Altalene. Racconti trasversali

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Formato: Libro cartaceo, pag. 180

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Autore: Anna Codega

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COD: ISBN: 978-88-5539-482-6 Categoria: Tag:

Descrizione

Dietro ogni sguardo distratto, ogni gesto meccanico, ogni incontro casuale si celano mondi sommersi, desideri imprevisti, scintille di verità.

In Altalene, Anna Codega ci guida in un viaggio intimo e ironico tra vite apparentemente ordinarie, dove il confine tra realtà e fantasia, tra convenzione e ribellione, si fa sottile come un tacco 12 sull’asfalto bagnato. Donne in bilico, uomini imprevisti, e il coraggio – o la follia – di vivere anche solo per un istante al di fuori del vetro.

Racconti per chiunque sappia ancora vedere.

INCIPIT

NAUFRAGHI

Beccheggiavano su una gigantesca noce senza timone, così grossa che Piero non riusciva a vedere il mare sotto la chiglia e siccome anche la sua vista era debole non vedeva nemmeno eventuali coste o altre imbarcazioni in avvicinamento. Passava le sue giornate sballottato da correnti sconosciute e spesso vomitava anche l’anima se gli scossoni erano troppo forti.

Ma non era affatto stupido e aveva capito che solo adattandosi a quella incresciosa situazione avrebbe potuto garantirsi la sopravvivenza. Sulla noce viveva anche Sigismondo, un uomo disponibile, molto più intelligente di lui e molto più alto, perfettamente attrezzato per la pesca e per la raccolta dell’acqua. Sigismondo si adoperava senza sosta per il sostentamento vitale suo e del suo compagno di viaggio, mentre Piero si limitava a guardarlo lavorare. L’unica attività cui era dedito consisteva nel cucinare il pescato, ribadendo a ogni occasione di essere un eccellente cuoco. Sigismondo glielo lasciava dire, ma era piuttosto frustrante doversi sperticare ogni giorno in complimenti per quel pesce cotto sempre nell’unico modo possibile. Non farlo avrebbe dato la stura a continue lagne stizzose difficili da sopportare. Per il quieto vivere dunque aveva deciso di assecondare il petulante compagno.

Ogni tanto Sigismondo scorgeva qualche puntino all’orizzonte, ma Piero demoliva sistematicamente ogni iniziativa di richiamo: è troppo lontana, chissà chi c’è a bordo, devi conservare le tue energie per la pesca e via così.

Erano intanto passati quindici lunghi anni di navigazione casuale e Sigismondo cominciava a non poterne davvero più. Aveva le mani piene di orribili calli per lo sforzo della pesca, i tagli sulla pelle non si contavano ed era arcistufo di vagare senza una meta con un rompiscatole che non faceva altro che lamentarsi senza alcuna riconoscenza. Il limite della sopportazione lo raggiungeva quando si trovava a dover persino rincuorare Piero se l’inevitabile sconforto per essere in balia delle onde lo prendeva alla sprovvista in qualche fugace momento di consapevolezza. Piero si rendeva conto di essere uno stronzo galleggiante sopra un mare ignoto, ma poi immediatamente ripudiava quei pensieri, troppo dolorosi sebbene sani, e si riadagiava nel ruolo che aveva scelto per sopravvivere.

Sigismondo quindi covava un risentimento sempre meno contenibile. Aveva deciso di pescare solo una volta al giorno e si era sistemato due pezzi di corda nelle orecchie per non sentire più le lamentele di Piero, sempre più affamato e querulo. Gli aveva detto più volte che avrebbe potuto imparare anche lui a pescare, anzi gli aveva persino costruito una specie di sgabello su cui salire per sporgersi dalla noce e lanciare l’amo. Ma niente, quello non ne voleva sapere.

Erano ormai ai ferri corti. Anche l’approvvigionamento idrico era scarso, perché Sigismondo aveva cominciato a nascondere una parte di acqua piovana e a tenerla solo per sé.

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