ancor giovane Unione Sovietica.
Intellettuale del resto lo è lo stesso Dmitrij Aleksàndrovič Bystroljòtov, (e di che calibro! Due lauree, una ventina di lingue padroneggiate con disinvoltura, una cultura sconfinata, non limitata a quella del suo Paese, artista grafico, diploma di istituto nautico) il cui cognome naturale, che gli fu riconosciuto poco avanti alla caduta del regime zarista, avrebbe dovuto legarlo alla famiglia Tolstoj che annoverò tra i suoi componenti, oltre al grande Lev, o Leone, universalmente conosciuto, anche altri uomini insigni della cultura russa, ma al quale egli, vivendo e operando nell’ambito dell’URSS, ritenne più opportuno rinunciare, dato che la discendenza nobiliare non gli avrebbe certo giovato all’epoca, e probabilmente non gli avrebbe evitato la fucilazione. A cui sfuggì del resto per un puro caso. Ne racconta diffusamente in questo libro.
Nel 1938 D.B., che aveva egregiamente servito il proprio Paese in qualità di spia (suona male, mi correggo: agente segreto) ed organizzatore di una poderosa rete di agenti segreti, che era riuscito ad intrufolarsi in molti uffici di ambasciate occidentali carpendone importanti segreti, fu mandato per tutto compenso a villeggiare per ben 16 anni qua e là in alcuni degli innumerevoli campi di “lavoro e di rieducazione” di cui fu ricca fino a pochi decenni fa l’Unione Sovietica, di qua e di là degli Urali, in tutti i suoi punti cardinali. Fu fortunato: sopravvisse. Probabilmente fu in questo favorito dalla professione, sia di agente segreto, allenato a fronteggiare le difficoltà con il necessario sangue freddo, sia di quella ufficiale, cioè di medico, dato che come tale, ottenne nei “gulag” mansioni più “riposanti” rispetto a quanti venivano spediti a lavorare nella tundra: per questi il lavoro era sospeso solo se la temperatura scendeva al di sotto dei 40°C sotto zero!
Ecco quindi che di cose da raccontare di quei sedici anni ne ha a iosa e questo libro lo dimostra, anche preso solo a sé; e se pensiamo che oltre ai precedenti 4 già tradotti (più uno che è andato perduto) ce ne sono altri 5 che aspettano ancora di essere conosciuti, si capisce quanto, di quei sedici anni passati dietro i reticolati, possa aver sperimentato e registrato per i posteri. I quali posteri, se solo avessero un briciolo di buon senso, potrebbero in questi libri trovare un tesoro di conoscenze storiche, tutte ancora da elaborare.
Perché questo libro è una miniera di personaggi, di fatti e di situazioni, quale non si trova in altri libri che parlino di questi argomenti: se Solženicyn con il suo Arcipelago ha pubblicato un meritorio documentario, raccolto dall’esterno, sulla follia staliniana di quegli anni, Bystroljòtov la conferma riferendone dall’interno: egli è colui che non solo riferisce di sé, ma sa raccontare di una quantità di personaggi, buoni, cattivi e così così, di ognuno studiandone – con la curiosità e le competenze dello scienziato – la psiche. Perfino del suo Padrone e carceriere, l’ineguagliabile, il capo dei popoli, l’infallibile, l’unico e ineffabile: Stalin. Di cui traccia un profilo psicologico sulla base di trattati di psico-patologia; cosa che, malgrado la destalinizzazione avvenuta dopo la morte del dittatore, gli avrebbe potuto creare comunque parecchi guai, se avesse osato pubblicare: destalinizzare va bene, ma senza esagerare! Dato che il bieco nemico capitalista sta in agguato, sempre pronto a gettare il discredito sulla sacra e sempre perfetta Unione Sovietica…
Vi è in questo libro la narrazione dei terribili anni delle privazioni dovute alla guerra, con le morti per fame: un vero e proprio trattato di patologia spicciola, basato sulle osservazioni di una casistica eccezionale e descritto con la precisione dello scienziato; vi è la descrizione del graduale miglioramento nelle condizioni di vita del popolo Sovietico conseguente alla fine vittoriosa della guerra, miglioramento che si riflette anche nelle condizioni di vita all’interno dei gulag; vi è anche molto di autobiografico, giacché B. trova qui modo di parlare – finalmente e diffusamente – anche della sua vita a partire dall’infanzia, facendo un ritratto commosso e affettuoso della madre che veniamo finalmente a conoscere; e insieme conosciamo anche quella che diventerà la sua seconda moglie, incontrata – anche lei detenuta, naturalmente – nel gulag. E oltre che del suo, di vari altri amori che fioriscono all’interno del filo spinato tra reclusi o tra reclusi e liberi (severamente vietati, questi, e severamente puniti quando scoperti); degli amori dei criminali incalliti o occasionali e di quelli degli intellettuali. E molto altro verremo a sapere, oltre alla netta differenza di trattamento tra i criminali veri e propri ai quali va la comprensione e la clemenza dei giudici in quanto, incolti e ineducati, sono “elementi vicini al popolo”, e i cosiddetti “kòntriki” o controrivoluzionari, gli intellettuali, coloro che pensano, e pertanto pericolosissimi elementi sovversivi da schiacciare senza pietà.
