Domani ci sarà tempo

15,00

Formato: Libro cartaceo

Autore: Andrea Leonelli

Note sull’autore

COD: ISBN 978-88-6690-410-6 Categoria: Tag:

Descrizione

Domani ci sarà tempo… ma il tempo a volte è avaro e traditore, e non sempre soddisfa le aspettative di chi pensa di averne a disposizione in abbondanza.

Non abbiamo una data di scadenza, quantomeno non impressa in modo visibile, e per quel che ne sanno le statistiche, indicativamente, viviamo circa ottanta anni, ma le statistiche hanno poco a che vedere con la vita reale di ogni giorno, si fanno con i grandi numeri. Invece ognuno di noi è un numero unico.

La storia vera, raccontata in questo libro, porta all’attenzione del lettore il punto di vista di chi, lavorando in ospedale, si ritrova a vivere un’esperienza traumatica finendo, suo malgrado, dall’altra parte della barricata, disteso su una barella fra la vita e la morte. Un evento vissuto in modo anomalo sia dall’interessato sia dai colleghi, tutti operatori sanitari che, improvvisamente, si trovano faccia a faccia con quanto, giornalmente, tentano di scongiurare. Un evento che riesce a far scaturire conseguenze e riflessioni in cui molti potranno riconoscersi, scoprendo che, nonostante tutto, esiste sempre un modo per ritornare a vivere e ritrovare il tempo per un domani.

INCIPIT

21 luglio 2010

 Avevo compiuto 40 anni da una settimana precisa, era mattina e, proprio per questo, avevo già l’umore di traverso: odio alzarmi di mattina presto e, per me, considerando i miei turni di lavoro, la pressione tendenzialmente bassa e una naturale predisposizione, anche le 10 sono “mattina presto”.

Ero in garage e stavo estraendo la macchina dal piccolo loculo che le calzava come un guanto, mentre fumavo la prima sigaretta post caffè, tuttora parte del mio rituale di risveglio.

Non ditemi niente, lo so che non dovrei farlo e che non è salutare, lo so benissimo, ma non voglio arrivare al giorno della mia morte completamente sano, perché in quel caso trapassare sarebbe ancora più seccante.

Sfilata l’auto dalla sua “custodia”, uscii per chiudere la rimessa, provando una leggera nausea che mi spinse a buttare la sigaretta a metà. Sentivo anche un vago senso di malessere, ma in quel momento lo ignorai e lo giustificai pensando:

«La mattina presto è solita darmi dei disturbi, soprattutto quando siamo così prossimi all’alba».

Eppure, era evidente che non fossimo affatto prossimi all’alba e avrei, forse, dovuto interpretare meglio il segnale, prima. A proposito, erano circa le 8.

L’alzataccia aveva uno scopo preciso, però, anche indispensabile, se vogliamo: dovevo accompagnare mio figlio, Leonardo, a vaccinare e già sapevo che all’iniezione sarebbe sicuramente seguito un periodo, più o meno lungo, di febbre alta con abbinati vari effetti indesiderati che si sarebbero presentati successivamente al vaccino.

E se anche poteva pesarmi il fatto di dovermi affacciare al mondo in un orario così antelucano, per il mio pargolo avrei fatto questo e altro.

Ma questo esula dal succo del racconto, ne è solo una parte, purtroppo, “collaterale”.

Dunque, dicevamo, quando furono arrivati moglie e figlio salimmo in macchina e partimmo alla volta dell’ambulatorio.

Era caldo, ma non così tanto da giustificare il sudore che iniziava a imperlarmi la fronte e a bagnare la maglietta nei punti in cui era a contatto col sedile di guida e con la cintura di sicurezza. Persino per una fontana umana, come lo sono io normalmente in situazioni afose, tutto quel sudare era decisamente eccessivo.

Guidai con una strana sensazione di debolezza che andava intensificandosi e col sudore che, nel frattempo, continuava ad aumentare e a diventare gelido, ghiacciato. Poi improvvisamente iniziai a far fatica a respirare. Sentii un peso sul petto e il campo visivo iniziò a diventare meno chiaro, ad annebbiarsi.

Avevo percorso una strada diversa dal tragitto normale che facevo per portare il piccolo a fare i vaccini e chissà per quale strana ragione, quella mattina, istintivamente, avevo optato per un’altra via. Non mi sentivo più in condizione di guidare, non vedevo quasi più niente e stavo diventando un pericolo per me stesso e per chi era in macchina con me, oltre che per chiunque altro avesse potuto incrociare la mia marcia.

Avrei potuto essere causa di una disastrosa tragedia.

Cercai un posto in cui accostare e non so in che modo o con quale lucidità riuscii a fermare la macchina.

In ogni caso, mi ero fermato davanti a uno degli ingressi dell’ospedale, quello che usavo di solito per prendere servizio quando mi recavo al lavoro a piedi. Una vera seccatura perché, rendendomi conto che qualcosa stava andando storto, il Pronto Soccorso, che era dall’altra parte del complesso ospedaliero, era indubbiamente troppo lontano per pensare di poterci andare a piedi. Percorrendo i corridoi interni, non ci sarei mai arrivato.

La sola vista della rampa di pochi scalini per l’accesso, che in quel momento avevo davanti agli occhi, già mi affaticava ulteriormente. Sarei crollato al suolo dopo pochi passi.

Vedevo sempre meno, ero sempre più debole e la fatica a respirare aumentava in sincronia col peso che sentivo opprimermi il torace. Iniziavo a provare dolore al petto. Ero bagnato fradicio di sudore gelido, la maglietta era completamente inzuppata e aveva assunto un colore più scuro rispetto a quello originale.

Ero decisamente preoccupato e spaventato, sapevo istintivamente, e perché ne ho avevo visti fin troppi, che cosa mi stava succedendo e non era qualcosa da poco o di passeggero. In quell’ultimo attimo di consapevolezza, sapevo esattamente cosa stava accadendo al mio fisico.

Riuscii solo a farfugliare verso mia moglie: «Ho un infarto. Portami al Pronto Soccorso.»

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