A chi risponde il Cielo?

4,99

Formato: Epub, Kindle

Autore: Rosaria Manuela Distefano

Note sull’autore

COD: ISBN 978-88-6690-452-6 Categoria: Tag:

Descrizione

Carlo Marx Santamaria è un pavido cui è stato imposto un battesimo in cui non si è mai riconosciuto, che si è arreso alla forza di etichette linguistiche, quella di cattolico prima e di ateo dopo, di figlio di un comunista e poi di “figlio unico di madre vedova”, di marito e quasi padre. Un essere umano che ha sempre trovato le parole soffocanti, limitanti, che non è riuscito a farsi stare addosso, nemmeno stiracchiandole da un lato o dall’altro, nessuna delle etichette che a forza gli erano state appiccicate addosso. Purtroppo per lui, Carletto si ritrova alla fine del suo viaggio, un ateo in Paradiso, un’anima di cui chi comanda là non sa cosa fare.

A chi risponde il Cielo? è un romanzo breve che tratta delle grandi domande sull’esistenza che dobbiamo tutti affrontare. Domande a cui, alla fine, sappiamo di non avere risposte, ma che lo stesso non smettiamo di porci ed esplorare.

 

INCIPIT

1 – In fila

«Nome.»

«Carlo Marx Santamaria.»

Due sopracciglia bianche e folte scattano ad arco. Gli occhi si stringono a guardarmi meglio. Sembrano dirmi: Stai scherzando?

Faccio spallucce ed emetto un sospiro leggero. Che vuole che ci faccia, penso, mica l’ho scelto io! Crede che se solo avessi avuto il potere di evitarlo, non avrei optato per qualcosa di più discreto?

Dal momento però che l’ho subìto per tanti e tanti anni ormai, alla fine mi ci sono abituato.

Fu mio padre che andò a denunciarmi all’anagrafe. E, come si può ben immaginare, mio padre era comunista.

Mia madre, no. Era cattolica, lei. Faccio fatica a immaginarlo, ma sembra che allora, quando si sposarono, non fosse poi tanto strano che cattolici e comunisti fossero amici. Amici stretti contro un nemico scomodo. Per un po’, sotto coperta, si erano amati i comunisti e i cattolici. Qualcuno forse riusciva persino a essere tutti e due insieme.

Quel qualcuno, però, non era decisamente uno dei miei genitori.

In effetti, la loro unione era per me un mistero. Non avevano niente in comune, tranne forse un sentimento di rivalsa l’uno contro la categoria dell’altro. Mia madre non lo avrebbe mai lasciato, cattolica com’era. Mio padre lo sapeva e se la godeva. Ma mia madre non cedeva. Persino quando seppe dal prete del paese che in certe condizioni, in certe situazioni… ebbene sì, si poteva anche chiudere un occhio, annullare… Se si adducevano delle giustificazzioni valide all’arcivescovo…

Quel prete, don Belante, le chiamava proprio così: le giustificazzioni. E sembrava quasi pestare un piede alla doppia z che gli usciva di bocca.

Ecco chi mi ricorda questo tizio qua davanti. Sì, sì, questo con la giacca e la cravatta, tutto grigio dal primo capello alla punta delle scarpe. Anzi, ora che lo guardo meglio, è proprio lui, è don Belante… no, che dico. Non può essere lui.

Borbotta qualcosa che non capisco e mi sporgo in avanti. Cerco di non guardare dietro di me, alla lunga fila che aspetta. Sento borbottare anche là dietro e mi agito. Stare in fila, anzi, essere all’inizio di una fila mi ha sempre agitato. Vorrei che ci sbrigassimo, vorrei andare avanti e lasciare il posto. Sì, sono così io, lascio il posto agli altri, non reggo la competizione. Non l’ho mai fatto.

Il vecchio borbotta ancora.

«Non capirò mai che ci stai a fare tu qui. Ma decidono loro…»

Mi sembra di sentire questo. Mi faccio rosso in viso. Lo so pure io che questo non è il mio posto. Ma ancora una volta faccio spallucce. Non ho deciso di venire qui di mia spontanea volontà, questo è certo. Presto se ne accorgeranno e mi butteranno fuori. Questione di tempo.

«Paese di provenienza» continua quello a chiedermi, il ditone poggiato sul lato di un lungo foglio bianco.

«Casale di Spaccapietre.»

«Data di nascita.»

«L’uno maggio dell’anno millenovecentoquarantanove.»

«Stato civile.»

«Divorziato e convivente.»

Un altro sbuffo.

«Religione.»

«Ateo.»

