Descrizione
Volfango Mozarti, traduttore torinese in crisi di lavoro e d’ispirazione, tenta da tempo di scrivere un giallo sulla misteriosa scomparsa di una donna. Ma la realtà comincia presto a competere con la sua fantasia. L’incontro con Lilith Morgenstern, eccentrica consulente tedesca decisa ad avviare un’attività nella Torino magica, trascina lui e l’amica commercialista Diana Nottefonda in un progetto sempre più ambiguo. Mentre si avvicina il 24 giugno, notte di San Giovanni, coincidenze, superstizioni e affari poco limpidi si intrecciano alla storia che Volfango sta inventando. E personaggi, autore e lettore finiscono per muoversi sullo stesso, insidioso confine tra realtà e finzione.
Incipit
Tic tac, tic tac, tic tac… l’orologio segna il trascorrere di ogni singolo secondo nella penombra del soggiorno. La luce del lampione, proprio all’altezza della finestra, rischiara soffusamente la poltrona di pelle posizionata subito accanto al termosifone e rivolta verso la TV. La TV è spenta ed è strano, perché di solito a quest’ora trasmettono quel quiz sull’1, quello in cui si devono indovinare le parole seguendo lo schema logico di una serie di indovinelli e domande di cultura generale. Non che sia questa gran cosa, ma cenare da soli può essere noioso, se non angosciante, e qualsiasi surrogato di compagnia può andar bene. C’è un bicchiere sul tavolo, c’è dentro un dito di caffè… rappreso. Per spezzare il ticchettio insistente dell’orologio, premo il tasto della segreteria telefonica. Gli ultimi dieci messaggi sono miei: «Ciao Lea, sono Anna, allora è tutto confermato per domani? Dimmi di sì, perché ho un gran bisogno di vacanza»; «Ciao Lea, allora che faccio, vengo?», «Lea, se hai da fare e non vuoi che venga, hai solo da dirlo, eh?», «Senti Lea, ho deciso di non partire… mi pare di capire che non ci sei. E ti sei dimenticata di me. Fa lo stesso, ci sentiamo lunedì». «Ciao Lea! Dai richiamami, che magari riesco a venire sabato!», «Lea…, mi richiami?», «Lea…», «Lea, dai, almeno accendessi il cellulare…», «Io mi sto preoccupando, vengo lì», «Va bene. Sono lì domani sera, ma se ascolti la segreteria, ti prego, chiamami». Per terra, accanto al tappeto, una striscia di formiche si muove a ritmo serrato e regolare verso il bagno. Lea a volte si porta qualcosa da sgranocchiare in bagno, le piace immergersi nella vasca e sgranocchiare patatine ascoltando qualche canzonetta alla radio. Però per giustificare tutto quel via vai, per terra ci dev’essere tutto il pacchetto. Infatti. Nel pacchetto a tubo delle patatine, nero di formiche, ci sono ancora tanti amidi da nutrire una colonia di imenotteri per giorni. Confesso che ho temuto di trovarla morta nella vasca, ma per fortuna nella vasca c’è solo l’acqua. Ferma. Senza schiuma. Due o tre mosche, immobili, galleggiano proiettando la loro ombra sul fondo bianco. La sensazione di sollievo provata appena prima per non aver visto ciò che mai avrei voluto vedere è scomparsa in un istante, perché il timore di trovarla immobile in qualche altro angolo della casa mi fa salire la pressione. Da almeno una settimana, in casa non è entrato più nessuno, a giudicare dalla consistenza del caffè nel bicchiere e dalle condizioni del bagno. Nel cucinotto, tutto è perfettamente in ordine: le stoviglie e i piatti puliti e asciutti sui ripiani, una casseruola con dentro l’acqua per cuocere una pasta sul fornello, spento. Bene. Mi resta solo la camera da letto. La troverò lì, a questo punto. Il caffè può essere quello del mattino, ma stava per cucinarsi una pasta e aveva fatto il bagno… non stava uscendo.
«Signora?»
«Prego?»
«Oh, mi scusi… ho visto la porta aperta e ho pensato che fosse la signora Lea. Consegno la spesa, paga Lei?»
«Io… certo… scusi, la signora Lea ha ordinato la spesa per oggi?»
«E sì, altrimenti non sarei qui.»





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