Descrizione
Una casa semidistrutta, alcune finestre, una scacchiera. A muovere le pedine sono la Storia, la Morte e il Tempo, mentre dalle macerie affiorano le voci delle vittime e dei carnefici. Una madre, un bambino, un soldato, un generale: ciascuno porta in scena la propria verità, componendo un atto d’accusa contro la guerra, l’obbedienza cieca e l’indifferenza di chi osserva.
Seguono monologhi, soliloqui e brevi dialoghi nei quali prendono la parola figure reali e simboliche: la Calunnia, un Virus, un morto inquieto, un politico, un prete, uno scrittore, persino Dio. Con ironia corrosiva, gusto del paradosso e improvvise aperture liriche, Salvatore Romano trasforma il palcoscenico in uno specchio impietoso delle nostre contraddizioni. Perché il teatro può far ridere, provocare, ferire; ma soprattutto costringerci a guardare.
Si alza il Sipario. A un lato, dietro una scrivania, siede la Storia. A fianco un appendiabiti con su vari indumenti d’epoca che, di volta in volta, indosserà per adattarsi ai tempi del personaggio. La scena sarà allestita raffigurando una casa semidistrutta dalle cui finestre, caso per caso, si affacceranno i vari personaggi. La Storia ha dinanzi a sé una scacchiera.
Nell’altro lato, una gabbia con le sbarre insanguinate…
LA STORIA: (rivolta al pubblico) Questa scacchiera è il teatro in cui le persone -Voi- recitando a soggetto, muoveranno i loro passi fino a quando mia sorella non porrà fine al loro… Vostro cammino ondivago. Io me ne servirò per chiamare al proscenio i Loro… Vostri corpi spenti per farvi ascoltare le stupidaggini che hanno… avete messo in atto in quei centimetri di vita che hanno abitato i Loro… Vostri corpi assegnati. Non è per celia che faccio ciò. Assolvo, per così dire, a un ruolo che mi è stato assegnato da non so chi. Io, per chi non mi conoscesse, non ho preclusioni né pregiudizi e, peggio ancora, sono al vostro servizio. Ho pagine sconfinate, direi infinite, per raccogliere le vostre vite e il pattume che generate. No, non sono mai stata maestra di vita, semmai il contrario. Io non insegno niente. Sono solo un contenitore di immondizia che comunque, a secoli alterni, cerco di svuotare con la raccolta differenziata. Voi, forse per un errore o per un disguido, avete il dono del libero arbitrio e a me non è stata concessa la laurea in indottrinamento, per cui io non ho alcun potere sulle vostre beghe. E poi cosa dovrei insegnarvi? Non siete forse voi quegli stupidi che pur sapendo che le bombe non sono intelligenti continuate a spararle assieme alle vostre cazzate? Avete un cervello? Usatelo di tanto in tanto. Credete forse che la guerra serva a eliminare il male? In guerra, sappiatelo, non ci vanno i Generali, né i politicanti, e nemmeno i Patriarchi che di male s’intendono, ma ci vanno i fessi come voi: quelli che si eccitano con le parole degli imbonitori. A tutti voi, prima o poi, donerò un trafiletto che vi annoti nelle mie pagine. Al posto vostro, io, una semplice e banale domanda me la porrei: perché a morire, in guerra, sono sempre le truppe e mai gli Elefanti che siedono sugli scranni, siano essi parlamentari o re, o la pletora delle loro corti. È importante che vi facciate questa domanda e che vi diate una risposta. Siete la maggioranza eppure quelli vi trattano come una minoranza ma… bando alle ciance, la guerra è alle porte. Sentite il respiro delle bombe, dei proiettili e delle bestemmie? È un concerto di spari e sirene d’allarme. Di alzabandiera e di inni: tutta una scenografia da premio Nobel. Musiche trionfali e vividi colori che in men che non si dica si tramuteranno in fiumi di sangue raggrumato e puzzolente e assordanti rumori di guerra. Lasciamo che i personaggi principali abbiano uno spazio per parlare. Li sento accalcarsi e quasi spintonarsi. Diamo loro, per una volta, la parola. Convenite? E anche se non volete convenire, chi se ne frega? Il posto vi è assicurato, parola mia: fra qualche decennio farò la cernita, e vi saluterò volentieri con un caloroso benvenuto. Ora, però, diamo spazio a chi già se n’è andato. Do il comando all’invisibile manovratore e senza indugio gli ordino ciò: si apra la finestra al centro! Leggo, negli appunti, che si tratta di una donna ma non è una vittima di guerra. Non capisco…
Ancora una cosa. Prima d’iniziare per davvero, vorrei chiamare al proscenio due miei carissimi amici. Incorruttibili, precisi, puntuali, eterni anche se per una d’esse può sembrare un controsenso, come e più di me. Collaboriamo da, scusate, il termine, una vita anche se una è conosciuta soprattutto come la -Morte-. Badate non è un’antitesi perché lei, come la vita, fa parte della stessa sostanza. Andiamo di pari passo senza mai un alterco o un inciampo. La vediamo allo stesso modo quantunque seguiamo criteri diversi ma comunque affini e tendenti allo stesso risultato. E lo stesso vale per l’altro mio amico conosciuto come il -tempo-: un mistero, un paradosso che sopravvive a sé stesso pur non esistendo, ma i misteri restano tali, lo sappiamo, pure quando vengono svelati.





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