Il sibilo gli esce dalla bocca lungo e sottile. Per un momento penso che gli stia per venire un colpo. Don Belante, don Belante… lo sapeva bene quello che non ero figlio di Dio, io. Ero il figlio comunista di un comunista scomunicato. Ah, se solo mia madre avesse addotto le giustificazzioni… e giù a pestare un piede. Lui, è lui qui davanti a me. E sibila sconfortato.

Un ateo come me, qui, in Paradiso. Ah, don Belante…

1 recensione per A chi risponde il Cielo?

  1. Giorgio Bianco Costantino

    Il romanzo del coraggio. Lo ha scritto con garbo e dolorosa eleganza Rosaria Manuela Distefano. Si intitola “A chi risponde il cielo” e nello stesso titolo risiede il primo atto di un percorso fatto di fierezza, eppure di umiltà, nell’inoltrarsi in selve intricate e perfino pericolose.
    La morte. L’aldilà. La colpa. I silenzi. La giustizia, o la sua mancanza. Sono soltanto alcune delle tematiche affrontate da Distefano nel suo racconto che, a dispetto dell’asprezza dei contenuti, si srotola facilmente grazie a un linguaggio chiaro, potente, diretto.
    Il libro inizia con la morte del protagonista, in fila per il suo posto in paradiso, al cospetto di Pietro. Coraggio, si è detto. Quanti racconti si sono consumati nel dialogo fra anime disorientate e il “Custode delle Nuvole”? Ci voleva coraggio a riproporre il tema, rischiando di inciampare nel banale. Ma Distefano è rimasta in piedi, ha gettato il suo protagonista nella mischia del nulla e del dubbio, nella disperazione di chi non riceve risposte nemmeno dopo la morte. E finisce per mettere in difficoltà lo stesso Pietro incapace di trovare, nel suo paradiso, la collocazione giusta per questo ometto, sì, è facile immaginarlo piccolo, magro, smunto, il cui nome è Carlo Marx Santamaria. Figlio di un padre sanguigno, onesto, lavoratore e tanto comunista da scegliere per il figlio nome e cognome del filosofo tedesco.
    Un’eredità politica e umana da gestire, forse da smaltire, scaricata sulle spalle di un bimbo che saltava fra gli scogli, l’infanzia aspra di chi comunica con fatica mentre il mondo degli adulti si avvicina senza promesse, grigio, silenzioso, afflitto dalla completa mancanza di prospettive.
    Carlo Marx Santamaria non sa. Se credere o non credere, se amare o non amare, non spaccia certezze, anzi, la sua unica certezza è il dubbio.
    Il coraggio. In un mondo dove tutti corrono decisi verso qualcosa, chi ha il coraggio di ammettere di non conoscere la strada? L’autrice, sicuramente, insieme al suo Carletto spalatore di nuvole, un po’ condannato e un po’ assolto, l’anima perduta o non perduta, tanto da mandare involontariamente in crisi il sistema.
    Ma insomma, sembra urlare Rosaria Manuela con la voce del suo personaggio, che cosa c’è in questo paradiso? Che cos’è l’Aldilà? Esiste un dio, avrà mai il coraggio di farsi vedere? Venga fuori, lo faccia adesso, qualcuno sveli se questo è un raggiro!
    Il dubbio.
    In morte come in vita, il dubbio.
    Ricordi di preghiere e sacramenti più o meno imposti, una scrivania dove lavorare fra l’ipocrisia e il gelo di chi è disposto a darti un calcio dopo vent’anni.
    L’amore. L’amore? Per chi? Per una madre, un padre, una moglie, un figlio mai nato? O un amore tardivo per un ragazzo un po’ ragazza, discriminato da tutti e che, a casa di Carlo Marx ormai vecchio, trova rifugio e tenerezza mentre fuori, nel mondo, la macchina della maldicenza si è già messa in moto?
    Il coraggio. Diversità? Omosessualità? Normalità? Ancora risposte, anzi, domande senza risposta, ma chi le vuole tutte queste certezze? Dio? E perché le vuole, quando lui stesso le dispensa soltanto a chi è disposto a credere? Dove si trova la verità, quella vera, quella lampante senza bisogno di fede?
    Non esiste. Non nella penna di Distefano, scrittrice a braccia aperte di fronte alla vita, dentro alla vita, il cui fiume scorre lo stesso, senza svelare il suo mistero.
    E quando il fiume si ferma? Chi lo ferma? Forse una morte cosiddetta naturale? Oppure il suicidio? Ma un suicida può non sapere di essere un suicida? Può essere perdonato, compreso, amato?
    Dubbio, coraggio. Cioè il coraggio di avere dubbi. E disarmare, forse unica, amara vittoria, chi di dubbi non ne ha mai avuti.
    “A chi risponde il cielo” è un libro da divorare, ma innesca riflessioni lunghe e complesse. Leggerlo significa accorgersi che la filosofia della vita è un percorso. Non un traguardo.

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