Era ancora martedì

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore:Roberto Menaguale

Note sull’autore

COD: ISBN: 978-88-5539-149-8 Categoria: Tag:

Descrizione

Un amore giovanile lacerante, una storia di passioni cui lei metterà fine in modo per lui umiliante.
La vita di Luca ne risulterà inevitabilmente condizionata.
Legami effimeri, occasionali, rapporti senza emozioni, lo spingeranno sulla soglia della depressione, evitata soltanto grazie all’aiuto di Valerio, amico da sempre.
Il successo nel lavoro e un ritorno di autostima non basteranno però ad evitare lo scivolamento verso una solitudine alla fine quasi desiderata e quindi, in un certo senso, consolatoria.
Anche perché le ombre del passato, ripresentandosi, recideranno in modo anche brusco i nuovi legami, questa volta, sentimentali.
Saranno le conseguenze di una piccola storia, vissuta quasi con distacco, a far sì che Luca riprenda a dialogare con se stesso, a interrogarsi, a definirsi.
Al resto ci penserà poi il caso.
Sullo sfondo lampi di amicizia e squarci di Roma.

Mele e pere

Valerio sorrideva e, sorridendo, si guardava intorno, in una mano un calice di Bellavista, nell’altra la solita Marlboro.
Quella terrazza in Via Cortina d’Ampezzo, morta da anni, per mesi aveva riempito la sua mente di tutti i sogni possibili.
E siccome qualche volta i sogni si avverano, quella terrazza adesso era sua, rinata anche grazie a Loredana, architetto in car-riera, oggetto di altri suoi desideri, per ora sua compagna a tempo perso.
E grazie anche a me, che gli avevo scucito una discreta som-ma, quanto gli era bastato per avere accesso a un mutuo.
L’avevo fatto per amicizia, certo, ma soprattutto per ricono-scenza.
Se non avevo abbandonato la mia attività, se mi ero ripreso alla grande, era stato anche merito suo, che con spinte e calci in culo mi aveva costretto a resistere, a riprovarci.
Le crisi vanno e vengono, ma non sono eterne, la depressione ti acciacca, ci sta, ma l’importante è non sbattere la testa al muro, l’importante è non sfasciarsela la testa.
E così, dopo quella maledetta estate, la mia ruota aveva rico-minciato a girare, prima a singhiozzo, poi spedita nel verso giu-sto.
Se davanti a lui e a tutti, per stupido orgoglio, non l’avrei mai ammesso, non potevo certo negarlo a me stesso.
Perché la coscienza è come uno specchio, a volte pulito, altre volte sporco, ma sempre riflettente quanto basta.
E dello specchio puoi fregartene, è vero, ma se lo guardi è lui che, il più delle volte, frega te.
Valerio sorrideva e anch’io sorridevo.
E sorridendo, anch’io mi guardavo intorno.
La sera era tiepida, come tante sere romane di mezza prima-vera.
L’aria quieta era a tratti smossa da deboli refoli di vento, che planavano sulla terrazza ubriachi di resina rubata ai pini, che cir-condavano la palazzina, quasi volessero proteggerla.
Pini secolari, dalle chiome altezzose, risparmiati dall’avanzata del cemento.
Altri profumi e altri suoni arrivavano da lontano, mentre ba-gliori di luci riflesse ci ricordavano che la bellezza di Roma, qua e là purtroppo oltraggiata, lì abitava ancora.

