I treni che non abbiamo preso…

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Formato: Libro cartaceo, pag. 42

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Autore: Gabriella Dario

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COD: ISBN: 978-88-5539-441-3 Categoria: Tag:

Descrizione

I versi che il lettore incontrerà in queste pagine fanno parte di una silloge poetica che ho scritto in questi anni e che hanno trovato nella cornice del teatro, un luogo privilegiato per raccontarsi.

La poesia performativa incontra oggi un ampio consenso da parte del pubblico che va ai reading poetici perché, quando l’uso della voce è uno strumento consapevole, è in grado di amplificare la portata ritmica e sonora dei versi, ingravidando le parole di ulteriori significati attraverso una comunicazione più densa e profonda.

Anche le azioni teatrali, i segni espressivi, la musica, un uso sapiente delle luci, possono arricchire la parola poetica indagando livelli più sottili e raffinati di senso e portando alla luce quelli impliciti o inespressi.

È quello che abbiamo tentato di fare durante il processo di lavoro, io e il regista Giordano Amato dell’Associazione il Mutamento ETS di Torino, organismo professionale che da trent’anni si occupa di teatro e di organizzazione di eventi culturali, lavorando sul montaggio dei testi poetici e sulle azioni perché potessero diventare uno spettacolo teatrale.

Abbiamo operato delle scelte che andassero nella direzione di valorizzare la parola poetica senza rinunciare ad una drammaturgia dello spazio, delle luci, del suono.

 

Il lavoro del regista è stato quello di suggerire azioni e creare un ambiente sonoro quanto mai suggestivo perché il corpo della voce potesse incontrare il corpo delle parole, un filo, sia di senso che emotivo, dove potessero infilarsi (nello scambio di fiati tra suono, senso, voce, pause, silenzi) con una certa naturalezza le perle misteriose della parola poetica.

Dall’altra, quello di porre continue domande all’attrice e alla scrittrice perché il processo creativo e la riflessione restino dei perenni territori inesplorati, sempre aperti, vivi e in trasformazione costante.

Lo voglio ringraziare in particolar modo per la sensibilità e la delicatezza con cui ha accolto questi versi illuminando la strada della creazione in modo mai scontato.

 

Dal canto mio, il mio contributo come interprete, è stato quello di considerare la poesia come un elemento sonoro, evocativo, capace di aprire immagini nella mente dello spettatore, una vera e propria partitura musicale, intendendo le parole più come movimento interno, un flusso aderente come una seconda pelle al processo interiore, un’esplorazione sonora che precede e anticipa la significazione, una voce ricca di risonanze esaltate dall’uso del microfono in scena, vero e proprio dispositivo di amplificazione-alterazione della vocalità, che diventa un altro strumento ancora nelle mani dell’artista,  il microfono amplifica il silenzio, non solo quello che dici ma anche quello che non dici.

Per me la parola, ad un certo punto, smette solo di essere il luogo della narrazione per diventare suono, ascolto, respiro, soffio, mormorio interiore, comunione di fiati.

 

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