Descrizione
Tra le pagine di questo libro, l’autore — ex diplomatico, spia e sopravvissuto ai gulag staliniani — dà voce all’infanzia imprigionata, quella “gioventù in gabbia” che popolò i campi di lavoro sovietici insieme agli adulti condannati per crimini veri o immaginari. Con lucidità e pietà, Bystrolëtov intreccia i destini di tre bambine siberiane a quello di una coetanea africana, figlia del colonialismo francese: due mondi lontani uniti da un’unica tragedia, la perdita della libertà e dell’innocenza.
Attraverso una prosa visionaria e dolorosa, l’autore denuncia l’abuso del potere in ogni forma, restituendo una testimonianza di eccezionale intensità morale e letteraria. Gioventù in gabbia è un atto d’accusa contro ogni sistema di dominio, ma anche un inno alla resistenza dello spirito umano.
INTRODUZIONE
In sedici anni e passa di permanenza nei gulag sovietici, D. Bystrolëtov ha avuto modo di vedere e conoscere numerose persone, tra queste anche bambini. Non sgrani così gli occhi il lettore italiano d’oggi. E nemmeno quello di ieri: nell’Unione Sovietica staliniana era riscontro quotidiano quello della gioventù, addirittura dell’infanzia in gabbia: le prigioni staliniane accoglievano volentieri anche i piccoli che, lasciati soli dai genitori imprigionati (a ragione, nel caso di criminali veri e propri; o a torto, nel caso di processi montati ad arte), venivano affidati ai brefotrofi e alla minima infrazione, fosse anche la sottrazione per fame di una fetta di pane, finivano in prigione o nei gulag per diversi anni. E ci possiamo ben immaginare il tipo di formazione fisica e morale che potevano ottenere, in balia di malavitosi lasciati a dettar legge ai più deboli. Bambini che nel migliore dei casi potevano venir protetti dai compagni di prigionia adulti più comprensivi e istruiti, che il loro tempo libero (scarso) lo impiegavano per riversare la loro istruzione sui piccoli sventurati, dimenticando in quell’occupazione l’ingiustizia subita. Ma più spesso bambini preda dei malavitosi di professione, questi ultimi benvoluti e ben trattati dai carcerieri che chiudevano volentieri gli occhi sui loro abusi per averne a loro volta compensi extra. Erano ancora ben lontani, soprattutto dall’Unione Sovietica, i principi dei diritti universali dell’individuo e quelli dell’infanzia, che si sarebbero venuti affermando nel secondo dopoguerra con sempre maggior forza, anche se poi spesso disinvoltamente calpestati, come è capitato di vedere in svariati teatri di conflitto anche in anni molto recenti…
In questo libro il nostro Autore si occupa di quello che succedeva appunto ai bambini imprigionati, e particolarmente alle bambine, esserini massimamente delicati ed esposti agli abusi di chi sta loro intorno. E così apprendiamo i destini di tre ragazzine che passano gli anni dell’adolescenza (sempre che ci arrivino, a passarli!) nei gulag, dove malattie mal curate (e figuriamoci, lo Stato Sovietico farsi carico delle cure dei figli innocenti di “nemici del popolo”? Che pretese!!) e criminalità la fanno da padroni. Ma tra tanti bambini che periscono o si danno alla delinquenza, qualche destino di speranza si può talora verificare, sia pur raramente e con l’aiuto delle persone meno guaste che popolano il campo di prigionia.
Tre bambine gulaghizzate messe a confronto con una bambina, libera, ma africana, del Centro-Africa, di quel Congo Francese di cui si è ormai perso il ricordo, nella nostra Europa non più colonialista. Libertà quindi, come si può ben capire, assai relativa e aleatoria. Ma utile per l’autore, che può dar la stura ai suoi ricordi di viaggi. Viaggi fatti sia per il suo lavoro segreto di spionaggio, sia come appassionato di pittura e grafica (non certo dilettante, avendole studiate alle Accademie d’Arte di Berlino e Parigi, in aggiunta alle due lauree, in giurisprudenza e medicina e al diploma dell’accademia navale), nonché naturalmente di fotografia, alla ricerca di soggetti da immortalare su tela o pellicola, di cui ha lasciato una copiosa testimonianza agli eredi. Come nei libri precedenti, non mancano alcune pagine di vita pre-detenzione: pagine destinate a restare nel ricordo come tra le più vive e ispirate della letteratura classica. Il viaggio nel cuore dell’Africa, i ricordi delle battute di caccia, la vita quotidiana degli abitanti locali, sempre dipendenti dalla benevolenza dei colonizzatori e dell’uomo bianco europeo o nord-americano. Ricordi che, per una qualche sorta di pudore, dapprincipio vorrebbe attribuire ad altri, ma ben presto se ne dimentica, troppo preso dal bisogno di narrare e forse anche, in parte, di espiare.
A.Z.





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