Protocollo Granata

18,00

Formato: Libro cartaceo pag. 540

Autori: Alessandro Cirillo, Francesco Cotti

Note sull’autore Alessandro Cirillo

Note sull’autore Francesco Cotti

 

 

COD: ISBN: 978-88-5539-075-0 Categoria: Tag: , ,

Descrizione

Protocollo Granata è ambientato in Niger, una delle zone più povere del pianeta, ricca però di una materia prima, l’uranio, oggetto di numerosi interessi, tra nazioni che mirano allo sfruttamento di questa risorsa strategica per l’economia mondiale, faccendieri alla ricerca di guadagni stratosferici, stati che inseguono l’obiettivo di diventare potenze nucleari, servizi segreti che ci mettono lo zampino e terroristi facilmente reclutabili da chi non intende figurare direttamente in caso di conflitti.

Sarà Michel Sidibé, detto il Ragno, il sanguinario terrorista contro il quale dovranno combattere le forze speciali italiane, al comando del capitano Ferrone, per liberare il personale della miniera di Ruwan Tsabta, tenuto in ostaggio durante due giorni terribili di violenza, sangue e azione senza respiro.

Con questo romanzo scritto a quattro mani, Alessandro Cirillo e Francesco Cotti siglano un genere letterario nascente, l’Action Tricolore, che mette in scena militari italiani impegnati a combattere in contesti internazionali e unisce techno-thriller militare e romanzo d’azione.

Prologo

Riyad (Arabia Saudita), sede dei servizi segreti, luglio

La distesa di asfalto, cemento e acciaio era annaffiata dai maligni raggi del sole. Una palla di fuoco che bolliva la città in una pentola di smog, da cui anche le nuvole si tenevano ben lontane. A luglio Riyad, la capitale dell’Arabia Saudita, poteva registrare temperature superiori ai quaranta gradi. Svolgere le attività quotidiane diventava difficile e faticoso anche per chi era abituato a quel clima.

Gli occhi color nocciola di Rashid Al-Zori fissavano il panorama offerto dall’ampia finestra del suo ufficio, una strada trafficata che serpeggiava tra grattacieli e palazzi adibiti a uffici. Ogni giorno la stessa noiosa vista che aveva perso d’interesse ormai da tempo.

Al-Zori si allontanò dalla finestra e passò davanti a uno specchio di fattura moderna ed essenziale, come il resto della mobilia dello spazioso ufficio. L’immagine restituita era quella di un uomo dalla pelle abbronzata e priva di imperfezioni. Una sottile linea di barba scura partiva da entrambe le orecchie, leggermente a sventola, per seguire i lineamenti del volto ovale. Le strisce pelose si riunivano sotto il mento e risalivano fino al naso aquilino disegnando un contorno intorno alla bocca carnosa. Gli occhi erano vispi e attenti come quelli di un rapace in cerca della preda.

Camminò con calma fino alla scrivania, una sproporzionata lastra di vetro tenuta in piedi da quattro gambe color bianco laccato. Sulla superficie erano appoggiate in buon ordine una serie di cartellette contenenti documenti riservati e fogli di appunti. Accanto a un telefono cordless si trovava il monitor di un computer da 40 pollici. In quel momento venivano trasmesse le immagini in diretta di una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il volume era impostato al minimo.

Al-Zori sistemò il cavallo dei pantaloni del completo di lino color carta da zucchero di manifattura italiana, la giacca era appesa a uno degli attaccapanni vicino alla porta. Sprofondò sulla poltrona girevole ascoltando per qualche istante il pacato ronzio del condizionatore che regolava la temperatura interna a venti gradi. La pelle nera della poltrona era morbida e fresca al tatto. In un angolo della scrivania, oltre agli strumenti del suo lavoro, c’era anche un cestino di vimini colmo di fichi. Scelse con cura quello che gli sembrava più maturo. Lo aprì con delicatezza e ne assaporò il profumo per qualche istante. Fin da bambino i fichi erano il suo frutto preferito. I genitori ne avevano alcune piante in giardino. Per un attimo vagò con la mente ai giorni in cui ci si arrampicava sopra insieme al fratello minore. La regola era che quelli più in alto erano i migliori.