Eravamo in tanti sulla terrazza.
C’erano quasi tutti quelli del nostro giro, da Fabrizio e Serena, come sempre attaccati uno all’altra, quasi si fossero appena di-chiarati, ad Andrea e Federica, lui pensieroso come al solito, quasi assente, lei incollata al cellulare, sempre a parlare con la tata, a dare consigli per la bambina, incapace di limitare il suo parossismo di madre.
Dopo il matrimonio, via via inesistente il loro contributo alle nostre feste.
C’era Viola che sfoggiava le nuove extension e c’era Sergio, play boy elegante e riservato, da qualche tempo stranamente pri-vo di compagnia femminile.
Mancava solo Barbara, come spesso le capitava, cercata sta-volta un po’ da tutti, anche perché, da un paio di settimane, nes-suno l’aveva incontrata né sentita.
Strano come nelle rimpatriate, il più delle volte, se non c’era Barbara, c’era Mauro.
Lei assente ingiustificata, lui fin troppo presente, e viceversa, un’altalena forse studiata.
Più che strano, infatti, indecifrabile il loro rapporto.
Non mancava poi qualche satellite che ci girava intorno, come per esempio Giulia, anche lei però una luna dalle eclissi frequen-ti.
A occhio si contavano poi un’altra decina di invitati, a me sconosciuti o quasi, colleghi di lavoro di Valerio o compagni e compagne delle sue troppe attività sportive, tennis, calcetto e quello che capitava.
Sembrava così di essere su un palcoscenico affollato, con un cast per molti versi eterogeneo, chiassoso, ma forse proprio per questo adeguato alla recita.
Il casting migliore, a volte, è quello obbligato, non quello che avresti scelto.
E se tanti erano gli invitati, ancora di più erano le bottiglie di Bellavista.
Molte di più.
Senza contare quelle di prosecco, ormai immancabili nei rice-vimenti alla moda.
Per le bollicine io andavo matto, anche se, più del whisky, mi davano un po’ alla testa, una specie di dipendenza da anidride carbonica, o forse dipendenza da brindisi.
Sigarette e whisky la mia droga, bollicine il mio metadone.
D’altra parte come si fa a negarsi un brindisi?
Quella sera non me negai nessuno.
Così, dopo tre o quattro giri, mi ero già dimenticato di Clau-dia, che dalle bollicine preferiva invece restare lontana.
La ritrovai per caso, mentre inseguivo con gli occhi un corpo di donna che mi ricordava qualcosa, un’ombra sfuggente, che però svanì non appena varcata la soglia dell’enorme sala.
Claudia si era accomodata su uno di quei divani moderni, di foggia strana, apparentemente scomodo, ma sul quale lei e Lore-dana sembravano stare benissimo.
Claudia l’avevo conosciuta da poco più di una settimana, era quella la prima sera che uscivamo insieme e quindi, per il grup-po, si trattava di una new entry nel vero senso della parola.
Con Loredana però sembrava si conoscessero da una vita, parlavano spesso a voce alta, sorridendo, annuendo, quasi fosse-ro sole, incuranti di tutto e di tutti, inanellando parole dopo paro-le, come solo le donne riescono a fare.
Stavo anch’io per aprire bocca, quando Valerio, ondeggiando, si infilò fra me e il divano.
«Che c’è Luca, non me la presenti?»
«Hai ragione, ti presento Claudia.»
«Tutto qui?»
«Tutto qui, ci conosciamo da pochi giorni, non saprei cosa aggiungere.»
Claudia farfugliò due parole con Loredana, quindi si alzò, porgendo la mano a Valerio.
«Mi chiamo Alessi, lavoro con l’Alitalia, sono hostess di ter-ra.»
Valerio mi guardò spalancando gli occhi, quasi volesse legge-re nei miei la meraviglia che provava lui.
Sapeva infatti che da un po’, prima di farmi vedere in giro con una donna, mi ero imposto dei tempi, atteggiamento in linea con i miei trascorsi sentimentali che, più che suggerire, mi impo-nevano cautela.
Con Claudia invece né tempi né cautela, un colpo di fulmine sembrava aver incenerito il mio passato.
«Vi siete conosciuti all’aeroporto?»
«Capita.»
«Pochi giorni fa?»
«L’altra settimana.»
Ci pensò Loredana, rivolta a Valerio, a chiudere quel banale siparietto.
«Perché non ti fai gli affari tuoi, si conoscono da una settima-na, e allora? Claudia, se lo vorrà, sarà dei nostri, diamole il ben-venuto.»
I nostri certo, era dai tempi dell’università che eravamo i no-stri, che continuavamo a vederci senza accorgerci che dei nostri eravamo rimasti soltanto Valerio e io, che altri nostri avevano so-stituito, via via, quelli che nostri lo erano stati.
Ma tant’è, un cesto di mele è sempre un cesto di mele, se quelle che ci metti sono mele e non pere.
Ecco, io e Valerio eravamo le due mele vecchie, gli altri erano le mele nuove, ma il cesto era sempre un cesto di mele.
Anche Claudia sarebbe stata una mela?
Non lo so, ne ero infatuato ma non la conoscevo, in quei po-chi giorni avevamo parlato poco o niente e comunque adesso non mi importava, non avevo voglia di pensarci.
Anche perché da tempo non mettevo mele nel cesto e quelle che ci avevo messo in passato, una prima, l’altra dopo, nel cesto c’erano rimaste ben poco.
Prima di altre chiacchiere inutili arrivò Mauro, con una botti-glia di spumante in mano, a ricordarci che la festa era in terrazza.
Fra botti di tappi, fra un selfie e l’altro, fra brindisi a braccia intrecciate, fra un salatino e una tartina, mi colse di sorpresa il saluto frettoloso che mi rivolse un’invitata della quale avevo fino allora intravvisto soltanto il corpo, incuriosito da quelle fattezze che mi sembravano familiari.
Certo, era lei l’ombra che avevo visto sparire in sala.
«Scusami, ma devo proprio andare.»
Scusarsi con me, strano.
Si era dileguata in un amen, non mi restò che chiedere a Vale-rio chi fosse, non è vero che la curiosità è prerogativa esclusiva delle donne.
«Chi è quella che se ne è andata, mi ha salutato, come se mi conoscesse.»
«Ma come, non l’hai riconosciuta? Impossibile, non ci cre-do.»
«Non ci credi, ma non l’ho riconosciuta.»
«Aura Defari, ti dice niente?»
Aura Defari, un nome, un fermo immagine nella mente.
«Aura Defari?! Quella del liceo?»
«Proprio quella.»
«Mi sembra impossibile, la ricordavo diversa.»
Diversa, certo.

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