armaBianca

3,99

Formato: Epub, Kindle

Autore: Alessandro Cirillo

Note sull’autore

COD: ISBN 978-88-6690-438-0 Categoria: Tag:

Descrizione

Pochi giorni frenetici di fine estate, in cui si corre il rischio di far scoppiare la Terza guerra mondiale: uno scenario che potrebbe essere davvero reale. Il presidente turco Bahadir mira ad occupare e riconquistare la parte greca dell’isola di Cipro, proprio nei giorni in cui si trovano in vacanza in quella zona la figlia del presidente del Consiglio italiano e una sua amica, sotto la scorta di alcuni poliziotti. Impossibile pensare a una soluzione diplomatica, così pure lasciare in mani turche ostaggi che potrebbero essere preziosi oggetti di scambio per la Turchia, e per questo viene organizzata una missione di salvataggio, affidata ai Lagunari, specialità anfibia delle Forze Armate italiane; unica donna del gruppo Bianca, una soldatessa ben addestrata che dovrà affrontare delle pericolose vicissitudini che metteranno a dura prova i suoi saldissimi nervi e il suo coraggio.

INCIPIT

Ankara (Turchia), 30 agosto, ore 10:11

 

La parata militare organizzata in occasione del Giorno della Vittoria era un avvenimento molto atteso dai turchi. Quell’anno, in particolare, le aspettative che annunciavano una manifestazione imponente non erano state deluse.

Una nuvola informe e biancastra transitò davanti al sole rubandogli per qualche attimo la scena. Migliaia di persone che si trovavano più in basso accolsero con favore i brevi istanti di refrigerio che sarebbero seguiti. Invece delle deboli piogge segnalate dai bollettini meteorologici, in cielo erano comparse solo alcune isolate nuvole per niente interessate a buttare giù acqua. Ormai non ci si poteva più fidare delle previsioni del tempo. In ogni caso, sia con la pioggia che con il sole, tutta quella gente non avrebbe abbandonato la propria posizione, in alcuni casi guadagnata fin dall’alba.

La parata celebrava la vittoria di Dumlupinar, evento chiave della guerra greco-turca combattuta tra il 1919 e il 1922, quando i turchi, sotto la guida di Mustafà Kemal Pascià, erano riusciti a battere gli odiati greci. L’eroe di Dumlupinar divenne presidente della Repubblica di Turchia e mutò il suo nome in Kemal Atatürk, “Padre dei turchi”.

Un rombo simultaneo di motori si propagò nel cielo facendo alzare le teste degli spettatori. Quindici elicotteri cavalcarono una strada invisibile schierati su tre file. Una nutrita salva di applausi partì al passaggio del gruppo di velivoli. L’attenzione poté spostarsi sull’ampio viale dove sfilavano le forze di terra. Era appena terminata una sezione dedicata alla storia delle forze armate turche, con tanto di uniformi e mezzi storici. Il passaggio della formazione di elicotteri dava inizio all’ultima sezione.

Sul palco destinato alle autorità, Rahim Mehmet Bahadir osservava lo svolgersi della parata con uno sguardo serio e attento. Invece che stare seduto su una comoda sedia dal rivestimento in velluto rosso, era rimasto in piedi per quasi tutto il tempo. Preferiva rimanere ben visibile a tutti. Anche i politici e gli alti papaveri delle forze armate, che insieme a lui occupavano il palco, si erano adeguati a malincuore per non essere da meno.

Un gruppo di camionette cariche di soldati sfilò davanti al palco presidenziale, gratificando l’olfatto dei presenti con un pungente odore di carburante, mentre gli uomini a bordo si esibivano in un sincronizzato saluto militare. Bahadir rispose portando la mano destra alla fronte, appena sopra gli occhiali dalla spessa montatura nera. La bocca carnosa, incorniciata da una sottile striscia di barba grigia, non tradì neanche un accenno di sorriso. Gli ufficiali intorno a lui si unirono al saluto, tutti impettiti nelle uniformi nuove e bardate di medaglie. Le camionette passarono oltre, tra due ali di folla festante.

Da quasi quattro anni Bahadir ricopriva la carica di Presidente della Repubblica di Turchia. Prima di entrare in politica, era stato un militare di carriera, partecipando a diverse missioni, tra cui quella NATO in Afghanistan. Dopo quasi vent’anni di servizio aveva lasciato la divisa, riuscendo a scalare il vertice del suo partito, fino a diventarne il leader. Alla morte del presidente della Repubblica ne aveva preso il posto, conquistando una schiacciante vittoria alle elezioni. Uno dei suoi punti di forza erano le orazioni in pubblico. In quelle occasioni emergeva tutto il suo carisma, in grado di far pendere dalle sue labbra le folle che accorrevano ai suoi comizi. Faceva leva sul desiderio condiviso da molti turchi di poter tornare a essere una grande nazione. In cuor suo era convinto di essere la reincarnazione di Kemal Atatürk anche se, per ragioni di immagine, non poteva permettersi di sbandierarlo ai quattro venti. Solo il suo psichiatra conosceva il segreto ma la sua bocca era ben cucita.