Una voce appena percepibile proveniente dalle casse del computer lo riportò al presente. In quel momento stava parlando il delegato statunitense, che era anche il presidente di turno del Consiglio di Sicurezza. L’argomento di quella riunione riguardava la patria di Al-Zori. Da anni l’Arabia Saudita aveva avviato un suo programma nucleare con l’obiettivo di produrre energia elettrica. Gli Stati Uniti, forti della loro esperienza, si erano subito prodigati in aiuti di vario genere. In realtà non esisteva solo un programma civile, ma anche un segretissimo piano militare avente lo scopo di fare dell’Arabia Saudita una potenza nucleare. L’intento non era quello di attaccare altre nazioni, piuttosto di difendersi dall’Iran in caso di un futuro conflitto.

Fino a quel momento lo scontro si era giocato in teatri “neutri” come lo Yemen, ma gli analisti sauditi erano sempre più spaventati dall’idea di un conflitto diretto. L’Iran aveva già fatto molti progressi con il suo programma nucleare, l’Arabia Saudita non poteva permettersi di rimanere indietro. Purtroppo per Riyad, i suoi piani erano stati scoperti da Israele quando mancava poco alla realizzazione. Tel Aviv aveva subito denunciato la questione all’ONU, documentando tutto con prove inconfutabili. Il premier israeliano aveva chiesto provvedimenti immediati minacciando azioni militari. Ed ecco la ragione della riunione.

Al-Zori alzò il volume del televisore mentre addentava la morbida polpa del fico. Masticò lentamente, per godersi il momento di piacere. La dolcezza del frutto accarezzò le sue papille gustative. Si pulì accuratamente la punta delle dita con un fazzoletto di carta, attento a non sporcare la camicia bianca. La riunione era ormai entrata nella fase conclusiva, tra breve si sarebbe votato. Riyad aveva tentato di fare pressioni su alcuni degli Stati membri per ottenere una votazione favorevole. Promesse e minacce. Nonostante gli sforzi, il risultato sembrava scontato. Il Mondo non poteva permettere il proliferare di armi nucleari. Afferrando un altro fico, Al-Zori si preparò a seguire la diretta. L’inquadratura mostrava un primo piano del delegato statunitense.

«Coloro che sono a favore della risoluzione contenuta nel documento S/2107/860 per favore alzino la mano.»

Le immagini mostrarono una panoramica dell’Aula del Consiglio di Sicurezza. Vide tutti i delegati alzare le mani. Poco dopo le telecamere tornarono sul delegato statunitense.

«Il risultato è di quindici voti a favore, zero astenuti e zero contrari. La risoluzione è approvata come risoluzione 3021.»

Al-Zori armeggiò con il mouse per chiudere la diretta. Non aveva bisogno di sapere altro. Le Nazioni Unite avevano decretato che nessuno avrebbe potuto più vendere uranio direttamente all’Arabia Saudita. Le forniture di uranio per le centrali elettriche saudite sarebbero dovute passare dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), la quale avrebbe controllato l’effettivo impiego nel settore civile. Il programma militare di Riyad era spacciato, ma qui entrava in gioco Al-Zori.

Come si aspettava, il telefono sulla sua scrivania iniziò a squillare. Non rispose subito, preferendo finire di masticare. Dopo essersi ripulito ancora le dita, finalmente alzò la cornetta.

«Parla Al- Zori.»

«Ha seguito il Consiglio di Sicurezza?» domandò una voce forte e autoritaria, appartenente a un uomo molto vicino alla famiglia reale.

«Sì, signore. Il risultato conferma le aspettative.»

«Già, ora tocca a lei. È davvero sicuro di potere risolvere il nostro problema?»

«Ho già preso contatti e stretto accordi. Tutto è stato predisposto per fare arrivare la materia prima e continuare il programma.»

«Molto bene. Confidiamo nelle sue capacità. Se porterà a termine l’operazione sarà ricompensato generosamente.»