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#Ciaopoveri

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Formato: Libro cartaceo

Autore: Eleonora Scali

Note sull’autore

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COD: ISBN: 978-88-5539-096-5 Categoria: Tag:

Descrizione

Ciao poveri è lo sfottò utilizzato da Gabriele Roccia per prendersi gioco di chi non ha la fortuna di essere ricco quanto lui e sua sorella Fiordaliso. I due ventenni, rampolli della miliardaria famiglia Roccia, conducono una vita di eccessi nei luoghi più esclusivi della Milano bene in compagnia di una ristretta cerchia di rich-kids come loro, e non si pongono limiti né di budget né di comportamento.

L’esistenza pigra e scintillante dei due fratelli viene scombussolata dall’improvvisa uscita di scena dei loro genitori. Per Gabriele e Fiordaliso sarà l’inizio di un cammino costellato di difficoltà: dovranno guardarsi da truffe, pericolosi criminali, e soprattutto dalle persone che dicono di amarli.

INCIPIT

 

  1. Pietro Roccia

 

 

Pietro Roccia raggiunse la Rock Investments alle sei in punto, come ogni mattina. Prima di mettersi alla scrivania, si godeva il silenzio delle stanze immobili, che di lì a poco sarebbero state invase da passi, trilli telefonici, ronzii di monitor e stampanti e dall’immancabile sottofondo di notiziari economici da tutto il mondo. Attraversò l’open space che ospitava le postazioni di lavoro del suo staff ed entrò nel suo ufficio. Accese la macchina del caffè che stava sul mobile bar accanto alla scrivania, e si preparò un espresso corto e forte come piaceva a lui. Mentre lo sorseggiava, si affacciò alla vetrata che illuminava la sua stanza su tre lati. Restò a lungo a osservare i giardini del Centro Colleoni, il prato all’inglese, il laghetto centrale e la sciarpa di smog che infagottava Milano in lontananza.

Gli vennero in mente i suoi genitori e i sacrifici che avevano fatto perché frequentasse la Bocconi. Erano piccoli imprenditori del settore manifatturiero, a volte gli affari andavano bene, altre meno. Nonostante ciò, non si erano tirati indietro nemmeno quando lui aveva espresso il desiderio di conseguire un MBA negli Stati Uniti. Peccato che non potessero vedere dov’era arrivato. Pietro non riusciva a perdonarsi di essersi allontanato da loro così presto e si rammaricava di non poterseli più godere adesso che aveva il tempo.

Bevve l’ultimo sorso di caffè ingoiando quei rimpianti e si mise al lavoro. Gli restavano un paio d’ore prima che arrivasse Dora, la sua assistente, e il resto del personale. Quelle del mattino presto erano le ore più preziose per lui. Approfittando della solitudine e del silenzio, la sua mente finanziaria viaggiava alla velocità della luce ed elaborava le migliori strategie.

Alle nove, Dora si affacciò alla sua porta. «Buongiorno Pietro. Posso?»

«Sì, accomodati» la invitò lui. La donna prese posto davanti alla scrivania di Pietro. «Ho già dato una scorsa alle mail e ai tabulati arrivati questa notte. Ti aggiorno» disse Pietro. «La performance complessiva dei global corporate bond americani è buona. Chiama Ronald a New York e digli di suggerire ai suoi clienti di aumentare il capitale investito. L’avvocato Baldini sospetta che qualcuno della ICS voglia silurare le nostre operazioni sul mercato asiatico e mi chiede di intervenire. Io, invece, sono per temporeggiare. Credo sia tutto un bluff. Comunque, di questo me ne occuperò personalmente.»

Dora, che era il braccio destro di Pietro da oltre dieci anni, ascoltava in silenzio e prendeva appunti. Sapeva che quando il dottor Roccia partiva col flusso di riflessioni mattutine non andava interrotto. Più tardi ci sarebbe stato tutto il tempo di fargli eventuali domande.

«Per quanto riguarda i ragazzi» continuò Pietro riferendosi al resto dello staff «di’ loro di fare un’accurata analisi del bilancio della Euro FSG prestando attenzione all’utile, ma soprattutto al capitale netto contabile. È quello il miglior indicatore delle risorse investite da parte degli azionisti. Non c’è altro» concluse. «Adesso, Dora, ci prendiamo un buon caffè insieme.» Quella era la seconda parte della mattinata, la più rilassata, dove lui e la sua fedele assistente chiacchieravano del più e del meno.