La grande capacità di D. B. è quella di narrare senza far leva sul truculento, sull’orrore, sul dramma umano delle migliaia di persone costrette non dalla sorte, ma da pochi, sadici individui a rinunciare alla propria vita ed ai propri interessi per lavorare (male, oltre tutto, perché sotto costrizione non si dà mai il meglio di sé) spesso fino alla morte: di morti ne vede tanti e tanti ne studia dal punto di vista medico, e potrebbe scrivere le sue osservazioni sugli effetti della fame e delle privazioni, ricavandone notorietà nei circoli scientifici, se solo ne avesse i mezzi. E da persona di scienza se ne duole, di non poter studiare più a fondo le malattie del campo di lavoro forzato, pur consapevole che di quelle malattie potrà lui stesso esser vittima. Ma anche quella possibilità gli è preclusa dato che nei gulag sovietici non solo non vi è attrezzatura utile ad eseguire studi scientifici, ma soprattutto perché certe cose non vanno assolutamente rivelate: morire d’inedia è severamente vietato: agli occhi del mondo i gulag sovietici devono essere “umani”, non si deve morire “per fame”. Soprattutto non si deve scriverne.
E, facendo buon viso a cattivo gioco, l’orrore riesce a descriverlo con leggerezza, con l’ironia della persona superiore e la rassegnazione che si potrebbe dire “cristiana” se non fosse D. B. dichiaratamente un uomo sovietico e quindi doverosamente ateo. E però conserva il rispetto verso chi non la pensa come lui, e guarda con simpatia a chiunque si comporti correttamente e prende in giro con una vena di feroce ironia gli opportunisti, i delatori, i criminali occulti. È l’atteggiamento di chi, dopo i momenti di sconforto dei primi tempi per una privazione di libertà del tutto ingiustificata, riesce, con grande forza d’animo, ad adattarsi alla situazione e a ritagliarsi un suo modo di vivere malgrado tutto, e le pagine più toccanti, quelle dopo le quali il lettore non può fare a meno di sentirsi “il groppo in gola” sono, in questo libro, quelle in cui ricorda la madre, così come nel libro precedente (AVRÀ UN TERMINE LA NOTTE?) lo sono state quelle dedicate alla prima moglie e alla sua tragica fine. Ma ce ne sono molte altre…
Su tutto il resto riesce a sorridere. E qualche volta una buona risata la strappa anche al lettore, perché il buonumore va trovato in qualsiasi circostanza, fintantoché si riesce a respirare.
E poi, il senso della natura. Ma non quella della Russia occidentalizzante di Tolstoi, o di Čekhov, bensì quella oltre gli Urali, quella sterminata Siberia del gulaghizzato, quella degli inverni spietati ma dalle primavere quali nessun altro – credo – è riuscito a descrivere così bene come il Nostro (ricordate l’arrivo della primavera nel secondo libro “QUATTRO METAMORFOSI”?): anche in questo volume l’arrivo delle meraviglie primaverili in una regione immensa, la Siberia, la cui sola evocazione basta a far accapponare la pelle, è descritto con tale amore da far dimenticare tutto il resto: la bellezza di una terra che risorge, che rivive, fa rivivere anche il prigioniero, che per un po’ riesce a dimenticare anche la sua condizione di recluso, di rinchiuso sia pure all’aria aperta, di ingiustamente vessato.
Un grande, grandissimo scrittore purtroppo ancora ignoto, degno di stare accanto al suo altrettanto grande e invece universalmente noto prozio Leone Tolstoj, dalla vita molto più fortunata, il quale però scriveva osservando la vita dal di fuori, mentre il Nostro scrive di ciò che ha sperimentato sulla propria pelle. Una bella differenza, a pensarci bene.
Ed è questa l’esperienza di vita che ha reso grandi molte personalità di quel grande Paese (basti pensare a Dostojevskij, graziato addirittura solo davanti al plotone di esecuzione!); esperienze amare che i nostri scrittori del più fortunato occidente non hanno – per loro fortuna – conosciuto. Ed è per questo che dopo aver letto DB gran parte della nostra letteratura (intendo quella occidentale in genere) dei nostri giorni, appare piuttosto pallida, smorta: posso permettermi? Insipida.





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