Descrizione
Quindici racconti, quindici svolte: un dettaglio che sembra innocuo, una scelta fatta “solo per una sera”, una parola detta (o taciuta) e la vita cambia direzione.
In Giro di Vite Raffaella Bordonaro mette i personaggi davanti al loro punto cieco: ambizione e fragilità, desiderio e senso di colpa, coppie che si sfilacciano, ritorni di fiamma, vendette silenziose, occasioni che arrivano quando non le vuoi più. C’è eros, certo, ma soprattutto c’è il lato ruvido delle relazioni: quello che non si posta, non si confessa, non si perdona.
Storie tese e immediate, dove ogni finale stringe la morsa e lascia addosso una domanda: e tu, cosa faresti… un attimo prima del tuo giro di vite?
INCIPIT
- (DIS)ABILITÀ NASCOSTE
L’azzurro del cielo sembra voler entrare di prepotenza dalla finestra…
… insieme ai raggi del sole, luminosi e caldi, che disegnano strane ombre sul pavimento e sulle lenzuola del letto. Sono ancora sdraiata, stanca e malinconica. Decisamente alzarmi mi sembra un’impresa, oggi più del solito. Ma dovrò farlo. Credo che dovrò…
Non ho mai creduto d’essere una persona speciale, dotata di particolari qualità o destinata a grandi cose nella vita. Ciò che ho fatto me lo sono sempre guadagnato col sudore della fronte, ho imparato a camminare con le mie gambe molto presto e con quelle gambe mi sono fatta strada per fare carriera.
Ho sgomitato, è vero, fin dal primo colloquio di lavoro, perché volevo a tutti i costi essere assunta in quell’azienda in centro che vedevo tutte le mattine mentre camminavo per andare a scuola.
Il grattacielo più maestoso e scintillante della città. Il palazzo in cui si elaboravano le idee, in cui si progettavano gli strumenti e in cui prendevano vita ingranaggi e meccanismi utili per le tecnologie del futuro! Quanto avrei voluto lavorare lì, mi dicevo. Essere inclusa in quel grande tutto, fare parte di quella mini città ed esserne considerata a tutti gli effetti un componente, mi aveva spronata a impegnarmi con tutta me stessa, dapprima al liceo e, in seguito, all’università.
Io desideravo far parte di quel mondo. Ma non come progettista. Io volevo tirare i fili, prendere le decisioni, impartire ordini ed essere colei, grazie alla quale i progetti avrebbero potuto essere immessi sul mercato e conosciuti da tutti, perché io ero stata in grado di diffonderne il valore. Io volevo gestire il marketing delle idee, le volevo far conoscere, apprezzare. E soprattutto, le volevo vendere. Sarei stata in grado, con la mia grinta e il mio entusiasmo, di farcela con le mie forze.
Per raggiungere il mio obiettivo, ero filata dritta come un fuso attraverso il liceo e completato l’università in tempo da record. Niente distrazioni, niente sbornie con le amiche né relazioni sentimentalmente troppo complesse.
Mi limitavo a fare del sesso occasionale, rigorosamente protetto, con qualche compagno di università. Ma nulla di più. Non ne avevo il tempo. Né la voglia. I ragazzi mi sembravano tutti terribilmente immaturi e privi di aspirazioni. E io probabilmente dovevo sembrare loro un’arrogante, fredda e cinica stronza, visto che, dopo aver ottenuto il mio personale appagamento (anche e soprattutto fisico) sparivo senza più rispondere a telefonate o messaggi. Per alcuni andava benissimo così. Per altri, quelli con un cuore vagamente più romantico, il fatto che non fossi per nulla interessata a una relazione, era un concetto un po’ più complicato da mandare giù, ma bastava essere dura e spietata e anche loro finivano per farsene una ragione.
D’altra parte, dicevo a me stessa, una volta seduta sul trono, potrò godermi i frutti delle mie fatiche… con tutto il tempo per costruire una storia d’amore. Non ci credevo molto nemmeno io, ma questo era il programma.
Il giorno del colloquio arrivai puntualissima. Quel posto da copywriter sarebbe stato mio.
Nel parcheggio del palazzo mi imbattei però in un’altra ragazza, vestita di tutto punto e con una cartellina in mano. Ero certa e capii al volo che anche lei gareggiava per quel posto. E non potevo permettere che me lo soffiasse. Dovevo agire velocemente e senza indugi.
Fingendo di essere sovrappensiero le andai a sbattere contro mentre entrambe ci dirigevamo verso la porta girevole del palazzo, fu tutta una questione di attimi, lei perse l’equilibrio e cadde. Ricordo ancora il suo gemito mentre boccheggiava a terra tenendosi con le mani la caviglia. Nella caduta doveva essersi di sicuro procurata una distorsione… o meglio, io gliela avevo procurata. Mi scusai come meglio potevo, arrivando addirittura a piangere, mortificata, per il danno che le avevo causato.
Così dolorante non poteva certo presentarsi al colloquio! La riaccompagnai alla sua auto, in modo anche abbastanza concitato (perché non potevo far tardi al mio colloquio!) e le consigliai di farsi venire a prendere da qualcuno. Le assicurai che avrei avvisato io del suo piccolo incidente, in modo da essere ricontattata per fissare un nuovo colloquio.
Certo. Sicuramente.
Ovviamente non lo feci mai.
Il mio colloquio fu un successo. E sono persuasa a credere che avrei avuto ugualmente il posto, anche se fossimo state in due a giocarcelo.
In ogni caso, il posto fu mio. E da quel giorno la mia scalata ebbe inizio.





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