Ciascuno cresce solo se sognato

16,00

Formato: Libro cartaceo pag. 196

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Autore:Laura Valera

Note sull’autore

 

 

COD: ISBN: 978-88-5539-225-9 Categoria: Tag:

Descrizione

Francesca, insegnante di lettere, si trova a fare i conti con l’irruzione dell’epidemia nel mondo scolastico, tra obblighi, malesseri e difficoltà, che diventano in lei occasione di riandare alle radici del senso stesso della scuola, e del valore che ancora oggi ha conoscere i grandi autori della nostra civiltà.

Grazie al dialogo con Luca, un’amica e una studentessa speciale, e a uno di quegli incontri sorprendenti che talora la vita riserva, Francesca ritroverà la sua bussola e intravedrà altre possibilità, perché quando non se ne può più, cosa si fa? Si cambia!

15 ottobre 2021, ore 7.50

 

Cammina lenta, Francesca, con una borsa di stoffa colorata sulla spalla, zeppa di libri, che la sbilanciano, e nell’altra mano la ventiquattrore, col portatile e i quaderni degli alunni; nel pomeriggio ieri ha corretto i loro scritti, per lo più stilati a mano, la gran parte in corsivo, ma alcuni in stampatello, nonostante sappiano quanto a lei dia fastidio.

Qualcuno invece ha optato per la videoscrittura, in classe c’è chi arriva col computer e lo usa anche per prendere appunti e ogni altra cosa.

Francesca li lascia liberi, i suoi studenti: scelgano pure loro come scrivere! Lei, però, dichiara le sue preferenze.

Non è neutrale il mezzo che si usa, influenza e condiziona il modo in cui i pensieri affiorano e si esprimono. Francesca riconosce i vantaggi della videoscrittura, ma non sono un valido motivo, ritiene, per disconoscere quelli della calligrafia, specie del corsivo, che adora, tranne quando è illeggibile e disordinato. Si meraviglia che la gran parte dei suoi studenti, specialmente tra le ragazze, scelgano proprio di scrivere a mano e non sa perché; anzi, ora che le duole la spalla appunto per il peso dei quaderni, pensa che dovrebbe proprio chiederne a loro la ragione, è curiosa.

Certo, spesso ci si affida all’istinto nelle scelte, mica si può pensare sempre, date le miriadi di azioni che istante dopo istante compiamo; tuttavia, fermarsi ogni tanto e allenarsi a darsi una ragione di quel che si fa, crede sia un’ottima palestra per esercitare le menti a pensare e questo, in buona sostanza, Francesca è convinta sia lo scopo ultimo della sua professione.

Quindi decide che aprirà con loro questa questione: perché hai scelto di scrivere a mano e cosa hai provato mentre lo facevi, quale differenza credi ci sia tra scrivere gli stessi pensieri a mano o usando la tastiera. Ottimo. Lo farà.

 

E così pensando è arrivata alla base della scalinata d’ingresso, gli studenti affollati lì intorno a gruppetti, spontaneamente, le aprono un varco, affinché possa passare tra loro comodamente; è il loro un gesto di rispetto, qualcuno la saluta, ma la gran parte si limita a spostarsi, quasi che il saluto sia un po’ troppo stucchevole, un compiacimento interessato. Lei apprezza sentirsi vista, riconosciuta. Si spostano per farla entrare, non la ostacolano, forse sotto sotto sono contenti che lei sia arrivata, che ci sia. Così almeno è come lei legge il loro gesto, ma sa anche che forse è lei che ha bisogno di figurarselo così, per aver voglia di essere ancora oggi qua.

C’è un tafferuglio sulla soglia. Antonietta, la bidella, sta piantata ieratica sulla porta semiaperta, ha in mano l’ipad: oggi è giorno di controlli e a Francesca il cuore salta un colpo, se lo sente in petto, battere il ritmo disordinatamente: forse è un suo cenno di stizza e ribellione, chissà. Pensa che non sopporterebbe doversene tornare a casa per riprendere il cellulare, che ha dimenticato spento sul comodino, come d’altronde le succede spesso, ma lì soltanto ha il suo green pass, e ora deve esibirlo, oggi va così. Ieri l’aveva in tasca, ma oggi è un altro giorno e Antonietta non accetta scuse, è il suo momento di rivalsa, il potere è lei qui, l’autorità. In classe no, dietro quella porta no, lì è chiaro chi comanda e quando Antonietta, dopo aver bussato entra, avverte a pelle il fastidio di Francesca a ogni sua incursione, interruzione. Ma ora qui, sulla soglia, il capo è lei.

Francesca appoggia la ventiquattrore a terra e fruga nella borsa nervosamente, nella speranza di trovarlo lì, quel rettangolo fatale. Se almeno l’avesse stampato, si rimprovera ora la sua fissa di risparmiare carta, uno dei vantaggi che riconosce alla rivoluzione digitale, per il resto, solo la definizione, le muove dentro una certa agitazione mista ad ansia.

Alza gli occhi al cielo e allarga le braccia, è inutile, il cellulare non c’è! E incrocia lo sguardo implacabile, d’acciaio scintillante di Antonietta: «Spiacente ma dovrà tornare, so che ce l’ha, ma l’ipad deve registrare che tutto sia in ordine, non scaduto, bisogna lasciare traccia, una tracciatura digitale».

«Già, certo, immagino. Ovviamente non dipende da lei, sono io la sbadata, ora però qualcuno dovrà sostituirmi, dovrò tornare a casa a prenderlo.»

«Ma certo, stia tranquilla, ci siamo noi. Vada, vada, oramai il cellulare è come la testa, mai lasciarla in giro, meglio tenersela ben attaccata sulle spalle.»

E inorridita Francesca visualizza l’immagine di se stessa con il telefono al posto del capo. Un turbinio contrastante di voci le frulla in testa e le si contraggono i muscoli del corpo, raggelandola.

E no, cara Antonietta, il cellulare non sarà mai come la mia testa, la similitudine non regge, almeno non con me! Ma forse mi sto solo illudendo, abbarbicata come sono all’idea di me come essere pensante, che si avvale criticamente e con consapevolezza dei tanti vantaggi della tecnologia. Mi faccio ridere da sola. Me la canto e me la dico, ma io sono quella che prende in mano quel rettangolino nero in media tre volte all’ora su per giù, mangio con lui affianco, e a lui rivolgo l’ultimo sguardo prima di dormire e, ciò nonostante, mi illudo di farne un uso intelligente, non certo come quello degli altri, ovvero di tutti quelli che non sono me.

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