Dora aveva festeggiato di recente le nozze d’argento ed era madre di tre figli. Uno di loro l’aveva appena resa orgogliosamente nonna. La nipotina neonata era l’argomento preferito della donna che non perdeva occasione per mostrare a Pietro le foto e i video della piccola sul cellulare.

Sarebbe piaciuto anche a Pietro avere dei nipotini, se non subito in un prossimo futuro, ma i suoi figli erano ben lontani da dargli soddisfazioni del genere. Gabriele, a venticinque anni, frequentava ancora il secondo anno di economia alla Cattolica. Speranze che avrebbe presto lavorato al suo fianco, come Pietro aveva auspicato, non ce n’erano. Quanto alle relazioni sentimentali, suo figlio cambiava ragazza come i calzini sporchi; a fidanzarsi seriamente e, un giorno, mettere su famiglia non ci pensava proprio. Fiordaliso di anni ne aveva appena ventuno. Si era diplomata al liceo artistico per il rotto della cuffia e poi si era iscritta a un corso di spettacolo e cinematografia. Pietro l’aveva messa in guardia sulla difficoltà di sfondare in quel campo, ma lei sosteneva che non c’era altro che volesse fare nella vita se non cantare e ballare in televisione e lui si augurava che, dopo essersi tolta quel capriccio, trovasse un bravo ragazzo, si sposasse e sfornasse uno stuolo di bambini. Se non i figli, almeno i nipoti avrebbero potuto prendere le redini della Rock Investments, un giorno.

All’una, Pietro interrompeva il lavoro per uno spuntino veloce in ufficio e si concedeva un pisolino di quindici minuti sul grande divano di cuoio invecchiato. Era un momento irrinunciabile della giornata, serviva a ricaricare le batterie per non arrivare a casa, la sera, stanco morto. Là, nella villa di Bergamo, lo aspettava sua moglie Asia. Pietro ci teneva a trascorrere del tempo che fosse tutto per loro due: una cenetta intima, un’uscita con gli amici, un concerto a teatro o qualunque cosa lei desiderasse fare.

Si era appena sdraiato sul suo adorato divano, quando Dora bussò con tocco leggero alla sua porta. «Mi dispiace disturbarti, Pietro. Sia Fiordaliso che Gabriele hanno telefonato per avvisare che vengono a trovarti adesso. Non mi hanno detto il motivo, ma sembrava urgente.»

Pietro si alzò di malavoglia dal divano. I suoi figli conoscevano le sue abitudini, sapevano che quell’orario era sacro per lui, tuttavia se n’erano fregati. Le loro esigenze venivano prima di quelle di chiunque.

«Figli, gioie e dolori» mormorò mentre si dirigeva al bagno annesso all’ufficio. Trovare le gioie che Gabriele e Fiordaliso gli davano gli risultava difficile. “Sono certo che Asia ne troverebbe un mucchio” si disse sospirando.

Nel bagno, il grande specchio gli rimandò un viso bianco come lo statuario di Carrara che rivestiva pareti e pavimento. “Devo prendermi una pausa e portare Asia a fare un viaggio” pensò. Controllò che la camicia non avesse grinze e la cravatta fosse a posto e sedette alla scrivania. In quel momento, la porta si spalancò senza che nessuno avesse bussato o chiesto permesso ed entrarono i suoi figli.

«Ciao papi, come stai?» Una tuta di lycra leopardata, sovrastata da una criniera di boccoli biondi, gli si buttò al collo e gli stampò un bacio sulla guancia.

Dietro Fiordaliso veniva suo fratello. «’Giorno» borbottò come se fosse entrato in carcere. Con passo ciondolante raggiunse il divano, dove fino a un minuto prima Pietro stava facendo il suo amato pisolino, e ci si lasciò cadere come un ciocco di legno.

«Che ci racconti, papi?» chiese la ragazza. Fra i due, lei almeno fingeva di essere felice di vedere il padre.

«Le solite cose: lavoro, lavoro e lavoro. Voi, piuttosto, cosa state facendo?»

Fiordaliso e Gabriele non vivevano più a Bergamo con i genitori da qualche anno e Pietro e Asia non avevano molte occasioni di vederli. Fiordaliso abitava in un superattico a Parco Sempione, regalo di papà per il diploma. La posizione, a metà strada fra gli studi Rai e la sede del gruppo Mediaset, l’aveva scelta lei. Diceva che così avrebbe avuto a portata di mano il suo futuro posto di lavoro.

«I miei impegni per questa settimana, papi, sono: un evento legato alla fashion week, una festa in discoteca dove farò la testimonial per il lancio di una linea di occhiali in edizione limitata dello store di Montenapoleone e le riprese per un videoclip.»

