A Funny Despair

12,00

Formato: Libro cartaceo pag: 82

Autore:Daniela Piu

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Descrizione

Nella “Milano da bere” di inizio millennio, il pittore vicentino Jacheto e alcuni amici e amiche cinquantenni cercano di ingannare la loro solitudine affogandola nei pettegolezzi e negli spritz serviti nei bar alla moda sui Navigli. Consapevole che i valori di riferimento del suo gruppo sociale sono quanto mai labili, l’artista intende denunciare questo ambiente borghese dipingendo un quadro sulla cecità, rappresentando una fila di persone – in cui sono riconoscibili molti dei suoi amici e conoscenti – incapaci di guardare davanti a sé, emblema di una generazione e di una società priva di autenticità e di possibilità di rinnovamento. Ma Jacheto saprà trovare una via di fuga. Forse.

INCIPIT

Vagavo per il Naviglio grande in preda alla disperazione, erano circa le sette di sera, faceva un freddo becco eppure sentivo la faccia incandescente. Mi infilai al MAG, un po’ perché speravo di incontrare una certa persona, un po’ per abitudine. Gli altri locali non erano comodi e accoglienti come quello, mi piaceva stravaccarmi su una delle loro vecchie poltrone a sorseggiare un cocktail. Mi distesi su una poltrona lisa in fondo al locale e ordinai uno spritz. Il cameriere si infilò dietro il bancone e io cominciai a piangere, piano per non farmi scoprire. La donna che mi sarebbe piaciuto trovare nel locale non c’era, d’altronde la vigilia di Natale non si può sperare che la gente sia sola e disperata come noi. La immaginai mentre preparava la tavola per la cena, con tutto l’ambaradan di argenteria e candele che era solita sfoggiare. Presi il telefono e la chiamai, abitava a due passi da lì. Feci squillare il cellulare un po’ senza risultato: il cameriere portò il cocktail fatto comme il faut, con fetta d’arancia e tutto. Il prosecco che il barman aveva usato era eccellente e decisi di ordinare il secondo, quando Jessica finalmente richiamò. As usual era tutta agitata, come se la stessero inseguendo un branco di cani inferociti, e mi comunicò che stava apparecchiando la tavola per la cena con la madre ultranovantenne del suo moroso. Aveva tempo per farsi un cocktail con me e la vidi entrare al MAG mentre ordinavo il quarto spritz. Pregai il cameriere di aspettare l’ordine della signora, che avanzava maestosa verso di me con un visone lunghissimo dello stesso colore di un whisky doppio malto.

«A Cosmopolitan» disse Jessica con marcato accento americano, talmente marcato che il cameriere non capì e strabuzzò gli occhi.

«Con il cranberry, mi raccomando!» precisò mentre avvicinava le guance alle mie senza sfiorarle, come a volermi dare due baci ma ripensandoci all’ultimo momento.

Jessica si sedette in punta di culo su un pouf, stava rigida e impettita dentro il suo visone mentre beveva. Provava a consolarmi: ero al sesto spritz e piangevo senza ritegno. Lei sosteneva che il mio problema fosse di avere sposato un’americana, che lavorava nel suo paese e non aveva alcuna intenzione di fare la disoccupata-moglie-di-artista in Italia. La capivo e la amavo appunto per quello la mia Jo, e controbattevo a Jessica che il problema era la mia famiglia di ottusi magnagati, non il mio matrimonio. Gente che lasciava un fratello da solo a Natale solo per non ospitarlo un paio di notti, non era gente, era gentaglia. Tra l’altro la villa in cui festeggiavano apparteneva moralmente anche a me, perché era la casa in cui eravamo cresciuti. Era stata comprata dai miei genitori, ormai morti da alcuni anni, nel periodo in cui avevano fatto fortuna nell’oreficeria. Jessica mi guardava ironica e scosse la testa: «Ti ricordi che cos’hai combinato l’ultima volta che ti hanno ospitato a Natale, Jacheto?»

Sogghignai e asciugai con il polsino della camicia una lacrima che si era fermata a metà guancia. Qualche anno prima, sempre nel periodo natalizio, la mia Jo non aveva potuto sganciarsi dal lavoro ed era rimasta negli States, io avevo una mostra in corso e non potevo muovermi dall’Italia. Decisi di passare il Natale in famiglia e chiamai mio fratello per sapere i suoi programmi. Mi invitò a passare le feste nella villa lasciatagli da nostro padre, dove viveva con la moglie e i due figli adolescenti. Al pranzo di Natale avrebbe dovuto partecipare anche mia sorella con il nuovo moroso, se non fosse successo il patatrac la notte della vigilia. Ero troppo ubriaco per ricordarmi dei dettagli, a grandi linee però ho cercato di sedurre mia cognata. Lei stava al gioco, la gattamorta, non so cosa sperasse di ottenere da mio fratello con quella sceneggiata. Fatto sta che per colpa dell’alcol mi è sfuggita di mano la faccenda.

«Non potrei stare con voi stasera?» agitai la mano per attirare l’attenzione del cameriere del MAG.

Jessica mi guardò turbata e pensai di aver invaso il suo orticello, una come lei non è tipa da perdonare gli sconfinamenti. Era solo preoccupata che il suo moroso, nonché padrone di casa, le dicesse di no. In ogni caso, vedendomi triste, provò a sentire se la faccenda potesse sistemarsi senza troppe discussioni. Si allontanò facendo ondeggiare la pelliccia e parlottò al telefono, appoggiata al bancone del bar, poi d’improvviso uscì dal locale. Prese a gesticolare e a sbattere un tacco dello stivale per terra, finché non la vidi arrendersi. Rientrò alterata e mi spiegò che non poteva assolutamente portarmi a cena da loro: la madre ultranovantenne del moroso non ammetteva estranei alla sua tavola la notte della vigilia di Natale.

«La sua? Ma non sarebbe la casa del figlio?»

«Bravo, sarebbe. Mi dispiace, ma è proprio una vecchia strega, e ci tiene in pugno. Ci facciamo un altro drink?»

«Yes!»

 

 

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