Descrizione
L’azione dell’“Operazione Toccata e fuga” si svolge prevalentemente in Libia, dove gli uomini del GIS sono impegnati ad esfiltrare un agente AISE e un suo informatore, e vede purtroppo anche il coinvolgimento di civili. Una donna viene uccisa: semplice “danno collaterale”, come si potrebbe cinicamente definire, o ci sono delle precise responsabilità? Sarà il sostituto procuratore, la dottoressa Iodice, a dover fare piena luce sull’accaduto.
Anche in questo episodio, denso di colpi di scena, i membri del Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri sono chiamati a dare il meglio di sé: addestrati e competenti, non si risparmiano e affrontano il pericolo con coraggio e determinazione, ma anche con piena consapevolezza… pur rimanendo, in definitiva, semplicemente uomini.
INCIPIT
PROLOGO
Sette giorni fa. Ghat (Libia). Operazione “Toccata e fuga”
Una bolla di calore imprigionava la cittadina circondata dal deserto. Caldo secco. Non soffiava un filo d’aria. Un centenario forte militare, arroccato su un’altura, vegliava silenzioso su ventimila anime. All’interno dell’abitato, situato a pochi chilometri dal confine con l’Algeria, era incastonata la vecchia medina: un intricato labirinto di vicoli e edifici diroccati, ormai del tutto disabitati, costruito ai piedi della collina. Il bianco minareto dell’antica moschea svettava su quello che rimaneva delle abitazioni.
I suoni di una battaglia echeggiavano tra le antiche mura. Fucili che crepitavano furiosi. Grida di rabbia, di paura, di morte. Corpi stesi sulla sabbia rovente. Gli operatori del GIS dei Carabinieri non se la passavano bene: intrappolati in uno stretto vicolo, nemici di fronte e alle spalle intenzionati ad annientarli. Due civili feriti, uno in modo grave, aumentavano il livello di difficoltà.
Al maresciallo Stefano Faddi, comandante della squadra, spettava il compito di portare tutti fuori da quell’inferno. Carabina HK 416 in caccia. Sguardo oltre la cortina fumogena creata per mettere in difficoltà gli attaccanti. I capelli zuppi di sudore sembravano cuocere all’interno dell’elmetto balistico scaldato dal sole. Le narici erano cariche dell’odore di polvere da sparo mista a sudore.
La sagoma di un miliziano comparve in mezzo al fumo, spuntando da dietro l’angolo di un edificio. Faddi inquadrò il bersaglio. L’uomo armato cercò di puntare il suo fucile, ignorando che quello sarebbe stato l’ultimo atto della sua vita. Il maresciallo tirò il grilletto tre volte in rapida successione. Il soppressore della carabina ridusse il rumore dello sparo a tre sonori “clack” metallici. Il bersaglio andò a terra come un sacco di stracci e si unì ai compagni. La minaccia frontale cessò in quel momento, mentre in retroguardia i carabinieri continuavano a scambiare colpi con il nemico.
«Dobbiamo avanzare!» urlò Faddi.
«Manca ancora Daddy!» puntualizzò il brigadiere Pietro “Wolf” Roscini, appostato dietro un muretto. Di fianco a lui c’era uno dei civili da evacuare.
Faddi imprecò, premendo il pulsante PTT della radio tattica. «Daddy, ritorna subito in posizione!»
Nessuna risposta.
«Daddy, cazzo! Mi ricevi?» Nulla. Faddi si rivolse ai colleghi: «Mantenete la posizione. Vado a prenderlo!»
Il maresciallo arretrò una decina di metri e s’infilò in un vicoletto, lo stesso percorso dal brigadiere Simone Bertucchi un paio di minuti prima, contravvenendo a un preciso ordine. Faddi iniziò a temere il peggio. Alzando lo sguardo al cielo notò il veloce passaggio di un mini-drone. Quel piccolo oggetto volante era il motivo per cui la missione era andata a puttane.
Dopo aver percorso una ventina di metri, Faddi ritrovò il suo collega. Lo sgomento sostituì subito il momentaneo sollievo. Bertucchi puntava il suo fucile verso un’invisibile minaccia. A terra c’era una donna vestita con un abito azzurro. Un bambino piangeva disperato accanto al corpo.
«Daddy, ma che cazzo hai combinato?» sussurro Faddi, gli occhi sgranati.
Bertucchi si voltò verso il suo comandante, lo sguardo vuoto. «Non sono stato io! Lo giuro!»





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