«Gli occhiali col frontale di velluto, la lente specchiata e lo skyline di Milano serigrafato sull’astina?» chiese Gabriele.

«Yes, esattamente quelli» rispose Fiordaliso.

«Fighissimi. Riesci a farmene avere un paio gratis?»

«Se gli scatti come testimonial al party in discoteca avranno il ritorno sperato, può darsi di sì.» Fiordaliso mise il sedere leopardato sulla scrivania del padre, accavallò le gambe in una posa sexy e continuò: «La mia popularity sta crescendo, i miei numeri sui social anche, quindi è possibile».

«Piantala con le cagate, Fiore. Mi fai avere quegli occhiali o no?»

«Tu quando mai fai qualcosa per me? Vai allo store e comprateli» rispose lei e tornò a rivolgersi al padre: «Ti stavo dicendo, papi? Ah, sì, il mio videoclip. Al corso di spettacolo e cinematografia ho inciso un brano un po’ reggaeton e un po’ bombaton, roba forte. Adesso, come parte del programma di studi, giriamo un videoclip. Devi assolutamente vederlo».

«D’accordo tesoro, non me lo perderò per niente al mondo» disse Pietro. «A te, Gabriele, come vanno le cose?»

Il ragazzo abitava a due passi dalla Pinacoteca Ambrosiana perché gli tornava comodo per l’università. L’appartamento di lusso con tanto di garage era costato una fortuna a Pietro, tuttavia aveva valutato che essendo vicinissimo alla Borsa di Milano avrebbe sempre potuto utilizzarlo come foresteria per la Rock Investments, nel caso suo figlio si fosse stufato di viverci.

«Alla grandissima» rispose il ragazzo. «Ieri ho ridato l’esame di economia monetaria e l’ho superato.»

«Bravo» si congratulò Pietro. «Quanto hai preso?»

«L’esame è andato. Che te ne frega del voto? Lo sai che non voglio fare il contabile come te. Io sono un animatore, vivo di relazioni interpersonali, mi piace fare il pirla, rimorchiare. Fra social, shopping e feste, trovare il tempo per studiare è davvero difficile. E poi, sono giovane, lasciami godere la vita.»

Pietro pensò che l’unica cosa giusta che aveva detto suo figlio era pirla. Sì, Gabriele era proprio un pirla. “Alla tua età io era già laureato e ambivo all’MBA” avrebbe voluto dirgli, ma quella mattina non era in vena di scontri.

Nel frattempo, Fiordaliso aveva tolto il culo dalla scrivania e si aggirava per l’ufficio toccando ogni mobile e soprammobile con aria disgustata. «Quando ti deciderai a cambiare ufficio, papi?»

«Fiore ha ragione, papà. Il target di clienti della Rock Investments è top quality. Dovresti spostarti in una location più trendy. Magari in centro a Milano» suggerì Gabriele.

«E devi farla arredare in modo fashion. Ti serve un designer con un concept preciso» aggiunse Fiordaliso. «Allora, papi, lo cambi questo ufficio old style, o no?»

Pietro spostava lo sguardo da uno all’altro. “Trendy, top quality, concept”? Avevano davvero idea di quel che dicevano? «Finitela con questa storia, ragazzi» disse con un sospiro. «A me piace questo posto. È vicino all’autostrada, ha un garage coperto, nell’edificio di fronte ci sono bar, ristoranti, un’agenzia viaggi, un corriere espresso e un centro stampa. C’è pure lo studio del dentista, se mai ne avessi bisogno.»

«È dozzinale, papi» insistette Fiordaliso.

«Però, ha una pista per gli elicotteri che, come sapete, utilizzo spesso. Dove lo trovo un posto così in centro a Milano?»

«Secondo me potresti…»

«Basta, Fiore. Papà ha ragione» intervenne Gabriele lanciando un’occhiataccia alla sorella. Non erano lì per discutere dell’ufficio e far inalberare il padre, ma per dirgli che la paghetta mensile andava rivista.