Una mosca ronzò per l’ennesima volta vicino alle orecchie del presidente,  poi si posò sul completo gessato all’altezza della spalla destra. Infastidito, Bahadir notò che aveva iniziato a sfregarsi le zampe anteriori, passandole ogni tanto sulla testolina; attese ancora un istante e con la rapidità di un ghepardo imprigionò la mosca all’interno della mano sinistra. Nessuno dei presenti notò la mossa.

Lungo il viale si stavano avvicinando tre autocarri che trasportavano altrettanti missili balistici. Bahadir sentì un leggero solletico sul palmo della mano chiusa. La mosca stava cercando di fuggire dalla trappola nella quale si era venuta a trovare all’improvviso. Il presidente lasciò per un po’ che l’insetto ci provasse, assaporando il potere di vita e di morte che in quel momento possedeva. Quando gli autocarri transitarono sotto il palco, strinse forte il pugno. Mentre la mosca moriva nella sua mano, salutò per l’ennesima volta le truppe in marcia. I mezzi proseguirono il loro percorso.

Bahadir lasciò cadere a terra l’insetto morto. Lo aveva schiacciato esattamente come aveva fatto con tutti gli avversari che si erano opposti alla sua ascesa al potere. Non si poneva il problema della liceità dei suoi metodi: a lui spettava il sacro compito di fare tornare la Turchia una nazione forte, rispettata e temuta. Non poteva permettere che qualcuno intralciasse il suo destino.

Allungò una mano verso il kalpak, il voluminoso copricapo nero che portava calcato in testa. Anche Kemal Atatürk lo indossava di solito. Toccò il kalpak raddrizzandolo di mezzo centimetro. Sentiva spesso il bisogno di sistemarlo, anche quando non serviva. Faceva quel gesto senza pensarci. A meno che non si trovasse da solo, teneva costantemente il cappello in testa, anzitutto perché i trenta centimetri di altezza del copricapo si aggiungevano al suo scarso metro e sessantasei. La bassa statura gli aveva causato complessi fin dall’adolescenza.

Inoltre il kalpak serviva a coprire una vistosa cicatrice che gli sfregiava il cranio stempiato. Se l’era procurata in un incidente d’auto avvenuto all’età di vent’anni. Era sopravvissuto ma la cicatrice rimaneva per ricordargli l’unica volta in cui aveva bevuto qualche bicchiere di troppo.

Ritornò alla realtà dopo essersi distratto seguendo il filo dei suoi pensieri. La parata procedeva: in quel momento un plotone di soldati stava marciando facendo sbattere sull’asfalto i pesanti anfibi militari. Passarono una decina di minuti prima che arrivasse un gruppo di carri armati Altay, fiore all’occhiello delle forze corazzate. Quindici carri disposti su cinque file avanzarono facendo sferragliare i cingoli sull’asfalto. I capicarro, che spuntavano dritti dal portellone della torretta, fecero il saluto militare. Quando anche i carri armati proseguirono oltre, uno dei generali sugli spalti si avvicinò al presidente. La pelle abbronzata del viso era rovinata dall’acne giovanile. Sotto il naso un po’ troppo grosso spuntavano dei baffetti neri e ben curati. A causa del suo metro e ottanta di altezza dovette chinarsi per parlare all’orecchio di Bahadir.

«Allora, signor presidente, cosa ne pensa?»

Nel rispondere, lo sguardo di Bahadir non si staccò dalla parata. «Generale Heker, certo a vederli fanno impressione, ma sul campo saranno efficaci?»

Heker sorrise sereno. «Non ho alcun dubbio, nell’ultimo anno i miei uomini si sono preparati duramente per la missione.»

«È quello che mi auguro, generale, o la sua testa sarà la prima a cadere.»

Il volto del militare si adombrò. Proprio in quel momento una potente fiammata si propagò da un punto in mezzo alla folla. Un istante dopo si udì un boato. Lo spostamento d’aria raggiunse perfino il palco. In pochi attimi fu il panico. Armi in pugno, gli agenti del servizio di scorta si gettarono sul presidente e lo sollevarono di peso creando una gabbia impenetrabile con i loro corpi. Si fecero strada tra gli sbigottiti occupanti del palco, caricando come dei tori infuriati. Un ministro troppo lento a spostarsi ricevette una gomitata in faccia. Le urla terrorizzate degli spettatori erano la macabra colonna sonora di quei momenti. Ondate di gente si spostavano in tutte le direzioni senza una meta precisa. Chi cadeva a terra veniva calpestato senza pietà. Ai piedi del palco era parcheggiata l’automobile presidenziale, già con le porte aperte. Gli agenti scesero le scale e infilarono dentro Bahadir senza troppi complimenti. Pochi secondi dopo il veicolo partì facendo stridere le gomme sull’asfalto.

Dal finestrino, il presidente riuscì a vedere la colonna di fumo nero che si levava verso il cielo.

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