Gabriele e Fiordaliso disponevano di un conto con carta di credito oro, dove ogni mese Pietro versava centocinquantamila euro. I due fratelli erano anche intestatari di un fondo d’investimento miliardario ciascuno, tuttavia era il loro padre ad amministrarli. Le discussioni su quell’argomento erano continue. Secondo Pietro, la paghetta che gli passava era perfino eccessiva. «Alla vostra età, io non mi sarei mai sognato di possedere una cifra del genere, tantomeno di bruciarla in trenta giorni» diceva ai figli ogni volta che battevano cassa. Asia, invece, li giustificava sempre. «Amore, sono ragazzi. Se non si divertono ora…» diceva a Pietro. Nel loro rapporto di coppia, gli unici scontri vertevano sul comportamento dei figli e sul denaro che spendevano. Pietro aveva riposto su di loro grandi aspettative, che erano state periodicamente disattese, e pretendeva che imparassero almeno ad amministrarsi. Asia li difendeva con la scusa che erano giovani e che avrebbero imparato col tempo.

«Okay, papi. Lasciamo perdere l’ufficio» disse Fiordaliso. «C’è un’altra cosa della quale vogliamo parlarti. Glielo dici tu, Gabri?»

«Io?»

«Sei il maggiore, lascio a te la parola.»

«Ma l’idea è anche tua.»

«Insomma, la fate finita? Cosa devi dirmi Gabri?» chiese Pietro.

«Ecco, io e Fiore abbiamo pensato che forse… sarebbe il momento di…»

«Allora?» Il tono di Pietro si era fatto nervoso.

«Forse sarebbe il momento di ridiscutere la paghetta» sparò Gabriele d’un fiato.

Il padre lo guardò storto.

«È solo un’idea» intervenne Fiordaliso in soccorso del fratello.

«Ancora questa storia? Datemi un buon motivo per cui dovrei…»

Una chiamata di Dora dall’interfono interruppe la frase di Pietro.

«Sì, Dora?» rispose lui.

«Ti volevo ricordare la videoconferenza con la DowDuPont» disse l’assistente.

«Va bene, grazie.» Pietro tornò a guardare i figli. «Adesso devo rimettermi al lavoro. Grazie a voi non ho fatto nemmeno il mio pisolino, oggi. La paghetta non è in discussione. Alla vostra età, io…»

Gabriele e Fiordaliso alzarono gli occhi al cielo, conoscevano quella tiritera a memoria. Salutarono il padre e si dileguarono alla stessa velocità con la quale erano comparsi.

L’ascensore li riportò al piano interrato del palazzo dove avevano parcheggiato le auto, una Ferrari 812 e una Lamborghini Huracan. Le aveva scelte e acquistate personalmente Pietro perché, per quanto fosse attento al denaro, c’era una cosa alla quale non poteva resistere: le auto. Negli anni ne aveva collezionate oltre duecento. Fra i suoi tesori, come li chiamava lui, c’erano una Stanley Steamer, una Baker del 1909, una Bentley Continental R nell’originale modello rosso e una Duesenberg Model SJ Convertible del 1935, la sua preferita.

 

«Uffa. Anche stavolta è andata male» borbottò Fiordaliso mentre apriva lo sportello della Ferrari.

«Colpa tua. Hai tirato fuori la storia dell’ufficio e l’hai fatto incazzare» disse Gabriele.

Lei scrollò le spalle e gli fece una linguaccia. «Che programmi hai per oggi?» gli chiese.

«Vado da Fresco & Cimmino a mangiare un boccone con Guido Dirado, il mio compagno di università. Faccio un salto da Armani Manzoni 31 a comprare due cosette e passo dalla mia profumeria di fiducia a ritirare il Clive Christian che ho ordinato. E tu?»

«Ho una giornata da hashtag-mi-viene-l’ansia. Devo assolutamente trovare gli outfit adatti agli eventi di questa settimana e andare all’Hammam della Rosa per dei trattamenti estetici. Più tardi mi faccio un aperitivo con Corinne e Ippolita.»

«Ippolita, la vaccona stalker?»

«Non chiamarla così, lo sai che è ancora innamorata di te.»

«Ciao, ci si vede in giro» tagliò corto Gabriele. Sprofondò sul sedile della Lamborghini e uscì dal garage sgommando.

 

Pietro si affacciò alla vetrata dell’ufficio in tempo per vedere la Ferrari e la Lamborghini che lasciavano il Centro Colleoni. “Che faccia tosta quei due” si disse riflettendo sulla visita a sorpresa dei suoi figli. “Chiedono, chiedono, ma non fanno mai nulla.” Quel pensiero gli fece venire in mente che Asia aveva un appuntamento dal medico alle due e che aveva promesso di farsi accompagnare da Gabriele o da Fiordaliso, ma se quei due fannulloni erano ad Agrate non sarebbero mai arrivati a Bergamo in tempo. Pietro alzò il telefono e chiamò Asia.